Una campagna promozionale legata agli eventi culturali del Maggio Musicale finisce al centro delle critiche. Sabatini: “Il rischio è aprire la strada alla normalizzazione della pubblicità sui beni monumentali”
La storica Porta al Prato finisce al centro di una nuova polemica politica che intreccia tutela monumentale, promozione culturale e gestione dello spazio pubblico. A sollevare il caso è Massimo Sabatini, consigliere della Lista Civica Eike Schmidt, che punta il dito contro il manifesto pubblicitario apparso sull’antica porta cittadina, definendolo il simbolo di una contraddizione sempre più evidente nella gestione del patrimonio storico fiorentino.
“La fotografia del manifesto pubblicitario, seppur per eventi culturali, sull’edificio della storica ‘Porta al Prato’ apre prepotentemente, e di nuovo, il dubbio di come la tutela dei beni storici, artistici e culturali avvenga in questa città”, dichiara Sabatini, chiamando direttamente in causa Palazzo Vecchio e le autorizzazioni comunali relative agli impianti pubblicitari. Secondo il consigliere, infatti, l’episodio rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso, capace di legittimare l’utilizzo dei monumenti cittadini come semplici superfici promozionali.
“La domanda (retorica) che sorge è: un ente pubblico può legittimamente fare attività di promozione culturale in questo modo?!”, afferma, contestando la scelta di collocare una campagna pubblicitaria — pur legata a eventi culturali di rilievo come il Maggio Musicale Fiorentino — su un bene architettonico sottoposto a tutela. Sabatini precisa di non mettere in discussione il valore dell’iniziativa culturale, ma il contesto scelto per promuoverla: “La bellissima programmazione del Maggio merita certo una grande promozione, ma non è opportuno farla in tali postazioni”. Da qui l’allarme sul possibile effetto domino: “Ci rendiamo conto che ciò può far chiedere a chiunque di farsi pubblicità con affissioni sulle porte storiche che sono costruzioni tutelate dai Beni Culturali ed Artistici?”. Una riflessione che si trasforma in un’accusa politica più ampia sul rapporto tra amministrazione e patrimonio collettivo, fino alla stoccata finale: “Sarà bene ricordare che un simile bene non è proprietà del Comune ma di tutta la cittadinanza”.

