L’assessora all’Urbanistica ripropone un modello già presente nel Piano Nardella, ma Firenze è già naturalmente “a misura d’uomo”
In un’intervista concessa pochi giorni fa a Firenze Post, l’assessora all’Urbanistica Caterina Biti ha delineato la sua visione della città, sottolineando come la sua delega le consenta di compiere scelte politicamente rilevanti. «Immaginare il futuro di una città attraverso le sue trasformazioni vuol dire intervenire anche sulla sua anima», ha dichiarato. E ha aggiunto:«Sogniamo una città nella quale, in 15 minuti a piedi, si possano raggiungere tutti i servizi necessari; una città in cui le aree pubbliche siano belle e vivibili, frequentate e capaci di creare spazi di socialità che rendano i quartieri più sicuri e decorosi. Una città viva è una città bella e sicura.»
Peccato che la narrazione della “città dei 15 minuti” non sia una novità per Firenze. Si tratta di un concetto già inserito nel Piano Operativo Urbanistico approvato durante l’amministrazione Nardella, rimasto però in gran parte sulla carta.
Un bene o un male? Questo modello di urbanistica, reso popolare dal ricercatore Carlos Moreno, promette di rendere ogni cittadino capace di raggiungere a piedi o in bicicletta, in circa 15 minuti, i servizi essenziali: lavoro, scuola, sanità, negozi, spazi verdi e cultura. Dietro l’idea di maggiore comodità e qualità della vita, tuttavia, emergono alcune preoccupazioni legittime legate al rischio di un controllo sempre più pervasivo sulla mobilità delle persone.
La città dei 15 minuti, riducendo fortemente la necessità di spostamenti liberi e lunghi, tende a configurare quartieri sempre più autosufficienti e isolati in se stessi. Questo approccio faciliterà anche forme di monitoraggio più capillare degli spostamenti attraverso strumenti digitali, dati di mobilità e sistemi di gestione urbana intelligenti. Ma ciò che appare come una semplice ottimizzazione urbanistica rischia di tradursi in una minore libertà di movimento spontaneo all’interno della città.
Un esempio concreto di come questo tipo di politiche possa evolversi viene da Oxford, in Inghilterra. Lì è stato introdotto un sistema di “traffic filters” che limita il passaggio delle auto private attraverso sei punti strategici della città, con un meccanismo di permessi che consente ai residenti di attraversare tali filtri per un massimo di 100 giorni all’anno (circa due giorni a settimana). Chi supera questo limite senza permesso incorre in sanzioni automatiche tramite telecamere a riconoscimento di targa. Sebbene le autorità presentino la misura come uno strumento per ridurre il traffico e incentivare mezzi alternativi, essa rappresenta un precedente significativo di limitazione quantitativa degli spostamenti in auto tra diverse zone della città.
Inoltre, l’esperienza della pandemia ha dimostrato quanto sia facile passare dalla prossimità come scelta volontaria al confinamento come misura imposta. Quando gli spostamenti vengono limitati “per il bene comune” (prima la salute pubblica, domani potenzialmente altre emergenze), la società si abitua progressivamente all’idea che restringere la mobilità individuale sia accettabile. La città dei 15 minuti, se spinta in modo ideologico, potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso una gestione più rigida degli spostamenti dei cittadini, rendendo strutturali meccanismi di controllo che oggi vengono presentati solo come strumenti di efficienza.
Se l’ex sindaco Nardella, dopo aver inserito il modello nel Piano Operativo, ha successivamente tirato il freno a mano, probabilmente avrà avuto le sue ragioni. Del resto, uno studio internazionale ha rilevato che Firenze è già, in buona parte, una città “a 15 minuti”: circa il 90% degli abitanti riesce a raggiungere molti servizi essenziali entro quel lasso di tempo, grazie alla sua struttura urbana storica compatta e umana. Questo non significa che la città funzioni perfettamente, ma dimostra che Firenze possiede già naturalmente le caratteristiche di prossimità senza bisogno di imporre modelli rigidi calati dall’alto.
Condividiamo con l’assessora Biti che la delega all’Urbanistica permette di compiere scelte politicamente rilevanti. Proprio per questo è necessario ribadire che la sua visione non è solo una questione tecnica, ma il frutto di una precisa impostazione ideologica, sostenuta da una parte dell’ambientalismo contemporaneo. Un’impostazione che rischia di spingere Firenze verso un modello di città più controllata e meno libera.
Firenze non ha bisogno di “sognare” la città dei 15 minuti: lo è già per sua natura storica. E non ha alcuna intenzione di farsi ingabbiare da visioni che, sotto la retorica della sostenibilità, potrebbero un giorno limitare le libertà individuali.
