Quanto costano i servizi educativi per gli alunni stranieri? Il Comune non fornisce i dati

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La presenza degli alunni con cittadinanza straniera incide sulla programmazione dei servizi educativi. Ma sui costi effettivi il Comune non fornisce i dati necessari per fare chiarezza

 

Ci sono risposte che chiariscono. E poi ci sono quelle che, magari con un sorriso, chiudono la porta proprio quando sarebbe il momento di aprirla.

Durante una recente seduta della Commissione 9 – Istruzione del Comune di Firenze, all’assessore alla Scuola Benedetta Albanese è stato chiesto di fornire dati sulla presenza degli alunni con cittadinanza straniera e, soprattutto, sull’impiego delle risorse pubbliche destinate ai servizi educativi. La risposta, per come è stata riportata, è stata: «Sono tutti fiorentini». Una battuta che può funzionare come slogan, ma non come risposta a una domanda sui dati. Perché è ovvio che un bambino nato a Firenze, italiano o con cittadinanza straniera, sia un fiorentino nella vita quotidiana della città. Ed è altrettanto ovvio che abbia diritto alla scuola, ai servizi educativi, alla mensa, al trasporto e a tutto ciò che la collettività mette a disposizione. Il punto è un altro: quanto costano questi servizi, come vengono finanziati e come vengono distribuite le risorse? Non è una domanda razzista. È una domanda di bilancio.

A Firenze gli alunni con cittadinanza straniera rappresentano circa il 21,5% della popolazione scolastica, mentre i residenti stranieri sono il 16,2% della popolazione complessiva. La percentuale degli studenti stranieri arriva al 27,7% nel Quartiere 1 e al 27% nel Quartiere 5. Nei nidi e nella scuola dell’infanzia, secondo il dato preliminare utilizzato per questa analisi, la presenza si collocherebbe addirittura intorno al 40-45%.

Non sono numeri che devono produrre paura o contrapposizione. Sono numeri che descrivono una realtà demografica e scolastica della Firenze di oggi. E quella realtà ha inevitabilmente una conseguenza anche sulla programmazione e sull’impiego delle risorse pubbliche. Il Comune destina 54,7 milioni di euro a servizi e attività educative per l’anno scolastico 2026/27, mentre per i nidi la quota a carico direttamente del bilancio comunale è indicata in 28,9 milioni di euro. Ci sono poi servizi specifici, come i Centri di alfabetizzazione per gli alunni non italofoni, per i quali il Comune indica circa 1 milione di euro. Sono soldi pubblici. E nessuno dovrebbe scandalizzarsi se un cittadino chiede di sapere come vengono spesi.

Abbiamo provato a fare quello che il Comune potrebbe fare molto meglio: mettere insieme i dati disponibili e costruire una stima prudente. Una quota teorica di spesa, calcolata utilizzando valori medi e confrontando la presenza straniera nella popolazione scolastica con quella nella popolazione residente. Lo scenario intermedio porta a circa 11,5 milioni di euro l’anno.

È una stima, con tutti i limiti che abbiamo esplicitato. Non è un dato contabile e non pretende di stabilire quanto “costi” un bambino in base alla cittadinanza. Per sapere questo servirebbero dati che oggi non abbiamo: ISEE, rette effettivamente pagate, agevolazioni, utilizzo dei singoli servizi, contributi statali e regionali e costi effettivamente sostenuti per le diverse categorie di utenti.  La domanda non dovrebbe essere respinta con una battuta. E soprattutto non dovrebbe essere trasformata in un processo alle intenzioni di chi la pone. Se qualcuno chiede quanto viene speso per i servizi utilizzati da una determinata componente della popolazione, la risposta più semplice è fornire i dati disponibili e spiegare quelli che non possono essere forniti. erché altrimenti accade qualcosa di paradossale: più l’amministrazione evita di quantificare, più spazio lascia alle stime, alle interpretazioni e alle polemiche. E questo non conviene a nessuno. Non conviene a chi teme che i numeri vengano utilizzati in maniera strumentale. E non conviene neppure a chi vuole sostenere che il sistema di welfare funzioni diversamente da come funziona realmente. La trasparenza, in questo caso, sarebbe la migliore risposta anche alle letture più radicali.

C’è poi un elemento che i genitori e gli insegnanti conoscono molto meglio di qualsiasi polemica politica. Nelle scuole fiorentine la presenza di ragazzi di origine straniera è una realtà quotidiana. Questo significa, in determinate situazioni, esigenze educative, linguistiche e sociali specifiche. Significa mediatori, alfabetizzazione, sostegno all’inclusione, servizi educativi e, più in generale, una parte del welfare comunale chiamata a garantire il diritto allo studio. Ed è un fatto sacrosanto, perchè il diritto allo studio deve essere garantito a tutti i bambini e a tutti i ragazzi che vivono a Firenze. Proprio per questo, però, sapere quanto costa garantire quel diritto non lo rende meno sacrosanto. Anzi. Una democrazia adulta dovrebbe riuscire a tenere insieme due concetti apparentemente semplici: diritti e conti. Il primo senza il secondo rischia di diventare propaganda. Il secondo senza il primo rischia di diventare mera contabilità.

Il welfare fiorentino spende una parte importante delle proprie risorse per garantire questi diritti. E la crescente presenza di ragazzi di origine straniera è una delle caratteristiche della scuola fiorentina contemporanea.  Per questo la frase «sono tutti fiorentini» può essere anche vera nel senso più nobile del termine. Ma non risponde alla domanda. Sono tutti fiorentini? Certamente. Hanno tutti diritto alla scuola? Assolutamente sì. Il Comune spende risorse per garantire questo diritto? Inevitabilmente sì. Allora perché non dire anche quante, da dove arrivano e come vengono utilizzate?

È qui che la questione diventa politica. Non perché qualcuno debba mettere in discussione il diritto allo studio dei ragazzi stranieri. Ma perché ogni euro di welfare è denaro pubblico e ogni euro pubblico deve poter essere rendicontato ai cittadini. La maggioranza può continuare a leggere qualsiasi domanda sui costi attraverso la lente del razzismo. Oppure può fare qualcosa di molto più semplice e molto più convincente: pubblicare i dati. A quel punto non serviranno né slogan né accuse. Ci saranno i numeri. E magari scopriremo che la stima di 11,5 milioni è troppo alta, oppure troppo bassa. Sarebbe una buona notizia in entrambi i casi. Perché significherebbe che, finalmente, a Firenze una domanda sul welfare ha ricevuto una risposta basata sui fatti e non sulle intenzioni attribuite a chi la pone.