Mi hanno obbligato a leggere un articolo: il comunicato del 10 luglio del Comune di Firenze. Leggo parole come «commemorazione» e «celebrazioni» riferite ai 60 anni dell’alluvione. Gli enti hanno sottoscritto un protocollo.
Giorni addietro Giani ha inaugurato le spallette a valle di Ponte Vecchio. Ricordo che l’Arno esondò a monte di Ponte Vecchio. Poi, ricordo a tutti che i fiorentini hanno lasciato in massa il centro di Firenze dopo l’alluvione. Ora ci sono le locuste e il mangificio. I prestiti, così raccontano gli alluvionati di ieri, avevano interessi per oltre il 10% e i contributi erano irrisori a fronte dei danni subiti dagli immobili, che ora sono B&B. Speculazione finanziaria e immobiliare sulla tragedia del popolo non eletto costretto alla diaspora. E, infine, ricordo che Funaro è nipote di Bargellini, sindaco dimissionario prima dell’alluvione.
La Firenze che vorrei segue da tempo il tema della prevenzione e della gestione del rischio alluvionale. Cerchiamo da tempo di capire cosa è stato fatto sul piano della formazione professionale. Già nei mesi scorsi abbiamo chiesto all’Ordine degli Ingegneri quanti corsi di aggiornamento su arginature, difesa idraulica e rischio idrogeologico siano stati organizzati negli ultimi anni, da quando siano attivi, con quale cadenza e quanti professionisti vi abbiano partecipato. Non rispondono. Perché?
Ora passiamo agli alluvionati di oggi. I Comitati, che hanno avuto la forza di fare fronte comune, dovrebbero chiedere perché si è rotto l’argine e chi lo aveva progettato.

