L’intervento del Prof. Franco Banchi, autore, già consigliere regionale. Alle ultime regionali ha corso a sostegno di Tomasi ed è attivo nei movimenti di ispirazione cattolica.
La quota dell’astensionismo, secondo diversi istituti di ricerca, è ormai assestata sul 50% degli elettori aventi diritto. Di questi il 20% è un assenteismo strutturale ineliminabile. Il restante 30% è, per ammissione, un assenteismo per scelta.
La distanza tra cittadini e istituzioni non è però irreversibile. Potremmo dire fortemente condizionata. Infatti, quasi quattro astenuti su dieci affermano che tornerebbero a votare se trovassero un candidato o un partito capace di rappresentarli pienamente. Ecco le condizioni indicate per invertire la tendenza astensionistica, elencate in ordine di importanza:
- Partiti meno attenti ai loro interessi di parte e più al bene comune generale;
- Programmi politici più chiari e concreti;
- Maggiore attenzione ai temi che toccano la vita quotidiana;
- Più trasparenza nei processi decisionali.
Alcuni giorni fa, sul Corriere della Sera, Panebianco consegnava ai lettori un decalogo già proiettato verso la campagna elettorale del 2027. Quale una delle sue tesi centrali? Semplicemente questa: ormai quando si arriva in vista della scadenza elettorale (anche se parliamo di molti mesi) tutti i partiti perdono di vista ogni prospettiva a lungo termine e ragionano sul qui ed ora.
Se mi è permesso introdurre un paragone ciclistico, è come se ci si stesse già preparando per la lunga volata che porta al traguardo. In pratica, si vive la sindrome di un ultimo chilometro parossisticamente dilatato.
L’altra parte della luna
Quali le conseguenze di questo schiacciamento della politica italiano sull’ultimo chilometro elettorale? La prima tanto scontata quanto determinante: ogni mossa è indirizzata alla vittoria.
Ciò che pare fisiologico, visto che chi corre in politica lo fa per governare e non per finire all’opposizione, rischia di diventare un problema.
Cerchiamo di approfondite questo aspetto. Se chi corre, fa del vincere per vincere la sua unica filosofia coglie solo una metà della luna. Governare implica ovviamente vincere (bene) le elezioni, ma soprattutto creare le condizioni per sviluppare un progetto/programma che guardi all’intera legislatura. È questa l’altra parte della luna che non può essere ignorata.
Lasciando da parte i dolori del sedicente campo largo che ogni giorno fa emergere crepe su crepe, intendiamo spostarci sul versante del centrodestra.
Ripartire dai fondamentali dell’alleanza elettorale
Al riguardo non ci appassiona più di tanto la vexata quaestio Vannacci sì, Vannacci no, se piegata sull’onda dei sondaggi vittoriosi. Il Centrodestra sta vivendo troppo e male questo tema, che sembra diventare una mera alchimia politica, fra l’altro con una divisione interna poco edificante.
Invitiamo la classe dirigente del Centrodestra a ripartire dai fondamentali di un’alleanza elettorale che si prepara ad una non facile competizione. Innanzitutto, per ridisegnare il perimetro dell’identità e dei valori della coalizione, che non è detto che coincidano meccanicamente con quella presente. Bisogna avere il coraggio di aprire nuove strade e nuove frontiere.
Non ignorando la questione assai delicata dei valori sia in campo etico che, solo per fare un esempio, a livello di politica internazionale. Le recenti posizioni espresse da Leone XIV non possono non interrogare il Centrodestra a tutto tondo, visto che le illuminate parole del Pontefice hanno indicato alti valori umanistici insieme a quelli dell’ispirazione cristiana.
Il popolo con cui vincere e percorrere la strada maestra
Il recupero dell’astensionismo passa anche da qui. Il perimetro del centrodestra deve guardare molto di più all’elettorato di centro, favorendo l’irrobustimento numerico, politico e strategico di questa area, fondamentale pilastro dell’alleanza. Non vorremmo assistere ad uno scivolamento verso destra-destra della coalizione, considerato erroneamente l’unica possibilità di vittoria. Ed abbiamo già visto che vincere è solo metà della luna.


