Di Veronica Vichi
A te, che sei stata la mia culla, la mia fierezza, la mia casa. A te, Firenze, che oggi stento a riconoscere e che guardo con la morte nel cuore. Ti ho amata di un amore profondo e viscerale, lo stesso amore che si porta alle cose sacre. Ma oggi mi aggiro per le tue strade e mi sento un’estranea. Mi guardo intorno e non trovo più la tua anima: vedo muri imbrattati, vicoli soffocati dalla sporcizia, angoli consegnati al degrado, alla delinquenza e all’illegalità sfrontata che si muove padrona nell’indifferenza generale.
C’è un’amara ironia nel vedere come la disciplina, il controllo e la vessazione valgano ormai soltanto per i cittadini perbene, mentre a chi sfigura la tua bellezza e ne calpesta le regole viene concessa una paradossale e totale impunità. Abbiamo permesso a questa amministrazione di ridurti a uno stato di degrado così totale, svendendo la storia e l’identità di Firenze, regalando i tuoi spazi e abbandonandoti al degrado più profondo. Si è scelto di calpestare le radici di una città millenaria in nome di un’accoglienza sregolata e di una gestione miope, consegnando quartieri interi al caos e all’insicurezza.
Ma la ferita più dolorosa, quella che mi porto dentro come una triste e pesante consapevolezza, non è soltanto nelle pietre rovinate. È nell’resa di chi ti viveva. Dove sono finiti i fiorentini? Quelli veri, autentici, svaniti lentamente, deceduti come il mio babbo, o spinti ad andarsene via. E quelli che sono rimasti… cosa sono diventati? C’era un tempo in cui il fiorentino era l’incarnazione dei Maledetti Toscani di Malaparte: uomini e donne di una tempra fiera, sagaci, irriverenti, dotati di quell’intelligenza pungente che li rendeva inviolabili e, per questo, profondamente liberi.
Oggi, invece, vedo con amarezza un popolo che si è piegato a tutto. Giuseppe Prezzolini scriveva che «la libertà è fatta per quei pochi che sono in grado di vivere il tormento di una scelta». Ecco, noi quella scelta non l’abbiamo fatta. Abbiamo subito e basta. Non abbiamo scelto di difendere la nostra città, la nostra storia, la nostra bellezza: l’abbiamo svenduta, l’abbiamo regalata, l’abbiamo lasciata andare via nell’apatia.
Mi manca immensamente quella saggezza antica, quel carattere fiero e mai domo. Cammino lungo l’Arno e non sento più quel vocio vigile e disincantato, ma solo il silenzio complice di una città che si è lasciata piegare la schiena e plasmare da un disegno calato dall’alto. Ti guardo, Firenze mia, e il dolore si fa melodrammatico ma spietatamente reale. Ti amo ancora, sì, ma è l’amore nostalgico che si porta a qualcosa che abbiamo perduto per sempre. E mentre ti osservo trasformata nell’ombra di te stessa, la spina più profonda resta questa: aver scoperto che abbiamo rinunciato a scegliere, lasciando che altri distruggessero ciò che eravamo.
Veronica

