Il Cubo Nero: chi ha autorizzato cosa? Viaggio tra sedici anni di autorizzazioni, prescrizioni e interrogativi

sabatini cubo nero

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La Procura indaga, mentre sul piano amministrativo restano da chiarire alcuni passaggi: Sabatini ha raccolto 52 atti e continua a chiedere di ricostruire chi abbia deciso, autorizzato e controllato

 

Il punto di partenza è un edificio che oggi tutti conoscono per la sua nuova, discussa fisionomia, ma la vicenda del cosiddetto “cubo nero” comincia molto prima che le impalcature venissero rimosse e che Firenze si interrogasse sull’impatto di quella costruzione sul proprio skyline.

La ricostruzione fatta durante l’incontro organizzato ieri da Lista Schmidt a Palazzo Vecchio  e dal titolo “La Tutela paesaggistica del centro Unesco di Firenze” ha riportato la vicenda indietro di oltre quindici anni, fino alle decisioni assunte tra il 2008 e il 2009 sulla vendita dell’ex Teatro Comunale. Da allora si sono susseguiti cambi di destinazione, passaggi di proprietà, strumenti urbanistici, valutazioni paesaggistiche e autorizzazioni edilizie. Un percorso tutt’altro che lineare, nel quale sono entrati Comune, Regione, Soprintendenza e altri soggetti pubblici e privati.

Ed è proprio qui che l’incontro ha spostato il fuoco della discussione. Non più soltanto: il nuovo edificio è bello o brutto? Ma una domanda molto più concreta: chi doveva controllare che ciò che era stato autorizzato fosse effettivamente ciò che veniva costruito?

La risposta, secondo la ricostruzione dell’avvocato Mariani, è particolarmente importante. Nel procedimento paesaggistico la Soprintendenza esprime un parere obbligatorio e vincolante, ma è il Comune, titolare del procedimento, ad avere un ruolo decisivo nella fase successiva di controllo e vigilanza. Il sistema, dunque, non prevede che la Soprintendenza controlli ogni passaggio del cantiere: una volta espresso il proprio parere, il controllo sull’attuazione delle prescrizioni ricade principalmente sull’amministrazione comunale.

E proprio quelle prescrizioni rappresentano il cuore della vicenda. L’autorizzazione paesaggistica prevedeva, tra l’altro, che materiali, colori e finiture esterne fossero concordati durante i lavori, attraverso valutazioni congiunte. Una seconda prescrizione riguardava invece elementi di dettaglio, come illuminazione, piccoli arredi e altre finiture.

Fin qui, tutto apparentemente chiaro. Il problema nasce quando si prova a capire come quelle prescrizioni siano state concretamente applicate. Dopo la rimozione delle impalcature, nell’agosto 2025, l’edificio appare nella sua configurazione definitiva e iniziano le contestazioni sui materiali, sui colori e sulle caratteristiche esterne. Il progetto prevedeva determinate indicazioni, mentre ciò che si vede realizzato solleva interrogativi. Sabatini comincia quindi a chiedere non opinioni, ma documenti: verbali, autorizzazioni, tracce degli incontri, atti che dimostrino quando e da chi siano state approvate le modifiche.

Ed è qui che la vicenda diventa decisamente più interessante. Nel fascicolo comunale, secondo quanto emerso durante l’incontro, non viene trovata la documentazione relativa alla verifica di quella prescrizione. La dirigente comunale si rivolge quindi alla Soprintendenza e alla proprietà chiedendo conto di quanto avvenuto in cantiere. La circostanza è significativa perché, anziché trovare immediatamente agli atti una sequenza di verbali e autorizzazioni, l’amministrazione deve chiedere agli interessati di produrre la documentazione che dovrebbe consentire di ricostruire il controllo effettuato.

Poi arriva un passaggio ancora più delicato. La proprietà sostiene di avere effettuato sopralluoghi e di avere ricevuto l’assenso necessario. La Soprintendenza, però, sempre secondo la ricostruzione presentata, precisa di non avere mai dato quell’assenso per la parte del progetto che non rientrava nella sua competenza diretta. Gli incontri in cantiere ci sarebbero stati, ma avrebbero riguardato esclusivamente la facciata sottoposta a vincolo diretto. Per il resto, la Soprintendenza avrebbe atteso di essere formalmente coinvolta dal Comune, titolare del procedimento. Una differenza tutt’altro che marginale.

Perché a quel punto la domanda diventa inevitabile: se il Comune doveva convocare la Soprintendenza e la Soprintendenza sosteneva di aspettare quella convocazione, chi ha formalmente autorizzato le scelte effettuate nel resto dell’edificio? E soprattutto: dov’è il documento che lo dimostra? La vicenda si complica ulteriormente quando viene invocata quella che viene definita una “prassi”, cioè l’abitudine a gestire determinate decisioni direttamente in cantiere. Ma alla richiesta di dimostrare che quella fosse effettivamente una prassi consolidata, la ricerca documentale avrebbe restituito, secondo quanto riferito, un quadro molto diverso: non una lunga serie di precedenti analoghi, ma nessun caso realmente sovrapponibile individuato nell’ambito considerato.

Nel frattempo la vicenda è arrivata anche sul terreno giudiziario, con l’intervento della Procura, sequestri e iscrizioni nel registro degli indagati. Ma è importante non confondere i piani: un’indagine deve ancora stabilire eventuali responsabilità e il suo esito non può essere anticipato. Ciò che interessa, però, è che l’attività investigativa rende ancora più importante ricostruire documentalmente chi abbia fatto cosa, con quale competenza e sulla base di quali atti. Ed è proprio su questo terreno che si comprende il lavoro svolto da Sabatini.

Al di là delle valutazioni politiche, l’incontro di ieri restituisce la dimensione quantitativa di un’attività durata un anno: atti, richieste, accessi, solleciti, interlocuzioni con Comune, Regione, Soprintendenza e altri soggetti. Lo stesso Sabatini riferisce di avere prodotto 14 documenti e di avere raccolto una documentazione complessiva di 52 atti, seguendo la vicenda praticamente settimana dopo settimana. È questa probabilmente la parte meno spettacolare della vicenda e, allo stesso tempo, quella più importante. Perché il lavoro non si è limitato a fotografare il risultato finale, ma ha cercato di risalire all’indietro lungo la catena amministrativa: chi ha deciso, chi ha autorizzato, chi doveva controllare, chi è stato coinvolto e, soprattutto, dove sono le carte che dovrebbero raccontare questi passaggi.

In questo percorso viene sottolineato anche il contributo dell’avvocato Mariani, la cui competenza in materia amministrativa e paesaggistica ha consentito di tradurre una vicenda apparentemente incomprensibile in una sequenza di responsabilità e competenze comprensibili anche ai non addetti ai lavori. È uno degli elementi più interessanti emersi dall’incontro: la documentazione, da sola, può essere enorme e difficile da leggere; il valore aggiunto sta nel saperla collegare e interpretare senza sostituire i fatti con le opinioni.

E così rimangono sul tavolo diversi interrogativi.

Sono state effettivamente svolte le valutazioni congiunte previste dall’autorizzazione paesaggistica? Se sì, quando, con chi e con quali decisioni formalizzate?

Perché nel fascicolo comunale non risultava immediatamente la documentazione relativa alla prescrizione? Quale atto ha consentito di passare dalle indicazioni iniziali sui materiali e sulle finiture alle soluzioni effettivamente realizzate?

La modifica dei materiali e delle tecniche costruttive richiedeva una variante? E, se non la richiedeva, quale percorso amministrativo ha consentito di modificare il progetto?

Perché Comune e Soprintendenza sembrano avere attribuito l’uno all’altra il compito di attivare il procedimento?

Sono domande, non sentenze. E proprio per questo sono importanti.

Anche perché, come è stato ricordato durante l’incontro, la questione non riguarda soltanto il colore di una facciata o l’estetica di un edificio. Il caso diventa un banco di prova sul funzionamento della macchina amministrativa in una città sottoposta a una tutela paesaggistica e culturale eccezionalmente complessa. La vicenda, del resto, non sembra ancora conclusa. Dopo mesi di richieste e contrasti istituzionali, la Regione ha escluso, allo stato degli atti richiamati nell’incontro, i presupposti per attivare i propri poteri sostitutivi. Sabatini ha quindi continuato a chiedere verifiche e documentazione, arrivando a sollecitare un nuovo esame della questione anche nel settembre 2026.

E forse è proprio questo il dato più significativo emerso dalla serata: il “cubo nero” non è più soltanto una questione di architettura. È diventato un caso che mette sotto osservazione il rapporto fra autorizzazioni e controlli, fra competenze pubbliche e responsabilità amministrative, fra ciò che dovrebbe essere scritto negli atti e ciò che, secondo quanto ricostruito, sarebbe invece rimasto affidato a incontri, comunicazioni informali o interpretazioni divergenti.

Sarà la documentazione completa, e per quanto riguarda gli eventuali profili di responsabilità saranno gli organi competenti, a stabilire cosa sia realmente accaduto. Ma una domanda resta, semplice e difficilmente eludibile: in una città che dovrebbe fare della tutela del proprio patrimonio una delle sue regole fondamentali, può bastare dire “si è sempre fatto così” quando si chiede dove siano le carte? La risposta, in una pubblica amministrazione, dovrebbe essere contenuta nei documenti. E proprio la ricerca di quei documenti è stata, nell’ultimo anno, la vera battaglia di Sabatini.

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