FOCUS LFCV | Firenze, la città delle saracinesche abbassate: 1.500 artigiani in meno non sono un dettaglio

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Mentre spariscono negozi di prossimità e botteghe artigiane, crescono ristoranti, alloggi e attività pensate solo per il turista

C’è una classifica che dovrebbe far riflettere molto più di tante dichiarazioni celebrative sulla Firenze «modello». È quella elaborata dalla CGIA di Mestre sulla diminuzione delle imprese artigiane: Firenze è seconda in Italia per perdita assoluta, con circa 1.500 unità in meno in un solo anno, pari al -5,4%. Davanti c’è soltanto Bologna, con 2.113 imprese artigiane perse. Dietro Firenze troviamo realtà come Monza e Brianza, Pesaro-Urbino e Mantova.
Dietro quel -5,4% ci sono serrande che si abbassano, laboratori che scompaiono, professionisti che vanno in pensione senza trovare qualcuno disposto a raccogliere il testimone. E soprattutto c’è un pezzo di città che viene cancellato. La fotografia nazionale è già preoccupante. Secondo l’analisi CGIA ripresa da Il Giornale delle PMI, le imprese artigiane attive in Italia sono passate dal picco di quasi 1,5 milioni del 2008 a circa 1,22 milioni nel 2025. Ma ancora più impressionante è il dato relativo alle persone: dal 2015 al 2025 gli artigiani sono diminuiti di quasi 434 mila unità, il 25,1%.
Le ragioni sono molteplici: concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce, costi energetici, fiscalità, affitti, cambiamento delle abitudini di consumo, invecchiamento degli imprenditori e difficoltà nel trovare giovani disposti a intraprendere mestieri manuali. La stessa CGIA avverte che, senza un’inversione di tendenza, tra qualche anno potrebbe diventare sempre più difficile trovare persino un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista.
Ma c’è un passaggio dell’analisi che dovrebbe interessare particolarmente Firenze: quando scompare una bottega non scompare soltanto un’attività economica. Scompare un presidio di socialità, di competenze, di identità e, spesso, anche di sicurezza urbana.
Ed è proprio qui che il discorso nazionale diventa drammaticamente fiorentino. I numeri del commercio raccontano una trasformazione che ormai non può più essere derubricata alla generica «crisi del commercio». Secondo l’Osservatorio Confcommercio, tra il 2012 e il 2025 a Firenze sono spariti 983 negozi: 293 nel centro storico e ben 690 nel resto della città. Nel centro storico i negozi al dettaglio sono passati da 1.753 a 1.460; nel resto del territorio comunale da 3.256 a 2.566. E mentre spariscono negozi, aumentano le attività legate al turismo e alla ristorazione. Nel centro storico, nello stesso periodo, le imprese di alloggio e ristorazione sono passate da 1.200 a 1.520; i ristoranti da 400 a 573 e le strutture ricettive extralberghiere da 177 a 409. È difficile non vedere la trasformazione: meno botteghe, meno servizi quotidiani, meno residenti e più attività costruite sull’economia turistica.
Non significa che il turismo sia il male. Sarebbe una semplificazione sciocca. Il problema è quando una città smette di essere prevalentemente un luogo nel quale si vive e lavora e diventa progressivamente un luogo nel quale si viene, si consuma e si riparte. La stessa Camera di Commercio di Firenze ha recentemente messo nero su bianco le conseguenze dell’overtourism: aumento dei prezzi immobiliari, crescita del costo della vita, allontanamento dei residenti dal centro, omologazione dei quartieri e perdita del tessuto sociale e commerciale originario. E a rischio ci sono anche le oltre sessanta realtà riunite nell’Associazione degli esercizi storici fiorentini. Persino l’amministrazione comunale oggi riconosce il problema. Nel 2026 il Comune ha parlato esplicitamente della necessità di difendere la residenzialità e contrastare la «foodification» dei quartieri, mentre ha prorogato fino al 2031 le limitazioni alle nuove attività di somministrazione nel centro storico. Bene. Ma viene spontanea una domanda: come ci siamo arrivati?
Sarebbe politicamente comodo attribuire tutto alla giunta Funaro. Sarebbe anche storicamente scorretto. La desertificazione commerciale fiorentina non è nata nel 2024. I dati Confcommercio dimostrano che l’emorragia era già in corso da anni e che, nel confronto 2012-2023, Firenze aveva già perso oltre mille esercizi commerciali rispetto al 2012. La stessa Confcommercio sottolineava nel 2024 che il fenomeno era iniziato addirittura prima, già dal 2008. Dunque le responsabilità politiche sono cumulative e attraversano le amministrazioni che hanno governato Firenze negli ultimi decenni: Domenici, Renzi, Nardella e oggi Funaro, con naturalmente responsabilità diverse per periodo, decisioni assunte e condizioni economiche generali.
Non si può accusare un sindaco di aver provocato da solo fenomeni determinati anche da e-commerce, multinazionali, trasformazioni demografiche, costi energetici e cambiamenti nei consumi. Ma proprio perché questi fenomeni erano conosciuti da anni, diventa legittimo chiedere alle amministrazioni una cosa molto semplice: che cosa hanno fatto per governarli? Per troppo tempo Firenze ha avuto una politica urbana nella quale il commercio è sembrato spesso una conseguenza dell’urbanistica e del turismo, anziché una componente fondamentale della città.  
La giunta attuale non può più rifugiarsi nell’alibi dell’eredità. Ha ereditato un problema enorme, certamente. Ma ormai governa da oltre due anni e i dati più recenti continuano a descrivere una città nella quale il commercio tradizionale arretra e l’economia turistica avanza.
L’amministrazione può rivendicare il regolamento sulle attività storiche, le nuove forme di tutela, la regolamentazione degli affitti brevi e i contributi alle attività storiche. Nel 2026, per esempio, sono previsti contributi fino a 5.000 euro per progetti di valorizzazione delle attività storiche.
Ma diciamolo senza ipocrisie: 5.000 euro possono aiutare un’attività; non possono certo salvare un modello economico urbano.
E soprattutto non si può pensare di curare una malattia sistemica con una collezione di piccoli bandi.
Servono una politica degli affitti commerciali, una fiscalità locale realmente orientata alla sopravvivenza delle attività di prossimità, accessibilità, parcheggi e carico-scarico, gestione intelligente dei cantieri, sostegno alla formazione professionale, contrasto alla trasformazione indiscriminata dei fondi e soprattutto una politica urbanistica che consideri il negozio, il laboratorio e la bottega infrastrutture della città, non semplicemente attività private.
Anche i cantieri della tramvia hanno un costo economico per chi lavora lungo i loro tracciati. Nel giugno scorso lo stesso Comune ha registrato la richiesta di ristori per commercianti e artigiani colpiti da riduzione dell’accessibilità, modifiche alla viabilità, perdita di parcheggi e difficoltà nel carico e scarico. E allora, se sappiamo che una città viva ha bisogno di attività vive, perché il commerciante deve essere sempre l’ultimo a essere considerato quando si progetta una trasformazione urbana? C’è poi un paradosso tutto fiorentino. Siamo bravissimi a celebrare la bottega storica quando arriva a 50, 70 o 100 anni di vita. La inseriamo negli elenchi, la fotografiamo, la valorizziamo, le riconosciamo il ruolo nell’identità della città. Ma bisognerebbe chiedersi anche perché una nuova bottega dovrebbe riuscire a vivere abbastanza a lungo da diventare storica. È qui che la politica dovrebbe smettere di limitarsi alla conservazione dell’esistente e cominciare a costruire il futuro.
La CGIA, nell’articolo, propone perfino di ragionare su un «reddito di gestione» per chi conduce o apre una bottega nei centri minori e insiste sulla necessità di rilanciare la formazione professionale, anche perché il paradosso è che mentre le botteghe diminuiscono, gli imprenditori fanno sempre più fatica a trovare giovani disposti a imparare questi mestieri. Per Firenze il principio potrebbe essere adattato alla realtà urbana: non elemosine occasionali, ma una strategia permanente per mantenere funzioni economiche e servizi essenziali nei quartieri.
Il problema, dunque, non è soltanto quante imprese artigiane Firenze perderà il prossimo anno. Il problema è quale città stiamo costruendo mentre le perdiamo.