Firenze, la lezione del Viale dei Mille: gli alberi non sono ancora salvi, ma la città ha ritrovato la voglia di stare insieme

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I Mille (Duemila?) del Viale dei Mille. Sotto gli alberi monumentali, zero bandiere e zero greenwashing: qui si parla di alberi veri, di un quartiere da difendere e di una comunità che vuole essere ascoltata

 

In questa lunga coda d’estate fiorentina, il pomeriggio di ieri venerdì 9 ottobre ha lasciato un retrogusto insolito per una città ormai da decenni abituata a ingoiare le tante decisioni indigeribili propinate e cucinate là dove si puote ciò che si vuole. Questa bella mattina di sabato la sensazione, quasi rivoluzionaria, è che qualcosa possa ancora cambiare in questa malandatissima Firenze. Gli alberi di viale dei Mille non sono ancora salvi, ma i fiorentini per una volta hanno dimostrato di potersi ritrovare intorno a una battaglia comune. E questo, in una città esausta dove ogni espressione di civismo viene regolarmente cooptata dai politicanti locali per ridurla a un eterno quanto infertile scontro fra destra e sinistra, maggioranza e opposizione, buoni e cattivi, fascisti e antifascisti, rompicoglioni di un tipo o di un altro, non è un risultato da poco.

Le stime parlano di oltre mille persone, forse duemila. Ma il numero, per quanto significativo, non è il dato più interessante di quanto successo ieri in viale dei Mille. La vera notizia è che la protesta ha rotto i recinti dei comitati e delle appartenenze politiche, portando in strada fiorentini diversi per idee, storie e sensibilità, ma accomunati dalla preoccupazione per il futuro del loro quartiere e della loro città. Cittadini che non sono certo contrari al trasporto pubblico o alla mobilità sostenibile, ma che non per questo intendono applaudire qualsiasi progetto venga loro propinato solo perchè gli si schiaffa sopra un’etichetta green. Persone che sanno distinguere fra un manico di scopa piantato oggi e un albero monumentale che ha accompagnato il quartiere per decenni, e che non si accontentano della promessa che, forse nel 2070, il conto del verde perduto verrà pareggiato.  

Lo slogan «Alberi senza bandiere» trascinato dalla folla raccontava proprio questo tentativo. Una mobilitazione intorno a una questione concreta: quale città vogliamo, e quanto siamo disposti a sacrificare prima ancora di aver discusso tutte le alternative? Per troppo tempo il dibattito sulla tramvia è stato imprigionato in una contrapposizione volutamente sterile: da una parte il “progresso” (peraltro con un progetto partorito due decenni fa), dall’altra chi lo ostacola. Come ha bene osservato Francesca Marrazza di Ribella Firenze, “la tramvia non è sinonimo di trasporto pubblico, così come qualsiasi trasformazione urbana non significa automaticamente progresso”. Ovvero, in altre parole: si può sostenere il trasporto pubblico e contestare un progetto specifico. Specie quando è un progetto vecchio di vent’anni. Si può volere una città più moderna senza considerare intoccabile ogni opera proposta. Specie se partorita decenni fa. E si può difendere il verde senza essere contrari alla mobilità sostenibile. La questione è capire quale soluzione funzioni meglio, con quali costi ambientali e sociali e con quali conseguenze sulla vita quotidiana dei quartieri e di chi li vive e ci lavora.

La manifestazione ha avuto il merito di riportare il confronto proprio su questo terreno, dimostrando che le preoccupazioni ambientali non appartengono a una sola parte politica. E anzi, a mancar erano proprio quelle forze politiche che alle scorse elezioni ci sventolavano con disinvoltura le bandiere dell’ambientalismo e della difesa della natura, ovvero quei fenomeni di AVS/Ecolò. Ma loro sono quelli dell’ecologismo moderno, quello strano ecologismo fiorentino che vede nella cura del ferro la soluzione di ogni male. E’ una fortuna che molte delle reazioni successive alla manifestazione, comprese quelle di esponenti di sinistra, hanno contestato la lettura della protesta come una piazza esclusivamente di destra, confermano quanto sia riduttivo tentare di appiccicare un’etichetta a una mobilitazione così trasversale.

Il risultato, però, non va confuso con una vittoria. Gli alberi sono ancora a rischio e il progetto della linea 3.2.2 Libertà-Rovezzano non verrà certo messo in discussione da questa giunta senza un’adeguata pressione e mobilitazione civica. Il Comune sostiene di aver studiato soluzioni per salvaguardare il maggior numero possibile di alberature e prevede tante belle nuove piantumazioni. Aehm: thanks, but no thanks. Non ci caschiamo più. 

E poi le contestazioni riguardano anche i cantieri, la viabilità, i parcheggi e le ricadute sulle attività economiche. Sono questioni che richiedono valutazioni puntuali, non slogan a basso costo, e nemmeno fumose proiezioni sui futuri benefici in termini di riduzione della CO₂. Ed è proprio qui che la protesta dovrebbe costringere l’amministrazione a uscire dalla difesa d’ufficio del progetto e a confrontarsi con le obiezioni nel merito.

Del resto, le alternative non mancano almeno sul piano delle proposte. Massimo Sabatini della Lista Civica Eike Schmidt ha rilanciato più volte l’ipotesi di utilizzare il sedime ferroviario esistente lungo via Campo d’Arrigo, anziché insistere sulla sciagurata opzione del tracciato lungo il viale dei Mille. La proposta prevede anche la realizzazione di un parco urbano di circa 40.000 metri quadrati, 200 alberi ad alto fusto e un parcheggio da 1.200 posti, oltre alla salvaguardia di tutte le alberature del Viale e il mantenimento dei posti auto attuali su strada. Ora: si tratta di proiezioni contenute in un progetto alternativo ancora preliminare, non risultati acquisiti né garanzie di fattibilità. Ma proprio per questo andrebbero confrontate seriamente con la soluzione attuale, valutando costi, tempi, capacità di trasporto e vincoli tecnici. Se una strada diversa è praticabile, perché non verificarla fino in fondo prima di andare a dritto con un progetto che il quartiere non vuole? 

Giusto l’altro ieri, anche Italia Nostra è intervenuta sulla tramvia 3.2.2, chiedendo di fermare gli abbattimenti, introdurre una moratoria e riaprire il confronto con residenti e lavoratori del Quartiere 2. L’associazione ha indicato fra le ipotesi da approfondire proprio l’utilizzo del sedime ferroviario in Via Campo d’Arrigo. Il fatto politicamente significativo è che la richiesta di riconsiderare il progetto non proviene da una sola voce, ma coinvolge comitati, cittadini, rappresentanti politici e un’associazione impegnata nella tutela del patrimonio storico e paesaggistico da anni. E questo significa che la domanda di un confronto più serio non può essere liquidata come una manovra di parte.

C’è un aspetto che Palazzo Vecchio si rifiuta di comprendere: un progetto avviato due decenni fa per sua natura non può restare immune da ogni verifica. Le città cambiano, cambiano le tecnologie, cambiano le sensibilità ambientali e cambiano anche le condizioni nelle quali le opere vengono realizzate. Se esistono vincoli che impediscono di modificare il tracciato, l’amministrazione ce li spieghi. Se invece ci sono margini di manovra, abbia il coraggio di metterli sul tavolo. Governare non significa ratificare decisioni prese due decenni fa, come se nel frattempo i cittadini avessero perso il diritto di fare qualsiasi domanda.

I fiorentini sono stanchi dei soliti giochetti della politica: non si tratta di mettere il tram contro gli alberi, né di trasformare chi protesta nel nemico giurato di una dubbia “modernità”. Chiedere di valutare le alternative non significa fermare il futuro: significa evitare che, in nome di un futuro peraltro già obsolescente, si smetta di guardare ciò che si sta perdendo nel presente.

Ed è proprio da qui che bisogna ripartire: dal diritto di una città a interrogarsi sul proprio futuro, anziché limitarsi a ratificare quello deciso da altri. Altri che tra l’altro, è bene ricordarlo, al primo turno delle amministrative del 2024 raccolsero complessivamente appena il 27% circa dei voti dell’intero corpo elettorale. Non esattamente un furore di popolo bulgaro.

Ieri quindi, almeno per qualche ora, gli alberi sono riusciti a fare quello che la politica fiorentina sembra incapace di fare: mettere insieme persone diverse per un obbiettivo comune. Senza tessere, bandiere o appartenenze da rivendicare. Sembra poco, ma in una Firenze dove ogni problema viene subito arruolato nella trita guerra tra schieramenti, è già un passo parecchio avanti. Adesso viene la parte più difficile: trasformare quella piazza in una pressione civile capace di durare, senza personalismi e senza appropriazioni politiche, efficace e che porti risultati.

Vedremo se Palazzo Vecchio avrà orecchie per ascoltare o se archivierà anche questa protesta alla voce «quattro gatti». Gli alberi sono ancora a rischio, ma almeno una cosa è emersa con chiarezza: Firenze non è una corte e i cittadini si sono stufati di fare i sudditi, stare zitti e applaudire. Almeno, a Versailles c’erano le brioche.