Nardella, Funaro e il “Modello Firenze”: la resa della politica ai grandi capitali

GERMOGLI PH 21 DICEMBRE 2025 BAGNO A RIPOLI PONTE A NICCHERI NELLA FOTO SARA FUNARO DARIO NARDELLA

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L’ipocrisia di attaccare i piccoli proprietari mentre i grandi investimenti internazionali creano rendite aggressive e un mercato inaccessibile

 

Di Roberto Vedovi

Questa mattina, La Repubblica ha pubblicato un’intervista a Dario Nardella (“Città Svenduta? Basta con i Savonarola, chi investe porta lavoro”) nella quale il sindaco uscente – ormai simbolo del cosiddetto “Modello Firenze” – difende con orgoglio le sue scelte, rivendicando investimenti internazionali e progetti di sviluppo urbano che, sulla carta, avrebbero dovuto trasformare la città in un hub moderno e dinamico.

L’intervista non è solo una difesa d’ufficio del suo operato; è un vero e proprio manifesto di una visione politica che, nel tentativo di apparire moderna e dinamica, finisce per suonare sempre più distante dalla realtà vissuta da chi Firenze la abita davvero. C’è una sottile crudeltà nel definire “nobili” o “ipocriti” coloro che criticano la trasformazione della città, specialmente quando a parlare è chi ha guidato una stagione che ha visto il costo della vita esplodere, spingendo intere famiglie e lavoratori fuori dai confini comunali.

Il punto più critico, quasi paradossale, è la crociata di Nardella contro la “rendita passiva”. L’ex sindaco punta il dito contro i piccoli proprietari, ma ignora il fatto che le sue politiche di “svendita” dei grandi contenitori pubblici ai fondi d’investimento internazionali hanno creato una rendita di proporzioni ben più vaste e aggressive.

Definire poi “Savonarola” chiunque chieda una moratoria o una riflessione significa derubricare a fanatismo religioso quello che è, in realtà, niente più che un grido d’allarme e una richiesta di ascolto. Se oggi un cittadino si sente “espulso” dalla propria città, non è per colpa di un frate medievale, ma di una scelta politica precisa che ha preferito il capitale estero al diritto all’abitare. Nell’intervista emerge un’ammissione che dovrebbe far riflettere: l’ex sindaco rivendica con orgoglio di aver girato il mondo con la “valigetta” per cercare investitori, confessando implicitamente che la politica e il pubblico non avevano la minima idea di come gestire gli spazi vuoti della città. È la resa della politica di fronte al mercato.

Invece di immaginare funzioni sociali, biblioteche, case popolari o spazi per l’artigianato, si è scelto di trasformare ogni “buco nero” in uno studentato di lusso o in un resort. Dire “non avevamo i soldi” è la scusa di chi ha  preferito la strada più veloce, quella che porta introiti immediati ma svuota l’anima dei quartieri.

C’è poi una questione di onestà intellettuale sui tempi della città. Vantarsi oggi di via Torre degli Agli o del Meccanotessile richiede un bel coraggio. Parliamo di interventi che hanno attraversato decenni, promesse infrante (come i famosi “mille giorni” di renziana memoria) e ritardi cronici che hanno esasperato i residenti per almeno tre mandati. Presentare questi cantieri infiniti come successi della propria gestione calpesta la memoria storica di chi ha vissuto per anni tra polvere e recinzioni, casette di legno marcite, tutt’ora infiltrazioni, aspettando risposte che arrivavano sempre troppo tardi.

Infine, il passaggio sulla continuità con la Giunta Funaro suona quasi come un avvertimento. Nardella “benedice” l’attuale amministrazione assicurando che, nonostante i nuovi alleati, la sostanza non cambierà. È un messaggio raggelante per chi nel 2024 aveva creduto in una possibile sterzata, in un ritorno alla cura dei bisogni primari dei residenti. Se la nuova maggioranza viene dipinta come lo specchio della precedente, significa che il modello Firenze — quella città vetrina pensata per chi passa e non per chi resta — non è affatto in discussione.