Redditi fermi, industria svuotata, e un’economia sempre più basata sulla rendita: la Toscana scivola sempre più verso il basso, e i numeri lo certificano
La Toscana è ancora, per poco, sopra la media italiana. Venticinquemila euro di reddito medio dichiarato contro i ventiquattromila novecento della media nazionale: un margine sottile (MEF – Dipartimento delle Finanze, statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2024, elaborate e pubblicate da Il Sole24Ore, 26 aprile 2026). Ma se si guarda alla direzione del cambiamento invece che alla fotografia del momento, il quadro si fa inquietante: in termini di crescita reale del reddito medio tra il 2015 e il 2024, la Toscana si colloca al quintultimo posto tra le regioni italiane, con un misero più 3,3%. Non è un rallentamento congiunturale. È un declino strutturale, lungo, costante, che si stava consumando mentre altrove l’Italia — non certo brillante — correva comunque più veloce.
I dati provinciali aggravano il giudizio. Livorno registra la performance peggiore: appena più 1,8% di crescita netta nel decennio, nona peggiore provincia d’Italia su scala nazionale. Firenze e Massa-Carrara si fermano al più 2,2%, a pari merito al quindicesimo posto dal basso. Prato segue con il 3,1%. Solo Arezzo, con il 6,1%, si sottrae parzialmente alla tendenza, rimanendo comunque lontana dai ritmi delle province più dinamiche del paese (MEF – Dipartimento delle Finanze, variazioni provinciali 2015-2024, elaborate e pubblicate da Il Sole24Ore, 26 aprile 2026). Una mappa del declino che attraversa l’intera regione, senza distinzioni di vocazione economica o tradizione produttiva.
La causa profonda è un modello di sviluppo che Ires Toscana definisce terziarizzazione debole: la progressiva sostituzione dell’occupazione industriale qualificata con un terziario a basso valore aggiunto, gonfiato da precarietà, discontinuità contrattuale e salari stagnanti (Ires Toscana, Focus Economia e Lavoro 2025-2026). Un processo iniziato nella prima metà degli anni Novanta, quando le unità di lavoro dell’industria e dei servizi erano ancora in equilibrio. Oggi il terziario assorbe il 71,5% delle unità di lavoro, l’industria è scesa al 18,3%.
La ricchezza prodotta non è scomparsa: si è semplicemente spostata. Si è concentrata nella rendita — immobiliare, finanziaria — allontanandosi dal lavoro. Il risultato è un aumento della quota di lavoratori poveri e una polarizzazione crescente, sia salariale che territoriale. Dipendenti, pensionati, partite IVA: le dichiarazioni dei redditi raccontano la condizione di tutti loro, e il racconto non è rassicurante.
La domanda che i dati da soli non risolvono, è se nella Toscana rossa da sempre esistala volontà politica — e la capacità progettuale — di invertire una parabola discendente che dura ormai da trent’anni.
Fonte: Elaborazione Ires Toscana su dati Ministero dell’Economia e delle Finanze / Dipartimento delle Finanze (via Il Sole24Ore, 26 aprile 2026), Istat, Eurostat — Focus Economia e Lavoro 2025-2026
