PM10, PM2,5, polveri totali, mezzi pesanti e movimentazione terra: il Comune prevede monitoraggi ambientali, ma chi misura davvero quello che accade a pochi metri da persone, case, negozi e marciapiedi?
Fra i tanti effetti collaterali della cantieristica necessaria alla realizzazione della tramvia ce n’è uno di cui si parla relativamente poco: la qualità dell’aria durante gli anni dei lavori. Firenze misura la qualità dell’aria attraverso una rete di centraline, ma una domanda, molto semplice e tutt’altro che provocatoria, resta da fare: misura anche quello che accade dentro e intorno ai cantieri della tramvia?
Perché una cosa è conoscere la qualità media dell’aria di una città attraverso la rete di monitoraggio regionale, un’altra è sapere cosa succede a pochi metri da uno scavo, davanti a un cantiere dove vengono demolite pavimentazioni, movimentata terra, caricati materiali e fatti transitare continuamente camion e mezzi d’opera.
La domanda nasce proprio dalla lettura dei documenti che accompagnano la realizzazione delle opere. Il Comune di Firenze, attraverso il Piano Operativo di Monitoraggio Ambientale, il P.O.M.A., definisce infatti i controlli periodici o continuativi destinati a rilevare e misurare nel tempo i parametri ambientali collegati agli impatti delle opere tranviarie. Bene, ma come funziona concretamente questo controllo? Chi ha il compito di controllare le polveri prodotte dai cantieri tramviari? Il Comune? Arpat? La direzione dei lavori? L’impresa esecutrice? Un soggetto terzo? E soprattutto: chi misura, chi verifica le misurazioni e chi comunica i risultati ai cittadini?
Per le grandi opere Arpat svolge attività di monitoraggio e controllo ambientale e a seconda delle procedure previste, può verificare l’attuazione delle prescrizioni, effettuare sopralluoghi, analizzare i risultati prodotti dai soggetti che realizzano l’opera e svolgere verifiche dirette, ma per i cantieri della tramvia fiorentina occorre ricostruire con precisione chi fa cosa. Perché non basta sapere che esiste un «monitoraggio ambientale». Bisogna sapere che cosa viene monitorato.
Cosa c’è nell’aria?
PM10? PM2,5? Polveri totali sospese? Biossido di azoto? Ossidi di azoto? E quali altri inquinanti? E soprattutto: vengono misurati proprio durante le lavorazioni più impattanti e nei luoghi maggiormente esposti? La domanda non è secondaria. Nei documenti ambientali relativi alle opere tramviarie, infatti, il sollevamento delle polveri viene individuato come uno dei principali impatti sulla componente atmosfera durante la fase di costruzione: polveri prodotte direttamente dalle lavorazioni e polveri risollevate indirettamente dal passaggio degli automezzi sulle superfici di scavo non pavimentate. È scritto nei documenti, ed è proprio da qui che vale la pena partire.
Come nasce la polvere di un cantiere?
Immaginiamo una strada urbana interessata dalla realizzazione della tramvia. Prima cambia la viabilità, poi arrivano le recinzioni. Si demolisce una parte della carreggiata, si asporta l’asfalto, si scava, si movimentano terra e materiali, entrano ed escono camion. Le ruote attraversano superfici sporche o non asfaltate e tornano sulla strada. Un escavatore solleva materiale, un camion raccoglie terra, il terreno viene temporaneamente depositato, il materiale viene caricato e il mezzo riparte. Quante di queste operazioni producono o risollevano particolato? Cosa succede quando il terreno è asciutto? Quando aumenta il vento? Quando il traffico passa sopra il materiale depositato sulla carreggiata? La polvere resta dentro il cantiere o può uscire dal suo perimetro? Arpat parlando delle attività di cantiere del nodo fiorentino dell’Alta velocità individua proprio nelle attività potenzialmente produttrici di polveri uno dei principali aspetti da monitorare e indica, fra le misure di mitigazione, la bagnatura e lo spazzamento delle piste e la copertura dei cumuli di materiale scavato. Non è automaticamente la stessa disciplina applicata alla tramvia, ma indica una cosa importante: nei grandi cantieri il controllo delle polveri non si limita alla misurazione. Esistono anche misure preventive e correttive. E allora le domande per Firenze diventano inevitabili. Ogni quanto devono essere bagnate le aree di scavo? Vengono bagnate anche le strade percorse dai camion? Esiste un obbligo di lavaggio delle ruote dei mezzi prima della loro uscita dal cantiere? Con quale frequenza vengono spazzate le carreggiate? Come vengono coperti i cumuli di terra? Come vengono trasportati i materiali? Esiste un limite alla quantità di materiale che può essere temporaneamente stoccato? Cosa succede quando aumenta il vento? Chi decide se una lavorazione particolarmente polverosa deve essere modificata o sospesa? Soprattutto: esistono soglie oltre le quali scatta automaticamente una misura correttiva? Infine, una domanda che dovrebbe trovare una risposta documentale: quante volte sono state rilevate o contestate violazioni delle prescrizioni ambientali nei cantieri tramviari fiorentini?
Le centraline bastano?
Firenze dispone di una rete di monitoraggio della qualità dell’aria e i dati delle centraline vengono raccolti, validati e pubblicati, ma una centralina collocata a una certa distanza da un cantiere può raccontare davvero ciò che respira una persona che vive o lavora a pochi metri dallo scavo?
Questa è la questione. Perché la qualità media dell’aria urbana può dirci molto sulla situazione complessiva della città, ma non necessariamente raccontare un picco locale e temporaneo prodotto da una specifica lavorazione e allora: quante centraline mobili sono state utilizzate nei cantieri tramviari? Dove sono state posizionate? Per quanto tempo? Durante quali fasi dei lavori? Sono state utilizzate proprio nei periodi di maggiore movimentazione della terra? Dove sono stati pubblicati i risultati? Esiste un confronto fra la situazione ante operam, cioè prima dell’apertura del cantiere, e quella registrata durante le lavorazioni? E soprattutto: esistono dati che consentano di capire quanto dell’inquinamento eventualmente rilevato sia riconducibile alle lavorazioni del cantiere e quanto invece al traffico ordinario o ad altre fonti?
Un cantiere è una cosa. Decine di cantieri sono un’altra cosa
Fin qui abbiamo ragionato come se esistesse un solo cantiere, ma Firenze non è interessata da un’unica area di lavori. Pensiamo alla Linea 3.2.1 e alla successione dei cantieri che attraversano la città. La domanda allora cambia scala. Il monitoraggio viene effettuato cantiere per cantiere oppure esiste anche una valutazione dell’effetto cumulativo? Perché una cosa è controllare singolarmente una lavorazione, un’altra è valutare cosa accade quando molte lavorazioni contemporaneamente interessano strade, incroci e quartieri diversi, con camion, mezzi d’opera, scavi, demolizioni, movimentazione di terra e superfici temporaneamente non pavimentate. Esiste un modello che tenga conto di questo effetto cumulativo? Oppure ogni cantiere viene considerato come se fosse un’isola separata dal resto della città?
Firenze è «nei limiti». Ma quali limiti stiamo misurando?
Qui occorre essere precisi. I dati Arpat relativi alla qualità dell’aria nel 2025 indicano il rispetto dei limiti per PM10 e biossido di azoto in Toscana; per il PM10 è stato rispettato anche il limite relativo ai 35 giorni di superamento della media giornaliera. Nell’agglomerato di Firenze è stato rispettato anche il limite annuale per il biossido di azoto. È un dato importante e va riportato, ma non risponde automaticamente alla domanda sui cantieri.
Perché la nostra domanda è diversa: qual è l’esposizione locale alle polveri nelle aree direttamente interessate dalle lavorazioni tramviarie? E soprattutto: abbiamo dati sufficienti per dirlo? Se la risposta è sì, vogliamo vederli; se la risposta è no, vogliamo sapere perché.
Ma che cosa respiriamo davvero?
Per capire la questione bisogna fare un passo ulteriore. Parlare genericamente di «polvere di cantiere» non basta. Le polveri non sono tutte uguali. Hanno dimensioni diverse, possono avere composizioni differenti e possono comportare rischi differenti. Ecco allora un piccolo dizionario degli inquinanti del cantiere.
PM10: particelle che entrano nelle vie respiratorie
Il PM10 comprende particelle con diametro aerodinamico fino a 10 micrometri. Possono essere generate o risollevate durante scavi, demolizioni, movimentazione della terra, transito dei mezzi sulle superfici non pavimentate e gestione dei materiali. Arpat ricorda che l’esposizione a concentrazioni elevate di PM10 può produrre effetti acuti sull’apparato respiratorio e cardiovascolare; nel lungo periodo, esposizioni elevate sono associate anche a sintomi respiratori, riduzione della capacità polmonare e bronchite cronica. I soggetti con patologie respiratorie o cardiache possono essere particolarmente vulnerabili. Quindi la domanda non è soltanto: quanta polvere produce un cantiere è anche: quanta di quella polvere arriva alle persone che vivono, lavorano o transitano nelle sue immediate vicinanze?
PM2,5: più piccolo, più profondo
Il PM2,5 comprende particelle fino a 2,5 micrometri. Sono particelle più fini che possono penetrare più profondamente nell’apparato respiratorio; l’OMS evidenzia che il particolato fine può arrivare in profondità nei polmoni e, in parte, entrare nel circolo sanguigno, contribuendo a effetti sistemici. L’esposizione è associata a patologie respiratorie e cardiovascolari e a un aumento del rischio di mortalità e allora la domanda torna inevitabilmente ai cantieri: quanto PM2,5 viene effettivamente misurato nelle immediate vicinanze delle lavorazioni più polverose?
Perché conoscere il dato di una centralina urbana è una cosa e sapere cosa succede a pochi metri da uno scavo aperto mentre ruspe e camion movimentano terra è un’altra.
PTS o TSP: la quantità complessiva delle polveri sospese
Nei documenti tecnici si incontrano anche le sigle PTS o TSP, cioè particolato totale sospeso.
È una frazione più ampia rispetto a PM10 e PM2,5 e comprende particelle di diverse dimensioni. È un parametro utile per descrivere il fenomeno complessivo della polvere prodotta o risospesa durante determinate lavorazioni, ma attenzione: misurare quanta polvere c’è non significa automaticamente sapere di che cosa è composta e la composizione può essere importante.
Silice: quale polvere stiamo misurando?
Durante alcune attività di scavo, demolizione, taglio, perforazione e lavorazione di materiali da costruzione può essere presente anche silice cristallina respirabile, a seconda dei materiali lavorati. L’esposizione professionale a silice cristallina respirabile è associata a patologie anche gravi, fra cui la silicosi, e la silice cristallina respirabile è classificata come cancerogena per l’uomo. Questo non significa che ogni nuvola di polvere prodotta da un cantiere contenga necessariamente una concentrazione pericolosa di silice. Significa però che la quantità complessiva di polvere non ci dice automaticamente tutto sulla sua pericolosità e quindi la domanda diventa: quando è necessario conoscere anche la composizione del particolato?
Non ci sono soltanto le polveri
Un cantiere produce anche emissioni legate ai mezzi. Escavatori, camion, pale, generatori e altri macchinari con motore a combustione possono emettere, fra le altre sostanze, ossidi di azoto e particolato. Sono due fenomeni differenti che possono però sommarsi nello stesso luogo e nello stesso momento: da una parte la polvere prodotta o risollevata dalle lavorazioni; dall’altra le emissioni dei mezzi e allora, per valutare realmente l’impatto sulla qualità dell’aria di un grande cantiere urbano, bisogna considerare entrambe le componenti. Non basta guardare la nuvola di polvere, ma non basta neppure guardare il dato della centralina più vicina.
La questione, alla fine, è una sola: cosa respira il cittadino?
Cosa respira un fiorentino che vive, lavora o cammina vicino a uno scavo durante le ore in cui vengono demoliti asfalto e marciapiedi, movimentati materiali, caricata terra sui camion e spostati cumuli di detriti? E soprattutto: quel fenomeno viene misurato direttamente? Con quali strumenti? Dove? Per quanto tempo? Durante quali lavorazioni? Con quali soglie? E con quali conseguenze se quelle soglie vengono superate? L’OMS sottolinea che sia l’esposizione breve sia quella prolungata agli inquinanti atmosferici possono avere conseguenze sulla salute e che il particolato è tra gli inquinanti con le evidenze più solide per gli effetti respiratori e cardiovascolari.
L’EEA stima inoltre che nel 2023, nell’Unione europea, circa 182mila decessi siano stati attribuibili all’esposizione a concentrazioni di PM2,5 superiori al livello guida OMS. Si tratta di una stima di popolazione e non può essere trasformata automaticamente in un effetto attribuibile a uno specifico cantiere, ma rende evidente perché il particolato non possa essere considerato un semplice problema estetico o di disagio urbano e allora torniamo alla domanda dalla quale siamo partiti. Una grande opera pubblica può essere necessaria, può cambiare la mobilità di una città e può produrre benefici ambientali nel lungo periodo, ma proprio per questo l’impatto ambientale degli anni necessari a costruirla deve essere misurato con la stessa attenzione con cui vengono raccontati i benefici futuri.
Non chiediamo di fermare i cantieri. Chiediamo di sapere cosa esce dai cantieri e soprattutto cosa arriva nei polmoni di chi quei cantieri li attraversa ogni giorno. Perché davanti a migliaia di fiorentini e city users che per anni passeranno accanto a scavi, camion, terre movimentate, demolizioni e carreggiate trasformate in cantieri, le domande sono elementari. Chi controlla? Che cosa si misura? Dove si misura? Quanto spesso? Con quali soglie? Chi verifica i dati? E soprattutto: dove possiamo leggerli? Perché la vera trasparenza ambientale non consiste nel dire che «l’aria di Firenze è nei limiti». Consiste nel poter mostrare ai cittadini che cosa è stato misurato, dove, quando, con quale strumento e con quale risultato e se i dati dimostrano che non c’è un problema, tanto meglio, ma prima bisogna avere i dati.

