Biffoni continua a chiedere nuovi capitali per la multiutility e intanto Plures porta ATO in tribunale per ottenere il riconoscimento di maggiori costi.
Il paradosso di una società voluta dai sindaci che continua a chiedere sempre più risorse mentre i cittadini pagano tariffe sempre più elevate e lamentano disservizi.
di Marco Cardone (Comitato Trasparenza per Empoli)
Perché i soldi alle banche li devi sempre restituire e anche con gli interessi.
È questa la frase con cui Matteo Biffoni, nell’intervista pubblicata da La Nazione il 23 ottobre, torna ancora una volta sulla necessità di reperire nuovi capitali per la multiutility Plures S.p.A.
E proprio mentre Biffoni continua a ripetere queste affermazioni, arriva una notizia che rende ancora più inquietante la situazione: Plures ha presentato ricorso al TAR contro ATO Toscana Centro, contestando il mancato riconoscimento di decine di milioni di euro di costi e investimenti già fatti.
Sembra di assistere a un tragicomico teatro dell’assurdo, o forse ormai a un teatro degli orrori in cui il biglietto lo pagano sempre i cittadini. Una vicenda sulla quale arriveremo, perché racconta molto della creatura societaria costruita dalla politica, ma prima partiamo dalla dichiarazione di Biffoni, che lascia aperta una domanda molto semplice: dove pensa di trovare qualcuno disposto a finanziare la multiutility senza pretendere nulla in cambio?
Perché i soldi non piovono dal cielo e chi investe milioni di euro non lo fa per beneficenza.
Il mutuo finisce, gli azionisti restano
Quando una società prende soldi in prestito da una banca, sa fin dall’inizio quanto dovrà restituire, in quanti anni e con quali interessi. Una volta pagata l’ultima rata, il debito finisce.
Quando invece raccoglie capitali vendendo azioni, non deve restituire il capitale ricevuto, ma cede una parte della proprietà della società e gli azionisti possono così continuare a incassare gli utili distribuiti e beneficiare dell’eventuale aumento di valore delle azioni, per sempre senza una scadenza prestabilita.
Il denaro entra una volta sola, ma gli azionisti restano e continuano a incassare dividendi pagati dai cittadini e aziende per sempre.
Facciamo un esempio semplice.
Un prestito di 100 milioni di euro, al 4% fisso, rimborsato in 25 anni con rate annuali costanti, comporterebbe un pagamento complessivo di circa 160 milioni di euro, tra capitale e interessi. Dopo 25 anni il debito sarebbe estinto.
Se invece quei 100 milioni fossero raccolti cedendo nuove azioni e gli investitori ricevessero, per ipotesi, 4 milioni di dividendi ogni anno, dopo 25 anni avrebbero incassato 100 milioni, dopo 40 anni 160 milioni, dopo 75 anni 300 milioni e dato che continuerebbero a possedere le loro azioni questa spirale non avrebbe mai fine.
Con il prestito il debito si estingue, con le azioni il diritto a incassare gli utili rimane per sempre.
Non si tratta di una questione astratta, ad esempio la grande Multiutility A2A aveva distribuito circa 2,9 miliardi di euro di dividendi ai propri azionisti tra il 2008 e il 2021.
E allora perché Biffoni continua a presentare il fatto di dover restituire un prestito come uno svantaggio, senza spiegare quale sarebbe il costo complessivo dell’alternativa?
Le bollette le pagano tutti, i dividendi li incassano pochi
È qui che emerge anche una questione di giustizia sociale.
I servizi essenziali vengono pagati da tutti i cittadini attraverso le bollette. Sono questi pagamenti ad alimentare i ricavi delle società che li gestiscono, dai quali, una volta sostenuti i costi, derivano gli utili distribuiti agli azionisti.
Ma mentre le bollette le pagano tutti, i dividendi li ricevono soltanto coloro che possiedono le azioni.
Chi ha grandi disponibilità economiche può investire e beneficiare dei rendimenti, chi non ha risparmi da investire rimane soltanto un cittadino che paga bollette più salate.
È questo il modello che vogliamo per servizi pubblici essenziali, che dovrebbero essere organizzati nell’interesse di tutti e non in funzione della remunerazione di chi dispone di capitali?
Si è parlato anche di azionariato popolare, ma questa ipotesi è incompatibile con l’assetto di controllo pubblico scelto per portare Publiacqua alla gestione in house, che non consente l’ingresso di azionisti privati nella catena societaria di controllo.
Restano altre possibilità, come le obbligazioni, ma anche in quel caso il denaro raccolto deve normalmente essere restituito con gli interessi.
Cambiare il nome di chi presta i soldi quindi non significa mai in nessun caso eliminare il costo del denaro, la questione rimane sempre sul valutare in quale caso questo sia più conveniente per chi paga le bollette.
Allora la questione diventa finalmente come vengono spesi quei soldi.
Il Frankenstein dei sindaci e il teatro degli orrori
Torniamo allora alla notizia di questi giorni.
Plures ha presentato ricorso al TAR contro ATO Toscana Centro, contestando il mancato riconoscimento di costi e investimenti nella determinazione delle tariffe dei rifiuti per il periodo 2026-2029.
Secondo quanto riportato la controversia riguarda circa 65 milioni di euro.
Ma chi sono i protagonisti di questa battaglia giudiziaria?
Da una parte la multiutility partecipata dai Comuni, dall’altra l’Autorità regionale d’ambito nella quale siedono i rappresentanti dei Comuni, chiamata a regolare e controllare il servizio.
La società dei Comuni porta in tribunale l’ente dei Comuni perché contesta il mancato riconoscimento di maggiori costi e il TAR dovrà decidere sulla legittimità delle contestazioni, ma il paradosso politico è già evidente.
È il risultato di un modello societario che ha progressivamente allontanato la gestione dei servizi dal controllo diretto dei cittadini e sindaci, creando strutture sempre più complesse, nelle quali perfino gli interessi economici delle società pubbliche possono entrare in conflitto con le decisioni delle autorità chiamate a regolarle.
E intanto la creatura continua a chiedere risorse.
Un Frankenstein societario che sembra divorare sempre più denaro, pretendendone continuamente altro, mentre i cittadini si trovano a pagare tariffe elevate e a fare i conti con disservizi crescenti e problemi irrisolti.
Le responsabilità hanno nomi e cognomi
Questa multiutility non è nata per caso. È il risultato di una scelta politica precisa, voluta e sostenuta in particolare da Matteo Biffoni, Dario Nardella, Brenda Barnini e Alessandro Tomasi allora sindaci rispettivamente di Prato, Firenze, Empoli e Pistoia.
Sono gli stessi protagonisti che presentarono il progetto come una grande opportunità per rafforzare i servizi pubblici, realizzare investimenti e reperire capitali a condizioni vantaggiose.
E Biffoni continua ancora oggi a ripetere gli stessi argomenti cercando ancora una volta l’appoggio in primis di Firenze, Pistoia e Empoli, guarda caso lo stesso gruppo che ha guidato la società al disastro attuale.
Ma oggi abbiamo davanti una società alle prese con importanti esigenze finanziarie, una governance pubblica che mostra tutte le proprie contraddizioni e cittadini che continuano a sostenere tariffe elevate senza vedere miglioramenti dei servizi proporzionati alle risorse richieste.
Il problema non è trovare nuovi modi per alimentare questa creatura, il problema è il modello che è stato costruito e la responsabilità politica di chi continua a difenderlo e anche quella di chi, pur non difendendolo, non vi riporta critica e non è capace di sostenerne uno diverso.
Biffoni, Nardella, Barnini e Tomasi hanno voluto questa multiutility e adesso Biffoni non può più ripetere le promesse di allora di fronte a cittadini e imprese alle prese con i problemi di oggi, che non hanno bisogno di un Frankenstein finanziario da alimentare continuamente con le bollette di territori sempre più vasti, ma hanno bisogno di un progetto profondamente diverso, che porti servizi pubblici efficienti, accessibili, a costi sostenibili e realmente governati nell’interesse esclusivo delle comunità locali.
In copertina: immagine satirica generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale

