Per fare chiarezza non servono centinaia di file, ma solo carte ufficiali.
C’è un portoncino a doppia anta in via Guelfa, il 79/a. Le due foto che riceviamo oggi, scattate dalla soglia verso l’interno, mostrano cosa c’è dietro: una sala voltata a botte con stucchi barocchi di pregio, e sotto la cornice, due squarci rettangolari con mattoni a vista. A terra: pallet, sacchi, calcinacci, rifiuti misti. Nessun cartello di cantiere, nessuna transenna, nessun cassone.
Sono le stesse immagini che La Repubblica descrive come «ampia sala adornata di stucchi alle pareti, una delle quali presenta delle fessure dalle quali si intravedono pietre e mattoni». Fessure che per il professor Fulvio Cervini, direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Firenze, sentito dal quotidiano, «sono simili a buche pontaie».
Il vincolo e il Decreto 51/2013. Il nodo resta il decreto di vincolo emesso dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Direzione Regionale della Toscana il 13 dicembre 2013 (Decreto n. 51/2013), scovato da Massimo Torelli di Salviamo Firenze. L’atto dichiara l’interesse culturale dell’intero «Complesso Istituto Sant’Agnese», sottoponendolo alle tutele del D.Lgs. 42/2004 e ricomprendendo esplicitamente, oltre alla sede centrale del civico 79, anche i fabbricati e le porzioni adiacenti ai civici 77, 81, 83 e 85 (identificati al N.C.E.U. al Foglio 158, particelle 468 e 476).
La replica di Montedomini a Repubblica: «L’Istituto Sant’Agnese comprende unicamente il civico 79 di via Guelfa mentre il 79/a è un fondo adiacente ma catastalmente separato e funzionalmente indipendente». Per l’Asp, quindi, l’immobile sarebbe fuori vincolo. Tuttavia, il Decreto n. 51/2013 descrive l’intero complesso come una struttura organica e interconnessa creatasi nel tempo attorno all’antico ospizio e alla Chiesa dei Gesuati, sollevando il dubbio formale se un fondo intermedio come il 79/a possa davvero ritenersi estraneo alla tutela della Soprintendenza.
Cosa dicono le foto. Le immagini confermano che il soppalco c’era: la linea di distacco lungo la parete e i fori di alloggiamento delle travi sono regolari e alla stessa quota. Al quotidiano, Montedomini conferma: «Era presente al civico 79/a – condonato nel 1986 e demolito nel 2019 con idoneo titolo. A seguito delle necessarie opere di ripristino, il Comune ha rilasciato la concessione in sanatoria per le rimanenti opere».
Resta da chiarire, come chiede Salviamo Firenze, se quella demolizione del 2019 e il successivo ripristino siano stati autorizzati e seguiti dalla Soprintendenza, come prevede la norma per immobili di questa tipologia. Il principio è ricordato da Cervini a Repubblica: «Per intervenire su immobili di questa tipologia occorre un’autorizzazione e i lavori devono essere seguiti da un architetto o funzionario della Soprintendenza». Non è una perizia sul 79/a, è un criterio generale, ma è il criterio che l’Asp dovrà dimostrare di aver rispettato.
Lo stucco in foto, di fattura tardo barocca con volute e cartigli, avvalora la tesi del Comitato secondo cui il 79/a non sarebbe un semplice fondo, ma l’antica sagrestia del complesso. Tesi che Montedomini contesta.
Il nodo rifiuti. Come documentammo il 27 settembre, le foto mostrano un accumulo indifferenziato: legno, cartone, plastica, sacchi di inerte. Montedomini a Repubblica replica testualmente: «Il fondo è stato usato solo di passaggio per la movimentazione di materiali di risulta, che hanno riguardato i lavori al civico 83, e non per lo stoccaggio».
Una versione che non chiarisce però le domande rimaste aperte:
- Pulizia o demolizione?
- Dov’è il cartello di cantiere al 79/a e all’83?
- Dov’è l’autorizzazione paesaggistica ex art. 146 per il castello di tiro all’83?
- Chi è il professionista esterno dal 19 marzo 2025 e chi è la ditta?
- Dov’è l’esito deserto del bando 79/a-85?
- C’era occupazione di suolo pubblico per i mezzi?
- Dove sono formulari, differenziazione e piano di sicurezza?
L’Asp aggiunge che il bando 79/a collegato all’85 è andato deserto e che «non ci sono soggetti terzi che fanno lavori in queste unità». Repubblica chiude il suo articolo riportando la difficoltà dell’Asp, assaltata da accessi agli atti: «Abbiamo mandato già 635 file. Garantiamo trasparenza ma siamo in difficoltà».
Ma c’è un nodo politico. Il 4 settembre la sindaca Sara Funaro ha affermato in Consiglio che «il complesso di Sant’Agnese è e resterà pubblico, siamo al lavoro come Comune e Città metropolitana per acquisirlo e realizzarvi social housing». Una prospettiva pubblica che sembra stridente con l’uso attuale di un fondo contiguo come corridoio per materiali di risulta.
In conclusione, il punto non è nel quantitativo di file inoltrati. È questione di tre sole carte:
- Titolo autorizzativo della Soprintendenza per la demolizione del soppalco (alla luce delle prescrizioni del Decreto 51/2013);
- Formulario di identificazione dei rifiuti (FIR) e piano di differenziazione;
- Cartello di cantiere e concessione di occupazione del suolo pubblico.
Pubblicheremo tempestivamente ogni riscontro documentale che dovesse pervenire.

