Di Niccolò Nesi
Rocco Commisso, il primo presidente e padrone americano della Fiorentina, è morto la scorsa notte dopo una lunga malattia. A onor del vero, non volevo scrivere nemmeno una parola sull’argomento. Prima di tutto, perché scrivere di una persona morta, spesso e volentieri, porta a scivolare nella retorica. Poi, perché tante penne molto più autorevoli della mia verseranno fiumi di inchiostro sull’argomento.
Poi ho letto le parole dell’amico Alessio. Una persona che scrive poco, ma quando lo fa, spesso (se non sempre) coglie nel segno e non è mai banale. Oggi vorrei sentire molti “mea culpa” da parte di quelli che si lamentavano del fatto che non si fosse più visto a Firenze dallo scorso aprile. Semplicemente perché non poteva più muoversi. Aspetterò invano, lo so.
L’atteggiamento avuto da una certa “Firenze” nei confronti di quest’uomo è stato una cartina di tornasole straordinaria dei limiti di questa città. Limiti, miopia, interessi personali e di partito. Limiti che l’hanno ridotta com’è: un disastro, che, se non avesse lo splendore lasciatoci in eredità mezzo millennio fa, sarebbe peggio delle periferie di Caracas. Dato che da queste parti Maduro è considerato una bella persona. Il calcio non è altro che un alibi. Lo è stato stavolta ancora più facilmente del solito, per una città che non riesce a fare le cose: attrarre investimenti, salire di livello e che è, ahimè, destinata a rimanere “piccina” pur ostinandosi a non volerlo ammettere.
Rocco, un modello di invidia sociale
Un americano, un imprenditore, un calabrese, un ricco. Un uomo che ce l’aveva fatta e che, proprio per questo, non scendeva a compromessi. Era la sintesi di tutto ciò che per molti è facile odiare a prescindere, soprattutto nella terra che ha fatto delle pastasciutte antifasciste il proprio piatto tipico. E di nuovo: “com’è amara quell’uva”. Sicuramente avrà avuto mille limiti, mille difetti. Un modo sportivamente errato di condurre una società, spesso affidandosi a persone imposte o trovate. Ma mai silurate, perché lui non licenziava se non strettamente obbligato.
Un uomo che veramente amava la sua squadra e i suoi giocatori, che per lui sono sempre stati dei figli.
Ha fatto tanto. Tanto non gli è stato permesso di fare
Ci ha lasciato un centro sportivo importante, bellissimo. Forse esagerato. Chi non conosce le dinamiche americane non può capire (o spesso non vuole) che il nome del centro sportivo Rocco B. Commisso, oltre oceano, è la normalità. Ali di ospedali, padiglioni di musei, portano a caratteri cubitali il nome di chi li ha donati, finanziati. Il centro sportivo lo ha costruito lui, lo ha pagato lui. E nell’ottica imprenditoriale americana, è giusto che porti il suo nome.
Lo stadio, invece, no. Lì non ce l’ha fatta a scardinare le grettezze politico-amministrative della firenze (appositamente con la F minuscola) della pastasciutta antifascista. Che però, dopo essersi accorta che i soldi per finirlo non ci sono, è tornata a bussare col cappello in mano al Viola Park. Senza vergogna, senza palle, senza morale.
“Riposa in pace, Presidente, con i tuoi limiti, con i tuoi difetti, che per tanti che siano, non bastano a mascherare le vergogne di una Firenze che scivola sempre più in basso. Come nessuna foglia di fico ha mai davvero coperto nessuna vergogna.” (A.B.)
Originariamente pubblicato su Ad Hoc News il 17 Gennaio 2026
Foto: Copyright Fotocronache Germogli


