I disservizi di AT fanno andar fuori di brocca Michele Pierguidi, ma anche migliaia di fiorentini. Ecco la storia del grande fallimento
Che Michele Pierguidi sia un uomo diretto e sanguigno è cosa ormai risaputa in città, soprattutto a Campo di Marte; così come è noto che sia spesso una scheggia impazzita in seno al Pd fiorentino, che — complice anche le non eccelse figure dell’attuale amministrazione — non sta certo vivendo un momento favorevole. La sortita di sabato sera, sparata a caldo sui social mentre attendeva (invano) un bus di Autolinee Toscane insieme alla madre ultraottantenne dopo essere sceso da un treno a Santa Maria Novella, ha fatto parecchio rumore.
Pierguidi “scopre”, in rapida successione, che gli orari indicati sulle paline non sempre corrispondono a quelli dell’app segnalata da alcuni passanti — di cui ignorava l’esistenza — e che alle fermate non sono presenti né pensiline né panchine. Il suo compagno di partito e di amministrazione, il superassessore “col tutor” Giorgio, risponde a stretto giro di stampa, come da tradizione, usando il futuro: «Ci stiamo lavorando». E aggiunge che la responsabilità sarebbe di altri.
A dirlo è chi, evidentemente, non viaggia spesso sui bus, e non conosce i disagi quotidiani di tanti fiorentini costretti a utilizzare i tanto decantati mezzi pubblici. Pierguidi ci ha sbattuto la faccia in prima persona; l’assessore al traffico sostiene di aver chiesto un report ad Autolinee Toscane, ma nel frattempo scarica le colpe — in questo caso su chi parcheggia male — dimenticando che, dopo aver eliminato migliaia di posti auto, da qualche parte i fiorentini dovranno pur parcheggiare.
La realtà, colta al volo dalle opposizioni, è che questa politica ha contribuito a svendere l’ex Ataf ai francesi, con un servizio oggi pessimo sia per i cittadini sia per i dipendenti, che appena possono scappano da una Firenze dove, per chi viene da fuori, è sempre più difficile vivere e lavorare.
Benvenuto nella realtà fiorentina, presidente Pierguidi! Nel frattempo approfondiamo insieme la storia di un fallimento.
Doveva essere una “rivoluzione”, ed è diventata, per molti, l’ennesima dimostrazione di come in Toscana si possano spendere miliardi per peggiorare la vita quotidiana delle persone.
Autolinee Toscane nasce ufficialmente il 1° novembre 2021. Dietro, però, c’è una storia lunga quasi dieci anni fatta di bandi, ricorsi, sentenze e una domanda che oggi torna più attuale che mai: ne è valsa davvero la pena?
La “grande idea”: accorpare tutto
Il progetto parte dalla Regione Toscana nei primi anni 2010: superare la frammentazione del trasporto pubblico locale, mettere insieme decine di aziende e affidare tutto a un unico gestore che sulla carta dovrebbe dare più efficienza, minori costi ed un servizio migliore. Nella realtà si è deciso di cancellare un intero sistema costruito negli anni: Ataf a Firenze, Cit a nord e sulla costa, Tiemme nel sud, Cap a Prato e altre società minori. Un colpo di spugna e via verso la “modernità”.
La gara infinita (2012–2021)
La gara europea viene bandita nel 2012, e da lì inizia un calvario amministrativo con ricorsi su ricorsi, sospensioni, sentenze del Tar e interventi del Consiglio di Stato. Quasi 9 anni per arrivare a una conclusione. Alla fine vince il gruppo francese Ratp Dev, controllata del colosso pubblico parigino dei trasporti. Tradotto: il trasporto pubblico toscano finisce in mano a una società straniera.
Quanto costa davvero
Il contratto di servizio è uno dei più grandi d’Italia: durata di 11 anni per un valore complessivo di circa 3,9–4 miliardi di euro con estensione in oltre 270 comuni con circa 5000 dipendenti coinvolti, oltre 2700 bus gestiti e circa 100 milioni di chilometri percorsi l’anno. (Fonte: Regione Toscana, documenti gara TPL; dati Autolinee Toscane)
La narrazione: efficienza e modernità. La realtà: corse saltate e attese infinite
Al momento del lancio, la promessa era chiara: bus nuovi, meno ritardi, sistema digitale integrato e servizi più semplici per i cittadini. Poi arriva il quotidiano che racconta altro: corse che saltano, bus che non passano, orari che non coincidono tra paline e app, fermate senza pensiline né panchine, attese di un’ora, anche di notte e soprattutto carenza cronica di autisti.
Il grande paradosso: meno controllo, più disagi
Prima il servizio era frammentato, ma vicino ai territori, oggi è centralizzato, ma distante dato che i comuni contano meno, decidono ancora meno e subiscono di più. E i cittadini? Devono arrangiarsi.
Il caso Firenze: da ATAF al “modello francese”
A Firenze la questione è ancora più simbolica. La storica Ataf è stata trasformata, ridimensionata e poi inglobata nel sistema regionale con il risultato della perdita di controllo pubblico, con un servizio percepito come decisamente peggiorato e lavoratori in fuga, mentre la città, tra cantieri e traffico, resta sempre più difficile da vivere per chi lavora — soprattutto per chi viene da fuori. Per i dipendenti AT, poi, è impossibile resistere con turni pesanti e difficoltà organizzative che portano alla fuga continua: trovare autisti è diventata un’impresa.
La politica: scaricabarile permanente
Quando qualcosa non funziona, la risposta della politica fiorentina è sempre la stessa “ci stiamo lavorando” oppure “la colpa è del traffico”, “la colpa è dei cittadini”. Mai del modello, mai della politica e delle scelte fatte. Il punto vero è che Autolinee Toscane doveva semplificare e e invece ha complicato. Doveva migliorare ma invece lascia troppi utenti a piedi. Doveva essere un salto nel futuro ma spesso sembra un passo indietro.
Insomma: dopo quasi 4 miliardi di euro, una gara durata più di 10 anni e una rivoluzione venduta come inevitabile, la domanda resta lì, semplice e brutale: se un sistema così grande non riesce a garantire nemmeno che un autobus passi all’orario previsto, la colpa è dei cittadini, o di chi quel sistema lo ha voluto, progettato e difeso?

