“No City for Old Men”: Firenze non è una città per vecchi

vincenzo freni

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La sociologia urbana direbbe che qualcosa non torna

 

Sono un anziano di 77 anni e a breve diventerò vecchio, quindi voglio riflettere a voce alta, perché qualcuno ascolti, sulla mia città, Firenze, per dire quanto complica la vita ai fragili e agli anziani, nonostante i proclami e quel linguaggio amministrativo sempre così pieno di inclusione, sostenibilità, partecipazione e attenzione ai più deboli.

Preciso subito una cosa. In questo testo, affronto soprattutto il tema degli anziani e delle persone fragili. Non parlerò della sicurezza, dell’insicurezza percepita e reale, del degrado, della vivibilità notturna, della trasformazione commerciale della città, della fuga dei residenti, della pressione turistica, della chiusura dei negozi di vicinato e di tante altre questioni che rendono Firenze sempre più difficile da abitare. Qui mi fermo a un punto preciso: che cosa succede quando una città viene progettata, trasformata e regolata senza mettersi davvero nei panni di chi è lento, fragile, malato, anziano, disabile, solo con se stesso, poco digitale o semplicemente stanco.

Sì, oggi provo a parlare della città che rende difficile la vita agli anziani, ai fragili, ai disabili e a chi cammina piano e non può fare tutto con un telefono in mano e mille password nella testa. Non vorrei però farne una lamentazione personale, magari liquidabile con il solito “Vincenzo, sei contro il progresso e contro le scelte di sinistra di questa amministrazione”. Per questo provo a guardare la questione con l’aiuto della sociologia urbana, quella seria, documentata, nata proprio per capire come lo spazio pubblico possa includere oppure escludere e aiutare oppure complicare la vita dei più deboli.

E qui nasce il primo paradosso, almeno per me che ho studiato Scienze Politiche in Via Laura, piano di studi con tutti gli esami di sociologia. La sociologia moderna, in buona parte della sua tradizione europea, nasce proprio dalla costola politica e culturale della sinistra, cioè dall’attenzione verso le masse popolari, gli operai, i poveri, gli anziani e gli svantaggiati, quelli che non hanno strumenti per difendersi da soli. Eppure Firenze, città amministrata ininterrottamente dalla sinistra, sembra spesso dimenticare proprio quella lezione. Non la sinistra dei comizi, dei manifesti e delle celebrazioni a senso unico, ma quella più concreta, più antica e più seria, che avrebbe sempre dovuto chiedersi una cosa semplice: una scelta urbana migliora davvero la vita dei più deboli, oppure la rende più faticosa?

A questo punto la domanda diventa inevitabile e mi rivolgo al lettore: sei proprio sicuro, tu che hai sempre votato a sinistra, che queste siano davvero scelte di sinistra? Sei sicuro che rendere più difficile parcheggiare per chi deve accompagnare un malato, togliere punti di riferimento a chi si orienta con fatica, sostituire lo sportello umano con il portale digitale, moltiplicare divieti, procedure, app, chiavette e percorsi obbligati sia davvero una politica di sinistra?

La sociologia urbana, quella che studia gli effetti concreti delle scelte sul corpo delle persone sembrerebbe dire di no. Perché la Firenze contemporanea ama definirsi sostenibile, green, digitale e intelligente. Ma intelligente per chi? Per il turista giovane che arriva con il trolley, o per il professionista con lo smartphone sempre carico? Per chi può pagare un taxi, prenotare online, camminare per venti minuti su marciapiedi spaccati, prendere la tramvia, scaricare un’app che non funziona come dovrebbe, orientarsi in una città che muta, quando va bene, ogni due mesi? Oppure anche per l’anziano che deve andare dal medico, per la signora con il deambulatore, per chi accompagna un coniuge malato, per chi non vede bene, per chi ha problemi urinari, per chi non ha un nipote digitale da consultare a ogni novità informatica?

Qui aggiungo una cosa che riguarda anche la mia professione. Per anni, nelle ricerche sociali e di marketing, quando si studiavano percorsi, prodotti, oggetti domestici, confezioni, scatole da aprire, istruzioni da capire, strumenti da usare, si cercava di mettere il ricercatore e il progettista nella condizione reale di chi avrebbe utilizzato quell’oggetto o quel servizio. Si provava ad aprire una confezione con una mano sola, a muoversi in carrozzina, a usare un prodotto con un braccio bloccato, a simulare altezze fisiche inferiori alla media, a indossare occhiali molto scuri per capire cosa vede un ipovedente, a capire se un wc o un lavabo era adatto ad un disabile, a verificare se una scritta fosse leggibile e davvero comprensibile. Non era un segreto professionale, era buon senso applicato. Prima di progettare per gli altri, bisognava provare, almeno per un momento, a diventare gli altri.

Ecco, lo stesso spirito dovrebbe appartenere al ricercatore urbano, all’urbanista, all’amministratore pubblico. Prima di togliere un parcheggio, prova ad accompagnare un anziano all’ambulatorio li vicino. Prima di cambiare una viabilità, prova a rifare il percorso con un ipovedente. Prima di dire “prenda la tramvia”, prova a raggiungere quella fermata lontana con un deambulatore. Quando progetti un portale siediti accanto a una persona di ottantacinque anni e chiedile di prenotare una visita specialistica con lo SPID, il codice temporaneo e la conferma via mail. Dopo, forse, parlando di innovazione sarai più cauto.

L’OCSE, in un rapporto del 2025 dedicato alle città per tutte le età, ricorda che senza politiche urbane inclusive rispetto all’invecchiamento le città rischiano conseguenze sociali pesanti, dall’isolamento alla salute peggiore, dall’aumento della spesa pubblica alla perdita di partecipazione sociale. La mia non è dunque nostalgia o un mugugno da pensionato, è un problema ormai riconosciuto nelle politiche urbane internazionali. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità insiste da anni sul concetto di città amiche degli anziani, cioè città capaci di favorire autonomia, partecipazione, accessibilità, sicurezza e dignità nella vecchiaia. Una città “age friendly”, l’ho detto per essere alla moda british, non è una città piena di slogan sulla terza età, facile rifarsi solo il trucco, ma una città dove una persona anziana può ancora attraversare, sedersi, orientarsi, usare i servizi e andare dal medico senza sentirsi ogni giorno un residuo del passato.

E allora guardiamo Firenze. I cassonetti elettronici, le chiavette per conferire la spazzatura, la raccolta differenziata sempre più regolata e tecnologica possono diventare per una persona anziana un piccolo esame quotidiano. La città ecologica, se non tiene conto della fragilità, rischia di trasformare perfino il conferimento dell’umido in una prova di idoneità alla cittadinanza. Poi ci sono i parcheggi. Qui il discorso è ancora più scivoloso, perché ormai l’automobile è stata trasformata nel grande colpevole morale della città contemporanea. Ma non tutte le auto sono uguali, e soprattutto non tutti gli automobilisti sono uguali. C’è chi usa l’auto per comodità, certo, ma c’è anche chi la usa perché deve accompagnare una persona malata, andare a una visita, portare medicine, fare la spesa pesante, raggiungere un ospedale, muoversi con dolori, con limiti fisici, con l’ansia di non farcela. Ridurre la sosta senza costruire alternative realmente accessibili significa colpire proprio chi ha meno possibilità di adattarsi. È facile dire “prenda la tramvia”, quando la tramvia è lontana e gli autobus sono stati ridotti o spostati, più difficile è dirlo a chi cammina male, ha bisogno di sedersi spesso e teme le cadute.

Qui torna attualissimo Henri Lefebvre con il suo “diritto alla città”. Il diritto alla città non è il diritto a guardare le vetrine del centro storico, ma il diritto concreto a usare lo spazio urbano, ad abitarlo, attraversarlo, riconoscerlo, non esserne espulsi da regole, costi, ostacoli e trasformazioni decise altrove. Se la città diventa praticabile solo per chi è giovane, sano, digitale e veloce, allora quel diritto diventa una concessione selettiva. C’è poi un aspetto più invisibile, ma forse ancora più doloroso: la memoria viaria. Kevin Lynch spiegava che ognuno di noi costruisce nella propria testa una mappa della città fatta di percorsi e punti di riferimento. Per un anziano, immaginiamo anche un ipovedente, quella mappa è spesso una forma di sicurezza. Sa dove girare, dove attraversare, dove trovare una panchina, dove c’è la farmacia, dove c’era un negozio, dove passava l’autobus, dove si poteva parcheggiare, dove il marciapiede era praticabile. Quando tutto cambia continuamente, sensi di marcia, divieti, corsie, fermate, cartelli, cantieri, attraversamenti, quella mappa mentale si rompe. Chi è giovane la aggiorna ma chi è fragile si perde, o peggio ancora smette di uscire.

E poi arriva l’informatica, la grande religione civile del nostro tempo. Prenotazioni sanitarie online, fascicolo elettronico, SPID, app, codici, portali, sportelli virtuali, messaggi automatici, password scadute. Secondo l’Istat, nel 2024 in Italia l’uso di Internet scendeva al 68,1% tra le persone di 65-74 anni e al 31,4% tra gli over 75. Traduzione brutale: se sei anziano e non hai qualcuno che ti aiuta, rischi di essere tagliato fuori. Una volta eri un cittadino che andava allo sportello. Oggi sei un utente che deve entrare nel portale, e anche per chi mastica informatica non sempre è chiaro dove cliccare, cosa confermare, quale codice recuperare. Una volta lo sportello aveva una persona. Il portale ha una schermata.

Poi ci sono le buche, i marciapiedi rotti, gli scivoli delle carrozzine occupati dalle auto, dalle bici elettriche e dai carrelli del supermercato abbandonati, i monopattini che viaggiano spediti sui marciapiedi, le strisce pedonali scolorite, i cantieri eterni, le panchine che spariscono, le fontanelle chiuse o trascurate per usi impropri, i bagni pubblici praticamente inesistenti. Anche questo è urbanistica, politica e sociologia applicata. Perché per una persona fragile una buca rappresenta una caduta possibile. Un marciapiede rotto per la carrozzina di un disabile è un confine. Una panchina mancante ti costringe a non uscire, così come un bagno irraggiungibile è una forma di esclusione.

Jane Jacobs, di cui ho già scritto, ci ha insegnato che la città vive nei marciapiedi, nei negozi di vicinato, nelle relazioni minute, nella sicurezza e nella possibilità di essere visti e aiutati nel bisogno, anche solo per attraversare una strada. Quando invece la città viene progettata come una macchina turistica e digitale, sempre meno umana, il cittadino fragile diventa un corpo fuori misura, una presenza scomoda magari da espellere. Ecco allora il paradosso finale. La città che si dichiara progressista diventa regressiva proprio nella vita quotidiana. Parla di inclusione, ma rende più difficile muoversi. Parla di sostenibilità, ma non distingue tra chi può rinunciare all’auto e chi no. Parla di digitalizzazione, ma dimentica chi non ha strumenti digitali. Parla di decoro, ma non garantisce panchine, bagni, fontanelle e luoghi di sosta. Parla di partecipazione, ma cambia la città sopra la testa di chi la abita da settant’anni.

C’è poi un concetto di un libro letto una ventina di anni fa che mi torna spesso in mente, quello del tipping point, il punto critico oltre il quale un fenomeno cambia improvvisamente natura. Malcolm Gladwell lo ha reso famoso parlando di dinamiche sociali che crescono lentamente e poi, quasi di colpo, esplodono. Firenze potrebbe scoprire il suo tipping point. Perché il malcontento urbano non nasce quasi mai da un solo grande errore. Nasce da cento piccoli fastidi amministrativi che si sommano in silenzio (adesso siamo in attesa della novità della divisione dei parcheggi della città), finché un giorno il cittadino non protesta più per il singolo parcheggio o la singola buca, ma per una sensazione più profonda: “questa città non mi riconosce più”. E quando una città smette di riconoscere i suoi abitanti, prima o poi anche gli abitanti smettono di riconoscersi nella città come è diventata. Perché una città davvero civile dovrebbe essere gentile soprattutto con chi cammina piano.