FOCUS LFCV | Tragicommedia all’italiana in casa PD: finanziamenti milionari per film mai fatti

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Quando c’era lui (Franceschini), i film arrivavano nelle sale in orario. O forse no. I soldi pubblici nelle tasche di registi (e forse perfini di killer) sicuramente sì.

Dicevano, ai tempi di Mussolini, che «la cinematografia è l’arma più forte»: a grandi caratteri questa frase fu affissa proprio sulla sede di Cinecittà alla sua inaugurazione, nel 1937.

Ben pochi avrebbero potuto pensare, allora, che proprio da quelle parti un giorno sarebbe transitato qualcuno che non solo sarebbe stato privo di quest’arma e delle munizioni e delle materie prime per costruirla e farla funzionare, ma che facesse magicamente sparire tutti gli ingenti finanziamenti a tal fine.

Stando alle lunghe indagini della Guardia di Finanza, che quest’anno giungono al loro sesto compleanno, tutto è partito proprio dalla Legge Cinema 2016 (o Legge Franceschini), la quale permetteva un rimborso automatico fino al 40% dei costi di produzione: il cosiddetto Tax Credit. È emerso, dunque, che in alcuni frangenti le disposizioni di questa legge sono state impiegate in modo fraudolento per ottenere guadagni tanto facili quanto illeciti.

Più di 200 sarebbero le produzioni finite sotto la lente del Ministero della Cultura lo scorso settembre, per un valore complessivo di circa 350 milioni di euro (1), una vicenda che ha sollevato tanto scandalo da travalicare i confini nazionali e finire in Gran Bretagna (2), probabilmente insieme alla vicenda del cubo nero sul Times (3). Incidentalmente, colui che ha dato il nome alla succitata legge, l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini (PD) ricopriva tale incarico proprio in quei funesti anni, da stretto collaboratore nonché padrino politico dell’allora sindaco Dario Nardella.

Tali pellicole, infatti, nonostante l’obbligo di distribuzione non sarebbero mai arrivate nelle sale cinematografiche, con le produzioni a intascarsi i proventi dei sostegni statali per non produrre effettivamente nulla (4).

Di tutte queste, la vicenda più clamorosa si è verificata nel 2020, con 800.000€ stanziati (863.595,90 precisamente [5], anche se qualcuno, forse un errore di battitura, ha aggiunto altri 6.000 euro al totale [6]) per la produzione di un film “diretto” da Francis Kaufmann, alias Matteo Capozzi (7), alias Rexal Ford, non nome d’arte ma falsa identità per celare quella, vera, di un duplice omicida in attesa di estradizione per l’omicidio della compagna e della figlia neonata a Villa Pamphili: “direzione” virgolettata poiché la professione di registra fa parte della contraffazione della sua identità.

Niente film (per il quale era pure stato pensato un “titolo”: “Stelle della notte!” [8]), niente casa produttrice, ma i soldi stanziati…quelli ci sono stati davvero (9).

Le indagini aperte sotto la direzione, non cinematografica ma politica, del ministro Giuli, con annesse indagini della Procura di Roma (10), ha fatto riaprire il caso alla metà dell’anno scorso: in sintesi, l’accesso al tax credit è datato novembre 2020 e proviene dalla società italiana “coproduttrice” del “film”, la romana Coevolutions SRL (esistente), per l’anno successivo; tuttavia, i 2.7 milioni di euro da esso previsti sarebbero stati utilizzati soltanto per il 2023, nella cornice di una domanda dalla correttezza formalmente ineccepibile ma approfittando di un vuoto normativo nel dovere di presentare prove tangibili della produzione effettuata (11), e autorizzata, infatti, con decreto n. 2872 firmato da Nicola Borrelli, responsabile della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo (12).

Al «Mai più» d’imperio del ministro Giuli su questo tipo di pratiche passate autorizzate dal suo dicastero (13), Fratelli d’Italia ha colto la palla al balzo e si è lanciata all’attacco del defunto governo Conte II, della «giungla di furbizie, clientele e registi fantasma» e dei «meccanismi introdotti e lasciati in eredità dai ministri della Cultura progressisti hanno spalancato le porte a speculazioni e veri e propri abusi», a suo dire «simbolo di come venivano gestiti i fondi pubblici quando al governo c’era la sinistra» (difficile tuttavia definire Italia Viva, parte di quel governo, come “di sinistra”: transeat sugli altri componenti). Se «con Fratelli d’Italia e il governo Meloni la musica è cambiata» (14) difficile dirlo senza cadere nella partigianeria: certamente privilegiare solo chi ha la possibilità di fare grandi numeri al botteghino, per fondi maggiori in partenza, e sforbiciare sul cinema indipendente rischia di generare contraddizioni non minori di quelle di cui ci hanno dato mostra il PD e il suo ex segretario.

NOTE