In un palazzo del Pegaso bandito a festa, lo scorso lunedì è andato in scena “il ballo dei debuttanti” della politica regionale. Tra esclusi eccellenti e assessori teleguidati da Roma, tanti sorrisi, tanti vestiti della domenica e non pochi malumori
Di Nadia Fondelli
Consiglio regionale: chi esce, chi entra e chi è stato cacciato
Vediamo la formazione che scende in campo. Fra i debuttanti assoluti nelle file del Pd spiccano Brenda Barnini, ex sindaco di Empoli e reginetta del collegio Firenze 3 con oltre 13.000 preferenze; il recordman assoluto di preferenze di “tutti i tempi e tutti i laghi” Matteo Biffoni, ex sindaco anche lui ma di Prato per due mandati, che sfonda la stratosferica cifra di oltre 20.000 preferenze. Con loro a formare la squadra i blindati-raccomandati e riconfermati di ferro Mario Puppa e Jacopo Melio e i sopravvissuti all’accordo del campo largo dalla passata legislatura che ha tolto non poche poltrone ai dem. Rientra nel palazzo del Pegaso il nardelliano Andrea Vannucci che nella lotta fraticida ha avuto la meglio sull’ex vicesindaca di Firenze Cristina Giachi, che ha dovuto salutare la curva insieme all’ex sindaco di Reggello Cristiano Benucci sconfitto nel collegio Firenze 2 dalla riconfermata ma declassata e incazzata Serena Spinelli, che nonostante l’ottima performance personale nell’urna è stata immolata all’ultimo secondo (il suo nome era sulla lista consegnata da Giani alla stampa) a favore di qualche carneade importo dal Nazareno.
A proposito di scontenti e trombati eccellenti, ottiene solo un posto di consigliere l’ex assessore alla sanità Simone Bezzini per cui si era personalmente stracciato le vesti il Presidente. Con lui chiudono l’esiguo plotone Pd Filippo Boni dal collegio di Arezzo, il delfino gianiano Bernard Dika da Pistoia che lascerà la squadra per trasferirsi nel ruolo creatogli ad hoc dal presidente riconoscente, Alessandro Franchi da Livorno, Gianni Lorenzetti da Massa Carrara, il confermato – anche come assessore, e quindi libererà una casella – Leonardo Marras da Grosseto, il depotenziato ex presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo che deve cedere il passo nel collegio alla riconfermata Alessandra Nardini che a sua volta libererà anche lei una casella in quanto riconfermata anche come assessora e Simona Querci.
In casa riformista si segnalano solo debutti. Spicca quello del carrierista Francesco Casini, ex sindaco di Bagno a Ripoli (quello del Viola Park) passato per una breve stagione anche dal salone dei Duegento di Palazzo Vecchio e con lui scoprono per la prima volta il salone del palazzo del Pegaso Federico Eligi da Pisa e Vittoria Salotti da Lucca. Per i verdi di sinistra brilla di luce propria l’ex sindaco di Sesto Fiorentino Lorenzo Falchi che, trascinato dal suo ostracismo allo sviluppo di Peretola, porta in dote un grande bottino di voti; insieme a lui debuttano anche la livornese Diletta Fallani e il pisano Massimiliano Ghimenti. Per il movimento cinque stelle confermata, alla faccia del limite dei due mandati, Irene Galletti al terzo giro, mentre debutta il timido ingegnere fiorentino Luca Rossi Romanelli catapultato dal Quartiere 5 di Firenze.
Andando sul fronte delle opposizioni, fra tante scarpe lucide e cravatte nuove di pacca è al debutto l’ex candidato Presidente Alessandro Tomasi che ha scelto di lasciare la sua poltrona di sindaco di Pistoia alla vice storica Annamaria Celesti per non tradire i suoi elettori. Accanto al confermato Diego Petrucci si segnalano solo debutti grazie alla buona performance del partito meloniano. Neofita sarà Jacopo Cellai figlio d’arte ed ex pluriconsigliere comunale a Firenze, l’ex candidato sindaco e consigliere scandiccese Claudio Gemelli, Marco Guidi da Massa Carrara, la pratese Chiara La Porta che ha deciso di lasciare il seggio a Montecitorio per trasferirsi armi e bagagli a Firenze, la lanciatissima livornese Marcella Amadio, il grossetano Luca Minucci, il senese Enrico Tucci, l’aretino Gabriele Veneri e l’enfant prodige Matteo Zoppini che lascia il posto di consigliere comunale a Impruneta con buona pace della maggioranza locale che poco digeriva la sua irruenza giovanile. La Lega ridotta ai minimi termini dalle frizioni interne porta in consiglio regionale il solo blindato vannacciano Massimiliano Simoni mentre Forza Italia conferma l’uomo solo al comando Marco Stella e aggiunge il figlio d’arte Jacopo Maria Ferri da Massa Carrara.
Fra i bocciati eccellenti in casa dem, oltre ai già citati ex vice sindaco di Firenze Cristina Giachi e l’ex sindaco di Reggello Cristiano Benucci sono anche alcuni ex assessori come Vincenzo Ceccarelli non rieletto così come Fiammetta Capirossi mentre Federica Fratoni ha rinunciato alla corsa nel collegio pistoiese monopolizzato dall’enfant prodige gianiano Dika. Fra i non rieletti eccellenti anche la potente aretina Lucia De Robertis che ha rinunciato alla competizione, mentre fra i bocciati dalle urne si segnalano Fausto Merlotti e Marco Niccolai. Salutano il consiglio regionale anche Maurizio Sguanci e Stefano Scaramelli in quota Italia Viva e Silvia Noferi ex grillina convertita a AVS, a cui il cambio di giacchetta in cambio di un posto al sole non ha giovato.
Sul fronte opposizione, nella debacle leghista frutto della cura Vannacci, che riduce da sette a uno solo i consiglieri, pagano pegno l’ex candidata presidente Susanna Ceccardi, bocciata dalle urne, che si può però consolare col seggiolone europeo, l’ex portiere della nazionale Giovanni Galli, che ha fatto un passo indietro e la potente versiliese Elisa Montemagni, oltre a Luciana Bartolini, Marco Casucci, Marco Landi ed Elena Meini.
Il Fu-genio Giani commissariato
Il commissariato dal Nazareno Eugenio Ex-genio Giani, che per la sua poltrona di Presidente ha barattato la sua autonomia politica e amministrativa, si è visto imporre dalla segretaria nazionale del partito Elly Schlein, tramite il potente onorevole Marco Furfaro e il segretario regionale Emiliano Fossi per gli assessorati una serie di nomi che hanno fatto balzare sulla sedia anche molti elettori del Pd.
Un chiaro laboratorio politico in vista delle politiche del 2027, dove il Pd cercherà di sbaragliare il centro destra con quel campo largo o larghissimo che nelle urne della Toscana “regione pilota” (in quanto uno dei pochi fortini rossi sopravvissuti al ventennio di governi calati dall’alto e non dalle urne) è stato per altro del tutto ininfluente alla riconferma di Giani avvenuta col 53% delle preferenze del 47% di toscani che hanno scelto di votare. Partendo dal presupposto che la segretaria armocromista pecca di visione e sta prendendo diversi granchi, non cogliendo l’ininfluenza degli alleati-macedonia, e che la vittoria gianiana è drogata dall’astensionismo, cala sul banco una giunta di carneadi e raccomandati che dovrà governare la Toscana per i prossimi cinque anni condannando la regione all’immobilismo se va bene, alla sciagura ad essere più realisti.
Piazzare assessori – qualcuno lo dica alla Elly – non è il risiko, e la Toscana, culla del Rinascimento e della cultura, non è una sala giochi, e nemmeno un laboratorio di alchimisti. Il duo Furfaro-Fossi ha messo sicuramente Giani in ginocchio ma che ne sarà della Toscana dopo la loro cura, dopo aver blindato persino “le riserve”? Non sfugge infatti agli osservatori più attenti che l’esclusione di Serena Spinelli dalla giunta non è casuale (dove ripeto era presente nelle veline consegnate alla stampa) perché avrebbe significato l’ingresso in consiglio di un altro uomo troppo vicino al buon Eugenio, ovvero Cristiano Benucci. Analoga situazione è avvenuta sulla costa, dove Alessandro Franchi – indicato inizialmente come assessore Pd – avrebbe liberato la casella a Cristina Grieco anche lei rea di essere troppo vicina al buon Eugenio che ama la Toscana ma è stato ridotto a un burattino telecomandato.
Programma elettorale vs programma di mandato
Partiamo dalle palesi incongruenze fra il programma di mandato narrato in aula durante l’insediamento, con quelle che erano le promesse – leggi: mandato – elettorale.
Reddito di cittadinanza regionale: Il patto scellerato del campo largo, che prevedeva nell’accordo con il Movimento Cinque Stelle ben 23 punti firmati e sottoscritti da Eugenio Giani con Paola Taverna prevedeva, come punto-manifesto, l’introduzione del reddito di cittadinanza regionale. Uno dei nodi più complessi da sciogliere per le stitiche casse regionali. Dove verranno trovati quei denari che per le opposizioni ammontano a circa 3,5 miliardi di euro in cinque anni, mentre per Giani sarebbero “solo” 15/20 milioni da pescare in fondi europei senza specificare quali e come?
Sanità: il portafoglio della Regione, un tempo trampolino per il governatorato, è stato tolto al senese Bezzini, fedelissimo di Giani, in nome del commissariamento del Nazareno, e pare destinato alla schleiniana Monia Monni. Durante il suo discorso di mandato, Giani non ha fatto alcun riferimento alle promesse di una nuova governance per la sanità, sottoscritte col M5S, ma ha fatto cenno, solo genericamente, a porre la sanità tra le priorità (diritti, salute), senza chiarire tempi, risorse e modalità. Nessun dettaglio, nessuna chiarezza nemmeno su come porre rimedio a quel buco dei costi attenzionato dalla Corte dei Conti.
Ambiente: altro tema caldo per gli alleati del cosiddetto “campo largo”. I Cinque Stelle chiedevano con decisione la chiusura del rigassificatore di Piombino, la revisione del piano rifiuti e, in urbanistica, la legge Marson. Anche qui, solo fuffa. Il programma di mandato parla genericamente di ambiente e acqua come bene comune, cura del territorio e dialogo con i comuni. Le risposte sui fatti concreti non sono pervenute.
Trasporti: settore delicato e sempre nell’occhio del ciclone, anche qui la vaghezza domina. Del raddoppio del tratto ferroviario Firenze-Pisa, del miglioramento del sistema ferroviario della Toscana centrale (Arezzo/Chiusi-Chianciano) non se ne parla. Nel programma di mandato si fa riferimento a raccordi con comuni e territorio, ma manca visibilità su obiettivi infrastrutturali, numeri e cronoprogramma.
Rapporto col territorio: il Presidente, sul cui regno “non tramonta mai il sole” – da Abbadia San Salvatore a Zeri, per citare solo il primo e l’ultimo in ordine alfabetico dei 273 comuni della Regione – che ha personalmente visitato stringendo mani, tagliando nastri, bevendo vino e mangiando tartine promettendo “273 progetti per 273 comuni”, si limita a poche righe dove genericamente si fa riferimento a cura del territorio e dialogo con i comuni. Il dubbio che sia solo uno slogan è evidente.
Eugenio Giani, stretto fra il suo lungo passato di ex socialista, ex riformista ed ex di tante cose, è costretto a conciliare il dovere di garantire quanto promesso con il suo “faccione rassicurante”, anche a costo di aver sacrificato la libertà d’intervento in nome della garanzia del posto al sole per i due pupilli Bernard Dika e Cristina Manetti. Si trova così chiuso tra quanto ha promesso e quanto sicuramente non potrà realizzare, in una Toscana più a sinistra di lui. Che ne sarà della promessa riforma sanitaria regionale, dato che non ha esplicitato quali interventi intende adottare, con quali tempi e con quali fondi? Sull’ambiente e l’acqua come bene comune, che cita come punto cruciale del suo programma, risponde solo con slogan molto belli e fantasiosi, mentre la Toscana, con lui al comando, sprofonda tra frane, alluvioni e smottamenti in assenza di interventi programmatici seri. Quanto alle opere di mitigazione del rischio idraulico, si registrano solo periodici tagli di nastri e inaugurazioni di lavori attesi da sessant’anni. Per le promesse fatte ai 273 comuni toscani, al di là dello slogan suggestivo, resta da capire quanto potere decisionale reale avranno i territori e se la struttura regionale è in grado di predisporre rapidamente il decentramento.
Poi ci sono i grandi temi, quelli di cui non si può parlare perché rischiano di far saltare il banco e le poltrone nel breve volgere di una notte: sviluppo dell’aeroporto di Firenze sì o no? AVS e M5S lo chiedono, e i trionfi personali di Biffoni e Flachi, ignorati in composizione di Giunta, rappresentano un tesoretto di voti che a sinistra non si può ignorare e che dicono chiaramente di salvare il parco della Piana. L’alta velocità, di cui ormai non si parla più nemmeno in campagna elettorale, avanza a passo di lumaca sotto Firenze fra stop and go imposti da problemi strutturali ai palazzi, e a Cavriglia affonda sotto inchieste e promesse fallite.
La Toscana ignorata fra preferiti dalle urne e trombati dalle stanze dei bottoni
Questa volta di sicuro non si potrà accusare il Presidente della Toscana di essere troppo “Firenze-centrico” – ignorando i flussi elettorali che, nonostante la palese flessione, confermano la Piana come roccaforte dem – dato che di fiorentino c’è davvero poco, e con il capoluogo sparisce anche tant’altra Toscana. Fuori Siena, fuori Lucca e, clamorosamente, Prato: nonostante sia la seconda città della Toscana, paga lo scotto dei presunti traffici della ex consigliera regionale ed ex sindaca Buggetti, nonostante le 22.000 preferenze di Biffoni, che ha salvato il Pd pratese dal fallimento.
Il povero Eugenio, il Fu-genio Giani, ormai legato mani e piedi dagli scheleriani e manovrato come ChatGPT, tira fuori dal carniere la sua imbarazzante giunta, a cui mancano ancora – e già ci tremano i polsi – le deleghe. Ci sono solo due fedelissimi, quasi tutti non scelti dagli elettori, simbolo che le urne non contano più nulla. Poi ci stupiamo dell’astensionismo?
Ed ecco gli assessori…
Mia Diop Bintou (vicepresidente)
La carneade piovuta direttamente dal Nazareno per gentile concessione di Elly Schlein, com’era prevedibile, è stata mandata al massacro in un ruolo più grande di lei e delle sue ambizioni. Dopo esserci chiesti per un giorno “Mia chi?!?”, la stessa ha subito il naturale voyeurismo dei suoi social e della vita pubblica e privata. È stato scandagliato il suo passato, brevissimo dati i suoi 23 anni, fra Livorno, dov’è nata e vive, e Pisa, dove frequenta Scienze Politiche, e, oltre alla sua approssimativa esperienza politica fatta di soli 16 mesi in consiliatura al comune di Livorno, spicca il ruolo di membro del direttivo nazionale del PD grazie alla tessera di Arcigay in tasca e a un’amicizia personale con la segretaria, vantata per averla affiancata nella sua campagna elettorale in Toscana per far vincere Salvetti a Livorno.
Una figurina Panini chiaramente solo simbolica e messa lì per millantare un rinnovamento partitico verso la generazione Z, più che un “Mamdani cacciuccato”, e di cui sono già usciti altarini nascosti poco edificanti, come il padre che non pagava l’affitto in una casa popolare per 20 anni e che al 2023 vantava un debito di 27.000 euro col comune labronico.
In concreto, quale ruolo avrà nell’azione amministrativa? Cosa succederà alla povera Toscana se al buon Eugenio verrà anche solo un raffreddore?
Filippo Boni
Laureato in Scienze Politiche, è l’ex vicesindaco pluridecennale di Cavriglia e, come candidato consigliere regionale, è forte di oltre 11.000 preferenze personali.
Giornalista, scrittore, storico e saggista, ha pubblicato diversi libri di storia contemporanea sugli anni di piombo, aggiudicandosi vari riconoscimenti regionali.
È sicuramente il profilo culturale e letterario della giunta e uno dei pochi assessori nominati ad essere passato dalle forche caudine delle urne con un grande successo personale.
I dubbi sorgono perché la sua esperienza è limitata a politiche locali e, nonostante il suo curriculum, a lui pare sia destinata la delega complessa alle infrastrutture e ai trasporti. Forse troppo?
Cristina Manetti
Ambiziosa giornalista professionista, ex redattrice del fu Giornale della Toscana, con una laurea in Giurisprudenza in tasca, è la fedelissima per eccellenza dell’eterno Eugenio.
Ex capo di gabinetto del presidente dal 2020, prima donna in quel ruolo, attiva nelle iniziative sulla parità di genere, nonché presidente del Museo Casa di Dante per gentile concessione del suo mentore, dopo aver provato a diventare assessore nella giunta Funaro, dove non l’hanno scelta perché pratese, salvo poi optare per un assessore pisano! Questa volta è riuscita a realizzare il suo sogno, e il suo mentore, che per lei e per Dika si è immolato come San Sebastiano, le affiderà la delega alla cultura, alla faccia anche della recente figuraccia del ritiro della patente per guida in corsia d’emergenza, fingendo peraltro un malore, che a qualsiasi altro sarebbe costato il posto e a lei invece la promozione.
Alessandra Nardini
Pisana di provincia, dato che risiede ancora nell’ameno Santo Pietro Belvedere (piccolo borgo frazione di Capannoli), con una maturità scientifica in tasca e l’iscrizione alla facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università di Pisa in stand-by, rappresenta la componente orlandiana del PD, ricordandoci che l’ex Ministro della Giustizia Andrea Orlando esiste ancora.
Eletta nel suo collegio con una valanga di voti nel 2015 e riconfermata con la stessa valanga di voti, nonostante non fosse capolista (sacrificata per salvare Antonio Mazzeo), è una dei pochi assessori uscenti confermati dopo il commissariamento schleiniano.
Monia Monni
Campigiana di nascita, di formazione e crescita politica, dove nella giunta di Campi Bisenzio ha ricoperto il ruolo di assessore all’Ambiente e ai Lavori Pubblici nell’epoca del boom della cementificazione e dell’antropizzazione della Piana, prima che la stessa sprofondasse (di conseguenza) nell’acqua e nel fango.
È stata la prima eletta del PD nel collegio Firenze 4 e, anche in virtù di questo risultato personale e della sua appartenenza all’ala schleiniana del partito in Toscana, dopo aver sfiorato un assessorato in Palazzo Vecchio, si è guadagnata la riconferma al Palazzo del Pegaso, dopo i cinque anni alla Protezione Civile, in cui si è distinta per non aver portato a termine nessuno dei progetti che dovevano garantirsi sicurezza e per aver pianto sul fango versato di Campi Bisenzio.
In virtù di questa dote che porta, dovrebbe aver confermato l’assessorato alla Protezione Civile, a cui aggiungere le deleghe ad Ambiente, Economia Circolare, Difesa del Suolo e Lavori Pubblici.
Un portafoglio molto pesante, fatto più di ideologie, fuffa e buoni propositi.
Leonardo Marras
Riconferma anche per il 52enne grossetano e gianiano di ferro.
L’enfant prodige della politica maremmana, unico sopravvissuto con Manetti alla scure del Nazareno che ha tolto dalla stanza dei bottoni toscana i delfini del Presidente, è considerato un enfant prodige della politica, dato che divenne sindaco di Roccastrada a soli 26 anni. Già presidente della provincia di Grosseto (2009-2014) e membro del Consiglio prima di essere eletto consigliere regionale nel 2015, dove fece subito il salto carpiato al ruolo di assessore ai Trasporti.
Questa volta al fumoso Leonardo toccherà probabilmente la delega all’Economia, alle Attività Produttive, alle Politiche del Credito e al Turismo.
Una responsabilità enorme in una regione che, col portafoglio vuoto, deve rilanciare investimenti, innovazione e turismo sostenibile. L’esperienza territoriale è forte, ma il salto è grande e richiede una visione ampia e non solo locale, che nei Trasporti non ha avuto. Saprà pensare in Toscana e non solo in Maremmano? Nei primi cinque anni non ha convinto, si attende la svolta.
Alberto Lenzi
Sindaco di Fauglia, eletto solo un anno fa, ingegnere e tecnico ambientale di professione, è il profilo esterno giusto per rappresentare AVS, a cui si è avvicinato dopo un percorso civico di centro-sinistra.
Si dovrà occupare quasi sicuramente di Ambiente, Energia e Transizione Ecologica.
Difficilissimo sarà gestire il doppio incarico tra amministrazione locale e regionale, e questo solleva anche dubbi sulla sua piena disponibilità e sulla gestione dei conflitti d’interesse territoriali.
Pesa anche lo scarso radicamento nel partito (a Fauglia è stato eletto con una lista civica) e nessuna esperienza precedente in ruoli regionali o di area vasta.
Il suo ingresso in giunta sembra essere frutto di un compromesso per lasciare fuori il campione di preferenze Lorenzo Falchi, che, con la sua posizione netta contro lo sviluppo di Peretola, imbarazza non poco la tenuta della giunta.
David Barontini
Un altro pisano e un altro esterno per una giunta a chiara trazione salmastra, che rappresenta il terzo incomodo fra i due litiganti Cinque Stelle (Galletti – Rossi Romanelli).
Laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa, lavora nel campo della comunicazione e della gestione di progetti sociali.
La sua è una nomina che appare più politica che meritocratica, per un movimento in caduta libera che scontenta tutti, sia gli attivisti, che hanno fatto campagna elettorale e indicato altri nomi, sia gli alleati, che si chiedono quale senso abbia un assessorato in quota M5S per la manciata di voti che hanno portato.
Per il M5S, l’alleanza toscana con Giani, più che un accordo programmatico, sembra una mossa di sopravvivenza politica; resta da vedere se Barontini saprà battere i pugni sul tavolo e chiedere il rispetto dell’accordo di programma.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli
