Quando il dibattito sulla mobilità supera il limite: l’espressione «spostamenti parassiti» scatena lo scontro politico e la richiesta di chiarimenti
C’è una sottile linea che separa l’analisi tecnica da quello che sembra un giudizio morale. Ed è una linea che chiunque sia chiamato a progettare il futuro di una città dovrebbe evitare accuratamente di oltrepassare. Per questo le dichiarazioni del consulente Ciurnelli, incaricato dal Comune di Firenze per la redazione del nuovo Piano generale del traffico, e riportate su Novaradio e Nove da Firenze, meritano una riflessione che va ben oltre la polemica politica del momento.
Definire infatti come “spostamenti parassiti” i tragitti effettuati in automobile per percorrere meno di due chilometri, compresi quelli legati all’accompagnamento dei figli a scuola — e bollare come «uno spostamento che grida vendetta» proprio lo spostamento in auto accompagnato, quello di chi porta i figli a scuola — non rappresenta soltanto una discutibile scelta lessicale. Secondo le dichiarazioni di Ciurnelli, quei tragitti sono la condizione in cui resta intrappolato chi è obbligato a usare l’auto, e la loro riduzione è indicata come un obiettivo del Piano a vantaggio degli stessi automobilisti. Ma anche dentro un ragionamento che dice di voler aiutare chi guida, un lessico simile rivela una visione della mobilità nella quale il cittadino non è più il destinatario delle politiche pubbliche, ma il problema da correggere.
È un approccio che rischia di confondere la causa con l’effetto. Perché se migliaia di persone utilizzano ogni giorno l’automobile per percorsi brevi, la domanda che dovrebbe porsi chi pianifica la città non è come etichettarle, ma perché continuino a farlo. Forse perché gli orari di lavoro non coincidono con quelli scolastici. Forse perché le reti di trasporto esistenti non garantiscono collegamenti rapidi e affidabili. Forse perché una famiglia con due o tre figli, impegni distribuiti in quartieri diversi e tempi sempre più compressi vive una realtà che nessun diagramma di flusso riesce a raccontare fino in fondo. Nessuna trasformazione urbana può essere costruita sulla colpevolizzazione dei cittadini. Le città cambiano quando vengono offerte alternative credibili, non quando si distribuiscono etichette.
È in questo contesto che si inserisce l’intervento del capogruppo di Italia Viva a Palazzo Vecchio, Francesco Grazzini, che ha chiesto una presa di distanza dell’amministrazione comunale dalle parole attribuite al consulente: «Sono rimasto sinceramente incredulo leggendo le dichiarazioni attribuite al consulente incaricato dal Comune di Firenze per la redazione del nuovo Piano generale del traffico, Stefano Ciurnelli, che ha parlato di “spostamenti parassiti” con riferimento a chi utilizza l’auto per percorrere meno di due chilometri e accompagnare i figli a scuola. Se queste parole sono state riportate correttamente, le ritengo gravissime e profondamente irrispettose nei confronti di migliaia di famiglie fiorentine. Mi auguro che Ciurnelli le smentisca o che la Giunta comunale prenda chiaramente le distanze da un’espressione così offensiva».
Un giudizio netto che trova il proprio punto di forza non tanto nella polemica politica quanto nel richiamo alla concretezza della vita quotidiana. «Ma dove vive chi usa parole del genere? Due chilometri possono sembrare pochi sulla carta, ma nella vita reale significano accompagnare bambini piccoli, rispettare gli orari della scuola e poi correre a raggiungere il posto di lavoro. Significano far quadrare i tempi, magari con più figli, con la pioggia, con il caldo e con mille impegni che chi vive davvero la città conosce bene. Definire tutto questo “parassita” è un insulto inaccettabile».
Al di là delle appartenenze politiche, resta una questione di fondo che Palazzo Vecchio difficilmente potrà ignorare. Se l’obiettivo è convincere i cittadini a cambiare abitudini, il rispetto dovrebbe essere il punto di partenza. Perché una città moderna non si costruisce contrapponendo automobilisti e ciclisti, famiglie e pianificatori, centro e periferie. Si costruisce comprendendo i bisogni reali delle persone e offrendo loro soluzioni migliori.
E quando le parole utilizzate da chi progetta il futuro della mobilità finiscono per apparire più divisive dei problemi che intendono risolvere, allora il problema non è il traffico. È la distanza crescente tra la città raccontata nei dossier e quella vissuta ogni mattina dai suoi cittadini.


