Un monolite nel cuore della storia: quando la retorica della modernità si impone su secoli di cura, memoria e servizi pubblici
Di Alberto Di Cintio e Sergio Paderi
Firenze 2026: mentre tutti eravamo rivolti a guardare il cubo nero sorto come per incanto sulle ceneri del Teatro Comunale, un monolite alieno delle dimensioni di 23 metri x 52 è atterrato nel cortile tra le vecchie pareti dell’Ospedale di San Gallo. Alieno perché le mura, che sono lì da secoli, ancora si stanno interrogando su chi sia questo ospite inatteso, atterrato da chissà dove e parlante un linguaggio incomprensibile. Chi e cosa rappresenta questo monolite conficcato nel bel mezzo di un’area che, dal 1234 sino al 2000, ha ospitato unicamente l’assistenza pubblica fiorentina, sia essa sociale o sanitaria?
«La modernità!», hanno urlato a gran voce gli architetti, stufi di questo vecchiume fiorentino con cui professionisti, imprese edili, trafficanti di abitazioni, ecc. ecc., hanno a che fare e che metterebbe sempre lacci e lacciuoli al loro intraprendere e progettare. «Ci vuole un segno di modernità!» è il grido di guerra della sinistra e della destra (silenziosa), per togliere Firenze da questo polverume che rende impossibile mettersi alla pari con le capitali d’Europa, che riscatti Firenze dall’impacciante presenza di tanto vecchio ciarpame.
Vae victis! È guerra a tutti i retrogradi e reazionari che si oppongono a questa ventata di rinnovamento che darà nuovo lustro a Firenze, invecchiata e imbolsita da una denatalizzazione galoppante. Poveri illusi!
Mentre le città europee più avanti già si interrogano su futuri distopici legato ai cambiamenti climatici, Firenze ancora si attarda in visioni e disegni modernisti fuori tempo e fuori luogo. Già l’aver buttato fuori dal centro storico funzioni come la giustizia, le università, le botteghe artigiane ha reso la città sempre più sterilizzata e priva di vita reale.
Annientato il tessuto di relazione in cui per secoli hanno prosperato l’artigianato di alto livello e la piccola imprenditoria, si sono fatti naturalmente avanti gli imprenditori dell’accoglienza turistica e, a seguire, tutta l’organizzazione della ristorazione, meglio nota come mangificio. Tutto è nato quando un imprenditore alberghiero lungimirante ha preso in mano, per due lire (15.000 € di affitto al mese!), il tempio della cultura alimentare fiorentina: il Mercato Centrale di San Lorenzo, trasformandolo nel più grande mangificio del centro storico e indicando la via alle centinaia di piccoli e grandi distributori di paccottiglia alimentare, spacciata come autentico mangiare fiorentino.
Quindi, riassumendo: fuori dal mercato si vendono prodotti artigianali made in China e dentro il mercato il mangiare fiorentino taroccato. Ed ora arriva il monolite che, riprendendo il segnale milanese dei grattacieli costruiti nei cortili, suggerisce a tutti noi provinciali quale sia il radioso futuro di Firenze.
E i volumi zero? Il rilancio dell’artigianato di qualità? I centri commerciali di quartiere? I negozi di prossimità? La città dei 15 minuti a piedi? Il verde contro le isole di calore? Parole che frullano al vento come stormi di passeri: ora li vedi e poi non ci sono più.
Ma più delle parole contano i fatti! I fatti parlano di una città ormai turismo-dipendente, intossicata dalle promesse di una città smart ed easy: ma per chi, se la vita per centinaia di migliaia di ragazzi, giovani lavoratori, famiglie, persone anziane risulta impraticabile per vivere, studiare e lavorare in città?
E così in tanti vagano per lo spazio cittadino alla ricerca della propria casa, come Odisseo in Itaca. Sono rimasti solo i Proci a banchettare fra le lucidate e restaurate macerie di Firenze e fra i cubi neri di nuova generazione.
Aspettiamo con ansia un Odisseo che, con il suo arco ben teso, faccia giustizia di tanto scialo e riporti la città ai suoi veri proprietari: chi ci abita e non chi ci specula.
