La manifestazione del 9 ottobre, la raccolta firme e le contestazioni sugli abbattimenti mettono alla prova il rapporto tra Palazzo Vecchio e una mobilitazione trasversale
Quando i cittadini cominciano a muoversi sul serio, senza chiedere il permesso ai partiti e senza indossare bandiere, qualcosa può incrinarsi anche nelle certezze di chi governa Firenze da anni.
La vicenda della tramvia 3.2.2, la futura linea Libertà-Rovezzano, sta diventando un banco di prova importante per il PD fiorentino. La manifestazione del 9 Ottobre, con una partecipazione trasversale e senza bandiere politiche, è stata il primo segnale. Le file davanti ai locali dove si raccolgono le firme per chiedere una consultazione popolare sono il secondo, forse ancora più significativo.
Perché una cosa è liquidare una protesta come l’iniziativa di pochi oppositori. Un’altra è trovarsi davanti a cittadini che si organizzano, coinvolgono comitati e associazioni e chiedono di poter incidere su una decisione che cambierà profondamente i loro quartieri.
E sia chiaro: qui non si tratta di piantare una bandierina contro la tramvia. Si tratta di chiedere un ripensamento serio del progetto, a partire dagli abbattimenti di alberi previsti, dall’impatto sui quartieri e dalle conseguenze di cantieri che rischiano di stravolgere la vita quotidiana di migliaia di persone.
A rendere queste preoccupazioni tutt’altro che astratte c’è l’esperienza della linea 3.2.1, la Libertà-Bagno a Ripoli. Ritardi, cronoprogrammi continuamente rivisti, disagi prolungati e attività commerciali che hanno dovuto fare i conti con cantieri, accessi difficili e clienti in fuga. Dietro le percentuali ci sono negozianti che hanno visto ridursi gli incassi, attività che hanno accumulato perdite pesanti e persone che si sono sentite abbandonate proprio mentre chiedevano risposte.
È comprensibile, quindi, che tanti cittadini si domandino se il quartiere debba affrontare un’altra trasformazione di questa portata senza prima aver discusso alternative, costi ambientali e ricadute reali.
Eppure, sul fronte politico, la prima risposta non sembra essere stata quella di aprire un confronto rassicurante.
Il 21 settembre, la maggioranza al completo con i suoi esponenti Luca Milani, Caterina Arciprete e Marco Semplici ha definito la richiesta di referendum «strumentale» e «fuori tempo massimo», sostenendo che avrebbe rischiato di paralizzare l’opera. Una posizione che merita una riflessione: quando una richiesta di partecipazione popolare viene liquidata prima ancora di affrontare fino in fondo le ragioni di chi la sostiene, si rischia di alimentare proprio quella distanza tra istituzioni e cittadini che si dovrebbe cercare di ridurre.
Poi sono arrivate le iniziative della sindaca Funaro contro gli insulti sessisti e l’odio sui social, i comunicati del segretario cittadino Federico Gianassi e gli articoli dedicati a valorizzare il piano IRIS per il verde comunale. Temi diversi, alcuni importanti in sé, che non sarebbe corretto attribuire automaticamente a una strategia di distrazione. Ma il loro susseguirsi, mentre cresce la mobilitazione sulla tramvia, contribuisce a delineare un clima politico tutt’altro che tranquillo.
E sul verde, intanto, ci sono numeri che non si possono cancellare con una buona campagna di comunicazione. Il 19 Ottobre, il consigliere Luca Santarelli ha richiamato l’attenzione sugli abbattimenti previsti: 43 alberi su 89 in viale Don Minzoni e 86 su 232 nel tratto Cure-viale dei Mille. Ha contestato anche la mancanza di dati sull’età degli alberi destinati alla rimozione e di quelli che dovrebbero sostituirli.
Sono numeri che rendono evidente il nodo della questione: non basta annunciare nuove piantumazioni per rispondere alle preoccupazioni di chi teme di perdere alberi maturi, ombra e qualità della vita. Occorre spiegare, documentare e valutare se esistano soluzioni meno impattanti.
Infine, questa mattina, un altro episodio: i rappresentanti dei partiti di maggioranza hanno abbandonato la seduta della Commissione Affari istituzionali dopo l’intervento di Milani, nel corso della riunione dedicata anche all’audizione del presidente della Commissione Garanzia e Controllo del Q4, Leonardo Batistini. Un fatto che va valutato nel suo contesto, senza attribuirgli automaticamente un legame con la vicenda tramvia, ma che certamente riporta al centro il tema del confronto nelle istituzioni.
La domanda politica, allora, è inevitabile: il PD fiorentino è ancora convinto di poter governare queste vicende contando sulla fedeltà del proprio elettorato, oppure ha cominciato ad accorgersi che una parte della città non è più disposta ad accettare decisioni calate dall’alto?
Per tanti anni il consenso al PD è stato sostenuto anche da appartenenze ideologiche, consuetudini elettorali e dalla convinzione che non ci fossero alternative credibili. Ma quel consenso non è una rendita perpetua. Si può perdere quando i cittadini vedono alberi destinati a scomparire, quartieri trasformati in cantieri e commercianti lasciati a sopportare costi enormi, mentre le rassicurazioni ufficiali faticano a trovare conferma nella realtà.
Ecco perché le file per firmare contano. Non sono soltanto una questione di numeri: sono il segnale che persone con idee politiche diverse possono ritrovarsi unite su un obiettivo concreto, senza aspettare che sia un partito a dire loro cosa pensare.
La vera prova per Funaro e il PD non sarà dimostrare di saper comunicare meglio. Sarà dimostrare di saper cambiare idea quando le ragioni dei cittadini lo richiedono.
Perché chi firma non chiede un favore, non vuole bloccare Firenze e non pretende di decidere al posto dei tecnici. Chiede che un progetto destinato a trasformare il proprio quartiere venga ripensato alla luce dei suoi costi ambientali e sociali, delle alternative possibili e dell’esperienza, tutt’altro che rassicurante, dei cantieri già aperti.
E se questa richiesta mette in difficoltà chi governa, forse il problema non è chi si mette in fila per firmare. Forse il problema è essersi abituati troppo a lungo a pensare che Firenze avrebbe sempre abbassato la testa.


