Campo di Marte è un po’ tristino la sera. Lontani i tempi della grande sperimentazione dello stadio comunale Berta, poi Franchi. Era quella un’architettura monumentale fatta per durare, aulico esempio internazionale, rima baciata tra forma e funzione. Oggidì, tocca contentarsi del soppalco in Curva Fiesole, e pure i nipotini di Nervi, prima loquaci, sono ammutoliti.
E nei giardinetti, lato Campioni del ’56, spuntano come funghetti dei cubetti, naturalmente, bianchi, un po’ Ikea, un po’ Minecraft e disposti ad arco come remoti cromlech per una divinità arcaica che richiede tributi, a un esame autoptico non il massimo per chiappe stanche (né forma, né funzione).
Eppure, la tana del tifo viola, il Bar Marisa, che negli anni si è rifatto il trucco e sbrilluccica troppo (la maglia di Riganò ancora troneggia) ma rifugge improbabili dehors e concede decorosi tavolini, si popola.
Una mobilitazione ordinata ma convinta. Chi smonta dal motorino, chi si presenta con il cane, chi chiede se è ancora in tempo: tutti firmano contro l’inutile strage del verde, tributo alla ferro-tram-via, che non è un cocktail futurista ma un ferro vecchio di vent’anni.
Ore 19:25 e la dinamo del Sabatini è ancora in funzione.
Si firma, si fa la conta, si sfumacchia, ci si ritrova dopo anni e c’è anche tempo per un brindisino. Vita contro torpore. Siamo a tremila, obiettivo minimo cinquemila, obiettivo ambizioso diecimila. Basteranno per salvare gli alberi? Non si sa. Ma c’è linfa vitale a Firenze e la firma è un atto politico che apre uno spazio per una discussione che non c’è mai stata.
Il mondo è in subbuglio e, ovunque, masse reclamano spazi di libertà rispetto a un potere sempre più verticale, che si specchia e che somministra la partecipazione a dosi controllate e quando fa comodo.
Firenze ha i suoi tempi, Campo di Marte sonnecchia, ma qualcosa si muove. E noi, naturalmente, che abbuieremo il sito solo quando smetteremo di dire la verità, daremo massimo supporto. Avanti! Il pensiero genera la materia.


