Due ricerche pubbliche, due interrogativi metodologici: perché non è stata diffusa integralmente l’indagine sugli affitti brevi? E perché, nello studio sulla mobilità, si sono misurati flussi e distanze senza approfondire le ragioni degli spostamenti?
Dialogo fra un professore di ricerca sociale e uno studente.
Studente: Professore, cominciamo dalla ricerca sugli affitti brevi. Era stato annunciato che sarebbe stata pubblicata integralmente, ma non è avvenuto. Perché?
Professore: Non posso conoscere le ragioni interne della scelta. Posso però dirti che, quando una ricerca è solida e sostiene efficacemente le decisioni del committente, è normalmente interesse di quest’ultimo renderla pubblica. La mancata pubblicazione impedisce una valutazione indipendente e genera inevitabilmente interrogativi. Una ricerca commissionata da un’amministrazione pubblica e utilizzata per giustificare scelte con conseguenze economiche e sociali dovrebbe poter essere esaminata.
Studente: Passiamo allora all’indagine preparatoria al Piano della mobilità. Sono stati presentati molti dati quantitativi, veicoli, distanze, flussi e tempi di percorrenza. Perché non sono state studiate anche le motivazioni degli spostamenti?
Professore: È una domanda fondamentale. La domanda non avrebbe dovuto essere soltanto: «Quante automobili circolano a Firenze e come possiamo ridurle?» Avrebbe dovuto essere: «Perché le persone utilizzano l’automobile, quali bisogni soddisfano, quali vincoli incontrano e quali alternative possono realmente utilizzare?» Nel primo caso la conclusione è già contenuta nella domanda. Nel secondo la ricerca rimane aperta e serve davvero a comprendere il fenomeno.
Studente: Quindi l’impostazione iniziale determina tutto il lavoro successivo?
Professore: Esattamente. Una ricerca nasce da un brief. Il brief definisce il problema, gli obiettivi, le ipotesi da verificare, la popolazione da studiare, il territorio, le informazioni necessarie e l’impiego dei risultati. Deve essere predisposto da una persona competente, capace di trasformare una necessità politica o amministrativa in un problema conoscitivo oggettivo. Non deve indicare al ricercatore quale risultato ottenere. Quando il brief è incompleto o già orientato verso una conclusione, anche una rilevazione tecnicamente precisa rischia di rispondere alla domanda sbagliata.
Studente: Che cosa avrebbe dovuto prevedere il brief sulla mobilità?
Professore: Almeno questi obiettivi: comprendere chi utilizza l’automobile, rilevare le motivazioni degli spostamenti, distinguere gli usi necessari da quelli sostituibili, ricostruire i viaggi completi, valutare le alternative disponibili e analizzare i vincoli professionali, familiari, sanitari, fisici e territoriali. Avrebbe dovuto inoltre considerare la mobilità metropolitana e la percezione di sicurezza collegata a fermate, percorsi pedonali, parcheggi e mezzi pubblici. Solo dopo questa analisi sarebbe stato possibile progettare politiche differenziate.
Studente: Ma allora perché questa parte qualitativa sulle motivazioni potrebbe essere stata omessa?
Professore: Posso formulare soltanto delle ipotesi. Potrebbe essere stata sottovalutata oppure potrebbe darsi che il soggetto incaricato avesse competenze prevalentemente trasportistiche e quantitative, ma minore esperienza nelle ricerche sociali sul campo. Esiste poi una terza possibilità: non approfondire le motivazioni avrebbe evitato risultati capaci di rendere più complessa una politica generalizzata di riduzione dell’automobile.
Studente: In che senso? Professore: Immaginiamo, soltanto a titolo esemplificativo, che una ricerca avesse rilevato questa distribuzione: il 24 per cento utilizza l’auto per attività lavorative che richiedono spostamenti frequenti o il trasporto di strumenti e merci; il 18 per cento proviene da zone dove il trasporto pubblico è lento, poco frequente o richiede numerosi cambi; il 14 per cento accompagna familiari a ospedali, visite o strutture assistenziali; e così via dicendo e soltanto il restante 5 per cento utilizza l’automobile prevalentemente per abitudine o comodità, pur disponendo di alternative ragionevoli. Sono percentuali puramente illustrative, non dati reali. Servono a mostrare come la conoscenza delle motivazioni possa cambiare radicalmente l’interpretazione dei flussi.
Studente: In questo caso non sarebbe più possibile affermare che un tragitto breve sia facilmente sostituibile.
Professore: Infatti. La distanza non spiega la natura dello spostamento. Un chilometro percorso da un artigiano con le attrezzature non equivale allo stesso chilometro percorso da uno studente. Un genitore che combina scuola e lavoro non è nella stessa condizione di chi effettua un unico viaggio lineare. Una persona anziana diretta a un ospedale non può essere assimilata a un giovane senza particolari vincoli. Una ricerca sulle motivazioni avrebbe costretto l’amministrazione a distinguere le diverse categorie e a indicare alternative concrete per ciascuna.
Studente: Quindi i risultati avrebbero potuto mettere in difficoltà decisioni già orientate?
Professore: Avrebbero certamente reso il quadro più complesso.
Studente: Una ulteriore curiosità, Quanto sarebbe costata una ricerca completa con informazioni sulla motivazione all’utilizzo dell’auto? Professore: Sulla base della mia esperienza, un’indagine quali quantitativa ben progettata avrebbe richiesto circa due mesi con un investimento indicativo fra 40.000 e 50.000 euro avrebbe permesso di realizzare un lavoro serio. Si sarebbero potuti rilevare i principali profili di mobilità, distinguere le motivazioni professionali, familiari, sanitarie e territoriali e valutare le alternative effettivamente disponibili.
Studente: A chi avrebbe potuto essere affidata?
Professore: A un istituto specializzato nelle ricerche sociali e di mercato, aderente a codici professionali riconosciuti. Ma la domanda più interessante credo sia un’altra: perché non coinvolgere l’Ufficio di statistica del Comune di Firenze usando risorse interne? Quell’ufficio dispone delle competenze e della conoscenza del territorio necessarie per definire il problema, predisporre il brief, costruire il campione e il questionario, individuare le variabili, controllare la qualità dei dati e analizzare i risultati. Eventualmente solo la rilevazione sul campo avrebbe potuto essere affidata a una società specializzata, con intervistatori adeguatamente formati.
Studente: Quale sarebbe stato il vantaggio?
Professore: Una struttura interna conosce le serie storiche, il patrimonio informativo comunale, la distribuzione della popolazione e le relazioni fra i diversi servizi. Può integrare i nuovi dati con quelli già disponibili e garantire continuità fra ricerca e decisione amministrativa. Soprattutto, un ufficio pubblico di statistica dovrebbe essere orientato alla produzione di conoscenza oggettiva, non alla conferma di una decisione politica. La questione non riguarda soltanto chi effettua le interviste, ma chi governa l’intero processo conoscitivo.
Studente: Quindi tutto parte dalla formulazione del problema?
Professore: Sì. Una ricerca è tanto valida quanto lo è la domanda dalla quale prende avvio. Un processo corretto dovrebbe partire dal problema, proseguire con un brief competente, formulare ipotesi da verificare, scegliere metodi quantitativi e qualitativi, raccogliere e analizzare i dati e rendere trasparenti i risultati. Solo alla fine dovrebbero essere costruite le politiche.
Studente: Quale impressione ricava, invece, dal percorso seguito?
Professore: Che sia stata dedicata grande attenzione alla misurazione tecnica dei flussi e assai meno alla comprensione sociale dei comportamenti. I dati quantitativi non sono inutili, ma insufficienti. La mobilità non riguarda soltanto veicoli, infrastrutture e tempi di percorrenza. Dentro ogni viaggio vi sono lavoro, famiglia, salute, età, reddito, sicurezza e disponibilità di tempo. Se queste dimensioni non vengono rilevate, non si studia pienamente la mobilità. Si studia soltanto la circolazione dei mezzi.
Studente: Credo di aver compreso.
Professore: Ricorda allora una regola fondamentale: la ricerca sociale non deve fornire una veste scientifica a una scelta già compiuta. Deve ridurre l’incertezza, mettere alla prova le ipotesi e impedire che l’amministrazione confonda le proprie intenzioni con la realtà. Prima si comprende il comportamento, poi si valutano le alternative, infine si decide. Invertendo questa sequenza non si costruisce una politica sui bisogni della popolazione.


