Sei immobili provenienti dal fondo immobiliare del Ministero dell’Economia sono in vendita entro il 23 settembre: Sinistra Progetto Comune e Rete Antisfratto chiedono l’immediata sospensione delle procedure
Torna sotto i riflettori la vicenda delle ex case popolari conferite dal Comune di Firenze al fondo immobiliare gestito da Invimit SGR, la società del Ministero dell’Economia. Sei immobili pubblici saranno messi all’asta con offerte da presentare entro il 23 settembre, ma Sinistra Progetto Comune e Rete Antisfratto chiedono di fermare immediatamente la procedura, sostenendo che potrebbe riproporsi un’operazione già giudicata illegittima dalla giustizia amministrativa.
Sul mercato finiscono un appartamento di quasi 500 metri quadrati in via dei Servi, valutato quasi due milioni di euro, quattro unità residenziali tra via del Romito 15 e 17 e un fabbricato con area edificabile in via dell’Accademia del Cimento 32. Secondo Dmitrij Palagi e Giuseppe Cazzato non si tratta di immobili qualsiasi, ma di beni appartenenti al pacchetto dei 61 immobili che Palazzo Vecchio decise di conferire al fondo immobiliare con la delibera del 27 dicembre 2017.
Una scelta che richiama direttamente il precedente di via de’ Pepi, conclusosi con la sconfitta del Comune davanti ai giudici. Come ricordano i promotori dell’iniziativa, il TAR Toscana prima e il Consiglio di Stato poi hanno stabilito che quegli alloggi erano edilizia residenziale pubblica acquistata con fondi pubblici e destinata a case popolari, quindi non alienabile attraverso un fondo di investimento.
Per Palagi e Cazzato il principio affermato dai giudici non sarebbe mai stato esteso agli altri immobili inseriti nello stesso conferimento, nonostante già nel 2017 fosse stato segnalato che molti di quegli appartamenti, in particolare nella zona del Romito e nel centro storico, erano stati “declassati” a patrimonio disponibile poco prima della cessione. Una scelta che, secondo i ricorrenti, i giudici hanno già ritenuto irrilevante nel caso di via de’ Pepi, dove a prevalere è stata la natura sostanziale degli immobili e non la loro classificazione amministrativa. Da qui una lunga serie di iniziative istituzionali: interrogazioni, question time, ordini del giorno e richieste di chiarimento presentate tra il 2025 e il 2026.
“Il tempo delle non risposte è finito: ora c’è un’asta con una scadenza”, affermano i due firmatari del comunicato. La contestazione non riguarda soltanto il profilo giuridico, ma anche quello economico e politico. Nel 2017 il Comune incassò circa 3,18 milioni di euro dall’intero pacchetto conferito al fondo; oggi Invimit chiede oltre 3,8 milioni di euro per appena sei lotti. Secondo gli esponenti di Sinistra Progetto Comune e della Rete Antisfratto, gli immobili sarebbero proposti a valori inferiori a quelli di mercato, lasciando spazio a possibili operazioni speculative, mentre la promessa valorizzazione del patrimonio sarebbe rimasta sulla carta. Gli edifici risultano infatti ancora vuoti: quelli di via del Romito vengono venduti come completamente da ristrutturare, mentre in via dell’Accademia del Cimento l’ex alloggio è ormai descritto come un rudere destinato alla demolizione e alla successiva edificazione.
Una situazione che, sottolineano gli autori del comunicato, contrasta con l’emergenza abitativa cittadina, dove oltre tremila famiglie attendono un alloggio ERP e l’amministrazione comunale ha previsto un indebitamento di venti milioni di euro per recuperare le case popolari attualmente sfitte.
Per questo sarà depositato un nuovo ordine del giorno in Consiglio comunale con una richiesta precisa alla sindaca e alla giunta: “Chiediamo che la Sindaca e la Giunta si attivino immediatamente presso Invimit e il Ministero dell’Economia perché la vendita sia sospesa finché non sia accertata, immobile per immobile, la natura giuridica dei beni”. Le verifiche richieste riguardano l’origine dei finanziamenti con cui gli immobili furono acquistati, la loro destinazione all’edilizia residenziale pubblica e l’eventuale assegnazione come case popolari, gli stessi criteri individuati dal Consiglio di Stato nella sentenza su via de’ Pepi. Viene inoltre chiesto di chiarire come sia stato rispettato il vincolo, assunto nella delibera del 2017, di destinare i proventi dell’operazione all’edilizia sociale e all’ERP, dal momento che gli incassi delle vendite confluiscono nel fondo e non direttamente nelle casse comunali.
L’appello finale è rivolto all’amministrazione affinché intervenga prima che sia nuovamente la magistratura a decidere. “Via de’ Pepi ci ha insegnato che le case popolari non si difendono da sole: servono anni di cause, inquilini coraggiosi e istituzioni disposte ad ammettere gli errori. Questa volta chiediamo di non arrivare in tribunale: si fermi l’asta, si facciano le verifiche, si restituisca alla città ciò che è suo.”



