Il “Cilindrone” di viale Belfiore: dov’era chi doveva vigilare?

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Paesaggio sfregiato e istituzioni assenti: un nuovo paradosso della tutela paesaggistica a Firenze

 

Fa male al cuore alzare lo sguardo verso la Cupola del Brunelleschi e trovarlo interrotto da un colosso di materiali plastici e industriali. A Firenze, l’armonia non dovrebbe essere un’opzione, ma un dogma. Eppure, questo “cilindrone” bianco è la prova di una miopia collettiva che lascia sgomenti. Qui non si tratta solo di estetica, ma di una responsabilità tradita da chi avrebbe dovuto avere mille occhi e ha preferito tenerli chiusi.

Inutile cercare colpevoli altrove se la Commissione Paesaggio di Palazzo Vecchio ha dato il suo via libera nel 2023. Dopo un primo rifiuto, il Comune ha cambiato idea, mettendo nero su bianco un “sì” che oggi appare incomprensibile. Se chi vive e governa la città non percepisce il peso di un simile impatto sul paesaggio, il danno non è un incidente, ma una scelta.

Dall’altro lato, lo stupore tardivo della Soprintendenza suona come una beffa. Definire l’opera “uno scherzo” a cose fatte è un’ammissione di sconfitta. Il silenzio-assenso è il fallimento della missione stessa dell’ente: la tutela non si fa con le interviste sdegnate, ma con la vigilanza attiva entro i termini di legge. Sessanta giorni di silenzio, in una città come questa, pesano più di mille firme.

Vedere questo skyline sfregiato dal “non visto” di due uffici tecnici è un paradosso inaccettabile. Abbiamo bisogno di istituzioni che tornino a guardare fuori dalla finestra, perché quando la burocrazia si limita a timbrare carte senza alzare la testa, a restare nell’ombra è l’anima stessa della nostra città. Chi ha il compito di proteggere questa eredità non può permettersi distrazioni. Perché ogni volta che un occhio si chiude per pigrizia amministrativa, Firenze perde un pezzo della sua storia.