Consiglio Comunale a Firenze: opposizione unita contro il “metodo Ferraro”. Il Pd resta in silenzio

© Fotocronache Germogli, specificare data

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Nonostante le scuse (tardive), lo scontro politico non si placa a Palazzo Vecchio

 

Non è stata una seduta qualunque. Per mezz’ora il Consiglio Comunale è diventato il palcoscenico di una critica trasversale e compatta dell’opposizione al presidente del Quartiere 5, Filippo Ferraro. Quattro comunicazioni e una domanda d’attualità hanno messo sotto accusa il suo comportamento di venerdì scorso durante la trasmissione Il Quotidiano dei Quartieri su Lady Radio: toni irrispettosi, sarcasmi pesanti, insulti e persino la minaccia di “tirare una testata” a chi osava parlare di delinquenza nel quartiere. Il fatto è noto. Ferraro, ospite della rubrica che dovrebbe avvicinare i cittadini ai cinque presidenti di quartiere, ha reagito alle telefonate con battute sprezzanti («Non credo ci sia Via Giuseppe Stalin a Firenze», «La sagra delle bischerate», «Questo è di fuori»), ha interrotto gli ascoltatori etichettandoli come «vannacciani» e, prima dello stacco pubblicitario, ha chiuso con un inequivocabile «vaffa…». Solo ieri, a 72 ore di distanza e dopo un comunicato stampa delle 13.10, ha chiesto nuovamente scusa: «Respingo fermamente ogni forma di violenza, anche verbale. Il dibattito deve restare sereno».

Ma in aula le scuse tardive non sono bastate. Anzi, sono state lette come un’occasione persa. Massimo Sabatini (Lista Civica Eike Schmidt) ha aperto i fuochi ricordando che Ferraro «dovrebbe guidare tutti i cittadini, non solo quelli della sua fazione». Ha definito le scuse «tardive e sempre attaccando chi stigmatizza il suo operato» e ha sottolineato l’inadeguatezza di un presidente che in trasmissione sbuffa, offende, diagnostica gli interlocutori come «di fuori» e arriva a ipotizzare testate. «Io sono nativo del Q5 – ha detto – festeggio il 25 Aprile e inorridisco di fronte a chi vuol dare testate ai cittadini. Le testate per l’opinione diversa le davano gli squadristi».

Angela Sirello (capogruppo FdI) ha usato parole nette: «C’è un momento in cui il microfono diventa uno specchio».E lo specchio ha restituito «non un’istituzione che ascolta, ma un potere che si infastidisce». Ha confessato di essersi immaginata la chat del Pd: «Conviene prendere le distanze o lasciar cadere tutto?». Il silenzio della maggioranza, per Sirello, è stato più grave delle parole stesse: «Il rispetto delle istituzioni viene prima dell’appartenenza politica. Voi invece no». E ha concluso con una stoccata durissima sul doppiopesismo: «Avete voluto togliere da una targa la scritta “medaglia d’oro”. Non la buttate: conservatela e mettetela davanti alla vostra porta, perché questa volta ve la siete meritata».

Luca Santarelli (capogruppo Noi Moderati) ha sollevato la questione etica di fondo: fino a che punto può spingersi un rappresentante istituzionale? «Scivolare in espressioni volgari o in metafore che evocano violenza fisica non è una caduta di stile, è un fallimento istituzionale». Le scuse formali, secondo lui, non possono essere «il colpo di spugna che chiude la questione». Firenze, ha ricordato, «merita l’eleganza di pensieri e di parole che rispecchi la sua storia secolare: democrazia è dialogo, non prevaricazione verbale».

Matteo Chelli (FdI) ha ironizzato sulla logica «a corto testa» di Ferraro, paragonandola alla testata di Zidane nel 2006, ma ha subito riportato la gravità della vicenda: «Stiamo parlando del quartiere più popoloso della città, con tante criticità da risolvere. Servono ascolto e dedizione, non insulti». Ha accusato la sinistra di ipocrisia: «Quando capita a noi di usare termini non consoni, puntate il dito subito. Qui invece silenzio». Per Chelli è stata «una delle pagine più brutte della storia politica di Firenze».

Anche Grazzini (Italia Viva), con la sua domanda d’attualità, ha chiesto alla Giunta se intendesse prendere le distanze. L’assessore Bettarini ha risposto che Ferraro è «una persona che apprezziamo per competenze ed entusiasmo», che le scuse sono state fatte e che «talvolta nel dibattito può scappare qualche espressione sbagliata». Grazzini ha preso atto delle parole della Giunta ma ha aggiunto un appello personale: «Presidente Ferraro, ci sblocchi tutti dai social. Deponiamo l’ascia di guerra».

Al di là delle singole parole, quello che emerge è un’immagine di un presidente di quartiere che, invece di fare da ponte tra cittadini e istituzioni, ha trasformato un momento di ascolto in uno sfogo di fastidio e superiorità. Chi chiama per segnalare problemi di sicurezza diventa “bischerata”, chi dissente è “fuori”, chi insiste merita una testata. Non è un incidente di percorso: è un modo di stare nelle istituzioni che tradisce il mandato stesso di presidente di tutti.

E il Pd? Il silenzio tombale dei banchi della maggioranza, rotto solo da una difesa minimalista dell’assessore Bettarini («ha chiesto scusa, basta così»), è la vera nota stonata della giornata. Nessuna presa di distanza chiara, nessuna condanna netta, nessuna parola di chi, in teoria, dovrebbe pretendere da un proprio iscritto un profilo istituzionale all’altezza. Come se il “metodo Ferraro” fosse un fastidio collaterale da archiviare con un comunicato, non un problema politico e culturale profondo.

Perché qui non si tratta solo di un “vaffa…” o di una testata metaforica. La vicenda non può essere archiviata come un semplice scivolone dialettico, poiché tocca il cuore del rapporto tra istituzioni e comunità: il rispetto dovuto a ogni cittadino, anche al più critico, è il presupposto per chiunque ricopra un ruolo pubblico. Il PD fiorentino è dunque chiamato a una scelta di coerenza politica, dimostrando che il profilo istituzionale e il rispetto per il dissenso non sono opzioni negoziabili, né possono essere sacrificati in nome di un temperamento “sanguigno”; solo una netta presa di distanza da toni offensivi e autoreferenziali potrà restituire dignità alla parola “democratico”, provando nei fatti che nessuna carica autorizza a trattare con sufficienza chi chiede solo il sacrosanto diritto di essere ascoltato.