Intervista esclusiva con l’architetto artefice di Firenze Capitale, alla luce delle attuali trasformazioni sui grandi Viali da lui progettati. E sulla tramvia afferma: “È come se si volesse adattare un abito finemente confezionato ad un corpo che non gli appartiene”
All’improvviso compare davanti a me un elegante signore, dalla lunga barba e dai capelli bianchi, impeccabile nel suo abito scuro, da cui spunta la catenella dell’orologio da tasca, come si usava ai suoi tempi.
Lo riconosco: è Giuseppe Poggi, ingegnere e architetto fiorentino, figura fondamentale della Firenze della seconda metà dell’Ottocento, improvvisamente elevata a capitale del neonato Regno d’Italia e chiamata a ridefinire il proprio volto.
Fu proprio al commendatore Poggi che venne affidato il compito di progettare un ambizioso piano di ampliamento urbano: un disegno organico che prevedeva l’abbattimento delle mura medievali e la creazione dei grandi viali di circonvallazione, concepiti non solo come infrastruttura viaria, ma come nuovi spazi civili e rappresentativi, sul modello dei boulevard parigini.
A questa visione si accompagnavano interventi di forte valore scenografico e paesaggistico, come il Viale dei Colli, il grandioso percorso panoramico che culmina nel Piazzale Michelangelo, e le celebri Rampe, concepite come cerniera monumentale tra la città e l’altura. Opere che, lungi dall’essere meri esercizi tecnici, rispondevano a un’idea unitaria di Firenze: una città moderna, aperta, ma ancora profondamente consapevole della propria bellezza e della propria misura.
Il mio colloquio con il commendatore Giuseppe Poggi cade inevitabilmente in questi tempi di profonde trasformazioni delle sue opere, e sulla sorte che esse paiono oggi subire.
Architetto Poggi, perché decise di abbattere le mura e progettare i viali di circonvallazione?
Signora mia, le vetuste mura di Firenze, quantunque venerande e degne d’ogni memoria, si erano fatte, allorché mi fu commesso l’incarico, più simulacro d’un’età trascorsa che non presidio atto ai bisogni del presente.
La città, innalzata al sublime rango di capitale del Regno, non poteva oltre sopportare d’essere ristretta entro un cerchio angusto, già concepito per necessità difensive ormai dileguate nel corso dei tempi. Io mi proposi, pertanto, non già di distruggere, ma piuttosto di trasfigurare; non di annientare quel vincolo, bensì di scioglierlo, onde restituire alla città ampiezza, respiro e continuità di sviluppo.
I viali furono quindi da me ideati quali vaste quinte urbane, adorne di doppi filari arborei, atte non solo a soddisfare le esigenze del traffico, ma eziandio a nobilitare il passeggio e a dar degna forma alla rappresentazione civile. Non fu, invero, opera dettata da mera utilità, ma atto consapevole di alta composizione urbana, nel quale ciascuna linea e ciascun andamento rispondevano a un saldo principio d’ordine, di proporzione e d’armonia.
Oggi qualcuno paragona quegli interventi alle trasformazioni attuali. Si sente in qualche modo “precursore” di questi cambiamenti?
Mi sia lecito osservare come tra il mutare e lo scompigliare interceda quella medesima distanza che corre fra l’arte, sorretta da dottrina e misura, e l’improvvisazione, figlia d’impeto e d’arbitrio. Le trasformazioni da me condotte non nacquero già da subitaneo impulso, ma furono precedute da lunghi studi, diligenti rilievi e mature considerazioni d’insieme; esse si inscrivevano, con coerente fermezza, in una visione ordinata e consapevole della città avvenire.
Se oggi si invoca il mio esempio onde giustificare operazioni che paiono difettare di sì solido fondamento, temo che si cada in un accostamento improprio, e per avventura fuorviante. Non ogni mutamento può dirsi progresso, né ogni ardito intervento merita, per ciò solo, d’essere annoverato fra le opere di civile e duraturo miglioramento.
Veniamo alla situazione attuale: tramvia, cantieri, modifiche profonde ai viali. Qual è il suo giudizio?
Ahimè, per quanto mi è dato intendere, si va ora introducendo lungo quei viali un congegno ferrato di non lieve mole ed ingombro, il quale richiede ampiezza, rettitudine di tracciato e apparati infrastrutturali che mal si confanno all’originaria concezione del sito. Io non fui mai, né mai sarei, avverso al progresso delle arti e delle tecniche; ma tengo per fermo che esso debba sempre sottomettersi alla disciplina dell’arte urbana, e non già imporsi con la prepotenza delle proprie esigenze.
Quando, per dar luogo a tali innovazioni, si venga all’abbattimento di alberature vetuste, al loro deperimento, alla restrizione degli spazi e alla menomazione delle prospettive, non si assiste già a un accrescimento, ma piuttosto a una sottrazione. È come se si volesse adattare un abito finemente foggiato a un corpo cui non è destinato, straziandolo proprio in quelle parti ove maggiore è la sua nobiltà e il suo pregio.
Molti però sostengono che sia un sacrificio inevitabile per migliorare la mobilità urbana…
“Inevitabile” è vocabolo che non di rado cela una preventiva rinuncia all’ingegno umano, quasi che l’uomo abdichi, ancor prima di tentare, alla propria facoltà di ben deliberare. Una città — e massimamente una città quale Firenze — non può né deve essere trattata come mero supporto funzionale, sopra il quale si vengano a sovrapporre, con indifferente facilità, soluzioni uniformate.
Il vero progresso, a mio sentire, non consiste già nell’individuare la via più spedita, bensì quella più retta e più conforme alla natura e alla dignità del luogo. E qualora, per conseguire una maggiore celerità di moto, si venga ad impoverire la qualità dello spazio urbano, ne risulta un vantaggio soltanto apparente, cui fa riscontro una perdita reale e durevole, destinata a manifestarsi col tempo sotto forma di decadimento percettivo, civile e financo morale.
Le riporto anche una questione tecnica: lavori avviati senza aver pienamente considerato la capacità del Ponte da Verrazzano di sostenere il peso della tramvia. Cosa ne pensa?
Tale circostanza, ove fosse confermata, suscita in me non lieve maraviglia, mista a una certa e non dissimulata inquietudine. Nell’arte del costruire, la previdenza costituisce fondamento imprescindibile: ogni opera deve trarre origine da un esatto e diligente computo delle forze agenti, dei carichi e delle resistenze.
Procedere altrimenti equivarrebbe a sovvertire l’ordine naturale delle cose, ponendo l’azione innanzi alla verifica, e l’effetto innanzi alla causa. Or bene, una città non può lungamente sopportare siffatte inversioni, poiché le conseguenze dell’errore non ricadono soltanto su colui che lo commette, ma si estendono all’intera comunità delle genti. Mi sia dunque consentito affermare che tale maniera d’operare pertiene più al dominio dell’azzardo che non a quello della scienza.
Eppure, già ai suoi tempi esisteva una tramvia verso Greve.
Appunto; ed è segnatamente in tale esempio che si palesa la differenza di metodo. Allorché si reputò opportuno introdurre una linea tramviaria, si ebbe parimenti diligente cura di predisporre un’infrastruttura confacente, atta a sostenerne le esigenze senza recare nocumento all’equilibrio del contesto. Non si pretese già che il tessuto urbano preesistente si piegasse forzatamente al nuovo mezzo; si provvide, piuttosto, affinché il novello trovasse la sua conveniente e armonica collocazione.
Oggidì, per contro, mi pare si proceda secondo principio inverso: si introduce l’innovazione e si richiede poi alla città di sopportarne il peso e le conseguenze. È questo un mutamento di prospettiva che, più ancora che tecnico, oserei qualificare come profondamente culturale.
Gli alberi dei viali sono stati in parte rimossi. Quanto erano centrali nel suo progetto?
Gli alberi, gentile Signora, non costituivano già mero ornamento, né frivola concessione al diletto del verde, ma erano parte integrante e necessaria dell’architettura dei viali: ne scandivano il ritmo, ne mitigavano la luce e ne determinavano la giusta proporzione. Privare i viali delle loro alberature equivale ad alterarne intimamente la natura, riducendoli a semplici spazi di transito, spogli di quella dignità che loro competeva.
Là dove un tempo si offriva un luogo atto alla sosta, alla conversazione e alla contemplazione, si viene ora a costituire un corridoio puramente di transito, privo di quella qualità sottile che rende una città veramente degna d’essere abitata. È, se mi è consentita l’espressione, una perdita silenziosa, ma di somma e gravissima entità.
Rifarebbe i viali, sapendo come sarebbero stati trasformati?
Li rifarei senz’altro, poiché continuo a credere nella virtù e nella nobiltà di quell’idea di città aperta, ordinata e civile. Ma forse, con un sorriso velato di amaro, aggiungerei al progetto una postilla: ammonire i posteri a non confondere la modernità con la fretta, né l’arte del governo cittadino con la mera capacità di rimediare agli errori già compiuti.
Temerei, nondimeno, che anche tale monito, come gli alberi dei viali, un giorno possa esser rimosso o obliato.
Che differenza vede tra la Firenze che lei trasformò e quella di oggi?
La Firenze del mio tempo, pur fra mille difficoltà e contraddizioni, era animata da un intento chiaro e unitario: rappresentare una nuova stagione della vita nazionale.
Oggidì mi pare di scorgere una certa frammentarietà, come se mancasse un disegno organico capace di tenere insieme le scelte singole. Si interviene, si adatta, si modifica… ma raramente si intravede quell’armonia complessiva che sola conferisce senso e durata all’operato umano.
Che giudizio dà dello stato in cui per anni sono state lasciate le Rampe?
Le Rampe non furono concepite come mero passaggio, ma come opera d’arte urbana, nella quale architettura, ingegneria e paesaggio concorrevano a comporre un insieme inscindibile.
Sapere che esse siano state per lungo tempo trascurate mi reca profonda amarezza: non per un sentimento personale, ma per ciò che tale incuria rivela della dimenticanza del valore intrinseco delle opere ben fatte. È una decadenza silenziosa: non si distrugge apertamente, ma si lascia che il tempo compia ciò che l’incuria ha iniziato.
Un giudizio sulle trasformazioni contemporanee, come nuovi edifici e interventi fuori scala?
Se tali moderne fabbriche si levano senza riguardo per il contesto, come corpi estranei e discordi, appaiono più prossime allo stravolgimento che al progresso. Una città vive nella continuità del suo animo; guai a chi recide sì prezioso vincolo.
Un giudizio sull’operato dell’attuale amministrazione?
Non spetta a me giudicare gli uomini; ma le opere, quelle sì, si offrono al giudizio di chiunque sappia osservare. E talvolta esse tradiscono un’inclinazione a soluzioni rapide e immediate, più che a una visione duratura e ponderata.
Che messaggio vuole lasciare ai cittadini di oggi?
Non considerino la città come semplice scenario delle proprie abitudini, ma come un bene comune di altissimo valore. Il progresso autentico non si misura nella celerità dei mezzi, ma nella qualità degli spazi che si consegnano alle generazioni future. Se questa qualità viene meno, ogni conquista tecnica si rivela, in ultima analisi, effimera.
Immagine in Copertina: ritratto di Giuseppe Poggi effettuato da Antonio Ciseri nel 1889 circa. Di Giaccai – Opera propria, CC BY-SA 3.0,
