8 Marzo: tra diritti negati in Iran e spose bambine in Pakistan, a Firenze si consumano battaglie sul sessismo da salotto

Image by jacqueline macou from Pixabay

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La Festa delle Donne non è un pretesto per spettacoli vuoti o chiasso inutile: è un momento per riflettere sui diritti ancora negati, oggi come ieri. Eppure, a Firenze, invece di affrontare le disuguaglianze, si preferisce ridurla in vuote polemiche sul “sessismo”

 

Anche questo 8 marzo in molte città del mondo si è riempito di mimose, slogan e celebrazioni ufficiali. Si parla di diritti, di parità e di empowerment femminile. Ma ci sono molte parti del mondo dove la parola “diritto” resta una promessa lontana. E dove essere donna significa nascere con una libertà già limitata. La festa della donna cade in un momento storico in cui un grande popolo, come quello persiano sta cercando di rompere il giogo di una dittatura, ammantata da fanatismo religioso, in cui a pagare sono soprattutto, guarda caso, le donne.

Mi ritorna in mente un’immagine passata alla storia, quella della giornalista fiorentina Oriana Fallaci che nel 1979 davanti a Ruhollah Khomeini – l’uomo che in quel momento incarnava il potere assoluto della rivoluzione iraniana. Era riuscita a spuntare un’intervista e per farla doveva indossare lo chador. Lo fece, poi iniziò a parlare. A un certo punto lui le spiega che il velo è per le donne “perbene” e che, se a lei non piace, non è obbligata a portarlo. Oriana Fallaci a quel punto fa una cosa semplicissima. Se lo toglie. L’intervista s’interrompe e l’atmosfera diventa glaciale. Ma il gesto resta. Soprattutto perché in quella stanza non c’erano eserciti, né governi. C’era solo una donna (italiana) seduta davanti al potere più temuto in quel periodo storico, e che non aveva alcuna intenzione di piegarsi.

Oggi, 47 anni dopo, la civilissima Persia sta cercando di rompere quelle catene che ancora tengono le donne nell’oscurantismo del medioevo. Ma si parla delle bombe di Trump e di Netanyahu. Ma dov’è il mondo civile che giustamente si è indignato per Gaza al cospetto del lungo crepuscolo della civiltà persiana, una delle più luminose della storia? Dov’eravamo, mentre il discepolo di quell’ayattholah, giusto un mesetto fa, faceva sparare addosso ai giovani che nelle piazze protestavano? Nel Paese le autorità continuano a reprimere le attiviste con arresti arbitrari, processi ingiusti, frustate e lunghe pene detentive.

Anche gesti semplici possono diventare atti di ribellione. Non indossare il velo obbligatorio, cantare in pubblico, o protestare, sono gesti che possono portare all’arresto. Negli ultimi anni, centinaia di donne sono state fermate o perseguitate per aver violato queste regole. In Iran il corpo femminile non appartiene alle donne. Appartiene allo Stato. E le donne che provano a reclamare la propria libertà pagano spesso un prezzo altissimo.

In Pakistan, milioni di bambine non diventano mai davvero adolescenti. Diventano mogli. Secondo i dati delle organizzazioni internazionali, nel Paese vivono oltre 19 milioni di spose bambine, e quasi una ragazza su sei viene data in matrimonio prima dei 18 anni. Molte di loro hanno dodici o tredici anni. Alcune anche meno. Il matrimonio precoce è spesso legato alla povertà, ma anche a tradizioni patriarcali e religiose radicate. In alcune zone rurali. una figlia può diventare una moneta di scambio per risolvere dispute tra famiglie o per alleggerire il peso economico della casa.

Pensare che queste barbarie riguardino solo paesi lontani sarebbe però un errore. Anche in Europa e in Italia esistono matrimoni forzati, spesso nascosti all’interno di comunità chiuse o familiari estremamente tradizionali. Molti casi emergono solo quando una ragazza trova il coraggio di denunciare, o quando intervengono associazioni che lavorano sul territorio. Sono numeri difficili da quantificare, perché la maggior parte delle vittime non parla. Per paura, per pressione familiare o per isolamento sociale. Cambiano i contesti, ma la logica resta la stessa: il controllo sul corpo e sulla libertà delle donne.

La Giornata internazionale della donna non dovrebbe essere solo una ricorrenza simbolica. Dovrebbe essere il momento in cui ricordiamo che i diritti non sono – di fatto – universali. Che milioni di donne nel mondo non possono scegliere chi amare, come vestirsi, cosa studiare o che lavoro fare. E che mentre una parte del pianeta festeggia, un’altra continua a lottare semplicemente per esistere.

In Europa il dibattito pubblico spesso scivola su polemiche che finiscono per banalizzare la questioneAccade troppo spesso anche in Italia. A Firenze, lo scorso lunedì una seduta del consiglio comunale si è trasformata in un caso politico quando un consigliere ha invitato un’assessora a “stare zitta”, mentre questa lo interrompeva ripetutamente nel suo intervento. La frase è stata immediatamente bollata come maschilista, e trasformata in un caso politico e mediatico da strumentalizzare.

Un episodio che può certamente essere discusso sul piano del rispetto istituzionale, ma che rivela anche un paradosso: mentre nel mondo milioni di donne combattono per diritti fondamentali, nel dibattito fiorentino il rischio è quello di trasformare ogni scontro politico in una battaglia simbolica sul sessismo ad uso e consumo della strumentalizzazione politica. E proprio per questo, conclusosi anche quest’8 marzo, mi preme ricordare che questa giornata dovrebbe tornare ad avere un significato più profondo.