Comitati e associazioni manifestano nel Quartiere 2 senza bandiere di partito, chiedendo un confronto sul tracciato, sui 428 alberi a rischio e sulle criticità progettuali della linea 3.2.2
Oggi pomeriggio comitati e associazioni di cittadini manifesteranno nel Quartiere 2. Nessuna bandiera di partito, nessun vessillo politico: soltanto il verde, colore della partecipazione civica e degli alberi che, secondo le contestazioni dei promotori, si vorrebbero abbattere: 428 esemplari ad alto fusto.
Non è una manifestazione contro la mobilità sostenibile, ma una protesta contro questo progetto, le sue criticità, le conseguenze delle scelte amministrative e il rifiuto di ascoltare chi quelle conseguenze le vive ogni giorno.
L’assessore Andrea Giorgio ha liquidato come «minoranza rumorosa» i rappresentanti dei comitati presenti in Consiglio comunale. E sulla possibilità di rivedere il tracciato della tramvia 3.2.2 continua a opporre il solito argomento: le linee erano nel programma elettorale, quindi esiste un mandato legittimato dal voto.
Ma un mandato elettorale non è una cambiale in bianco. Vincere le elezioni non significa essere dispensati dal confronto, dalle spiegazioni e dalla responsabilità per gli eventuali errori commessi.
A proposito, assessore, dov’era quando, secondo quanto contestato, da un comunicato istituzionale è scomparsa la data di fine lavori? E dov’era nei cinque mesi successivi all’incontro di maggio con i commercianti di Gavinana, avvenuto senza stampa e cittadini, mentre i ritardi continuavano ad accumularsi e le attività aspettavano risposte?
Perché dietro la parola cantiere non ci sono soltanto transenne, ruspe e cronoprogrammi da aggiornare. Ci sono negozianti che devono programmare gli acquisti, ordinare la merce, pagare i dipendenti, organizzare promozioni e sostenere affitti e spese. Ci sono famiglie che dipendono da quelle attività. Quando un cantiere si prolunga, non si sposta semplicemente una data sul calendario: si mettono a rischio lavoro, investimenti e anni di sacrifici.
Eppure, di fronte a tutto questo, le spiegazioni arrivano spesso dopo, quando arrivano. Manca, secondo i critici, una chiara assunzione di responsabilità proporzionata ai disagi. Manca un’ammissione limpida: siamo in ritardo, abbiamo sbagliato qualcosa e vi chiediamo scusa.
A Piazza Beccaria si è parlato di imprevisti nel sottosuolo. Ma quando si interviene in un’area storica, quanto si è fatto per conoscere preventivamente ciò che si sarebbe potuto incontrare? Le indagini georadar e la documentazione storica sono strumenti da utilizzare nella pianificazione, non argomenti da tirare fuori soltanto quando i problemi sono già emersi.
E poi c’è il ponte Da Verrazzano, dove il problema potrebbe andare ben oltre un semplice imprevisto di cantiere.
Secondo la ricostruzione proposta dai critici del progetto, la soluzione iniziale prevedeva un ponte dedicato esclusivamente alla tramvia, sul modello di quello realizzato alle Cascine. Successivamente sarebbe emerso che, con il tracciato previsto, non c’era spazio sufficiente per realizzare le curve necessarie al passaggio dei convogli. Da qui la necessità di ripensare la soluzione e intervenire sulla struttura esistente, con ulteriori lavorazioni e conseguenze sui tempi.
Se questa ricostruzione sarà confermata dagli atti progettuali, la questione sarà tutt’altro che secondaria: non si tratterebbe di un imprevisto spuntato dal nulla, ma di un effetto domino innescato da un problema di progettazione iniziale. Una criticità che avrebbe dovuto essere verificata prima dell’apertura del cantiere, perché geometrie, raggi di curvatura e spazi disponibili non sono variabili da scoprire soltanto quando bisogna far passare un tram.
Il conto di questa sequenza di decisioni, in ogni caso, non riguarda soltanto i cronoprogrammi. Lo pagano i quartieri, i commercianti e i cittadini, costretti a convivere con cantieri prolungati e incertezze che si ripercuotono sulla vita quotidiana.
Ma il Da Verrazzano dovrebbe anche suggerire una domanda sul futuro: abbiamo davvero imparato qualcosa da questa esperienza?
Un’altra incognita importante riguarda il sottoattraversamento ferroviario delle Cure, previsto per la linea 3.2.2. Anche qui la complessità tecnica non può essere liquidata con una presentazione rassicurante e qualche promessa. Le pendenze affrontabili dalla tramvia condizionano la soluzione progettuale e comportano un tunnel più lungo; inoltre, l’uscita deve svilupparsi in curva per consentire ai convogli di immettersi correttamente su viale dei Mille.
Un’opera che pone interrogativi sulla fattibilità concreta, sui tempi, sui costi e sulle interferenze con il contesto urbano. Interrogativi ai quali i cittadini hanno diritto di ricevere risposte prima che le scelte diventino irreversibili e i cantieri siano già aperti.
Dopo il Da Verrazzano, il Q2 ha tutto il diritto di chiedere garanzie: non può essere costretto a scoprire i problemi un cantiere alla volta. La lezione dovrebbe essere semplice: prima si verificano le soluzioni progettuali, poi si aprono i cantieri. Non il contrario.
È in questo contesto che bisogna guardare alla protesta di oggi. Gli abitanti e le associazioni del Q2 non sono spuntati ieri mattina: da anni chiedono confronto e una revisione del progetto e del percorso della 3.2.2. Non chiedono di fermare ogni cambiamento. Chiedono di poter discutere quale cambiamento, dove e a quale costo per il territorio.
La manifestazione non è un punto d’arrivo, ma una prima tappa di un percorso che guarda anche alla consultazione popolare.
Proprio qui emerge un’altra questione: le difficoltà incontrate nel percorso istituzionale per rendere concretamente praticabile la partecipazione dei cittadini, a partire dal confronto in Commissione Affari istituzionali sulle lacune del regolamento comunale. Una vicenda che solleva interrogativi seri: quando si tratta di consentire ai cittadini di esprimersi su una scelta che li riguarda direttamente, perché il percorso diventa così complicato?
È difficile richiamarsi continuamente alla legittimazione democratica del voto e, contemporaneamente, mostrare tanta resistenza quando i cittadini chiedono di partecipare anche dopo le elezioni.
Assessore Giorgio, forse quella che lei definisce una «minoranza rumorosa» è semplicemente una comunità che non si sente ascoltata. E quando le persone arrivano a organizzarsi, scendere in piazza e chiedere una consultazione, liquidarle non risolve il problema: lo rende soltanto più evidente.
Oggi nel Q2 non sfileranno bandiere di partito. Ci saranno cittadini, comitati, associazioni e il colore verde. Ci saranno le preoccupazioni per gli alberi, per il percorso della tramvia, per i cantieri, per le attività commerciali e per il futuro dei quartieri.
La mobilità sostenibile non si misura soltanto in chilometri di binari posati. Si misura anche nella capacità di progettare bene, rispettare i tempi, limitare i danni e ascoltare le persone.
Perché un’amministrazione può avere ricevuto il mandato di governare. Ma non ha ricevuto il diritto di non rispondere.
Oggi Firenze scende in piazza per ricordare a chi governa che il voto dà il potere di amministrare, non il diritto di ignorare i cittadini.


