A tre anni dalla scomparsa di Kata, l’eventuale archiviazione delle indagini rischia di aggiungere un nuovo silenzio a una vicenda già segnata da troppe domande senza risposta
Il 10 giugno 2023 la piccola Kataleya Alvarez scompariva dall’ex hotel Astor di Firenze. Una bambina entrava in un buco nero dal quale, ancora oggi, non è tornata. E insieme alla sua scomparsa tornava inevitabilmente al centro dell’attenzione anche il luogo nel quale viveva: un edificio occupato illegalmente da anni, segnato da degrado, conflitti, forte marginalità sociale e un racket degli alloggi.
L’ex Astor non era comparso sulla mappa di Firenze il giorno della scomparsa di Kata. La situazione si era costruita nel tempo, tra emergenze sociali, occupazione dell’immobile e difficoltà di gestione, fino a trasformare quella struttura in uno dei casi più problematici della città. Ed è qui che la vicenda giudiziaria incrocia inevitabilmente quella politica. Perché una domanda rimane: come è stato possibile arrivare a quel punto?
C’è da chiedersi se le istituzioni abbiano fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per governare una situazione che da anni presentava criticità evidenti. Nel giugno 2023, quando Kata scomparve, Sara Funaro era assessora al Welfare del Comune di Firenze. Oggi è sindaca della città. La sua carriera politica non si è fermata davanti alla vicenda dell’ex Astor: al contrario, è proseguita fino alla conquista di Palazzo Vecchio. Ed è proprio questa continuità politica a rendere ancora più legittime le domande sul passato. Non perché una carica politica implichi automaticamente una responsabilità personale per ciò che è accaduto, ma perché chi governa una città deve anche essere chiamato a rispondere, sul piano politico, dell’efficacia delle politiche adottate.
L’ex Astor è quindi molto più di un indirizzo finito nelle cronache. È diventato il simbolo di una stagione nella quale l’emergenza abitativa, il disagio sociale, l’occupazione degli immobili e il controllo del territorio si sono intrecciati senza trovare una soluzione definitiva. E il problema non è soltanto ciò che non si è riusciti a risolvere: è anche capire se alcune situazioni siano state affrontate troppo tardi, quando ormai erano diventate molto più difficili da governare. Tre anni dopo, mentre l’inchiesta sulla scomparsa di Kata potrebbe avviarsi verso l’archiviazione, resta dunque una doppia domanda.
La prima, drammatica e prioritaria, è naturalmente che fine abbia fatto Kata e cosa sia realmente accaduto quel 10 giugno 2023.
La seconda riguarda invece la politica: quanto hanno fatto le istituzioni prima che l’ex Astor diventasse quello che era diventato?
Sono due piani diversi, che non devono essere confusi. Ma separare la responsabilità penale da quella politica non significa cancellare quest’ultima dal dibattito pubblico. Anzi. Se la magistratura dovesse non riuscire a stabilire cosa sia accaduto alla bambina, resterà comunque il dovere della politica di interrogarsi sulla gestione di quella realtà e sulle scelte compiute negli anni precedenti. Perché una cosa è certa: l’ex Astor non è diventato improvvisamente un problema il giorno in cui Kata è scomparsa. Era una situazione complessa e conosciuta da tempo.
E sotto le macerie dell’ex Astor resta una ferita che la città non può semplicemente archiviare insieme a un eventuale fascicolo giudiziario: una bambina è scomparsa e, insieme alla ricerca della verità, resta da capire perché le istituzioni non siano riuscite prima a risolvere una situazione che da anni mostrava tutte le proprie fragilità.

