Firenze torna a dialogare con il grande cinema d’autore e lo fa attraverso uno dei suoi luoghi simbolo: il Cinema La Compagnia.
CONTINUA con il suo ultimo appuntamento Lunedi 11 maggio, la rassegna interamente dedicata a John Carpenter, autore fondamentale del cinema americano contemporaneo, spesso associato all’horror ma in realtà molto più complesso, politico e stratificato di quanto l’etichetta di genere lasci intendere.
Qui la lista completa dei film della rassegna che accompagnerà gli spettatori quasi ogni lunedi fino a maggio: click
QUESTA SETTIMANA la rassegna presenta il film

- LUNEDÌ 11 MAGGIO, ore 21.00
Fantasmi da Marte (Ghosts of Mars, 2001, 100′ – v.o. sott. italiano)
presentazione a cura di Marco NucciNell’anno 2176, su un Marte in fase di terraformazione, una squadra di polizia viene inviata in un remoto avamposto minerario per prelevare il pericoloso criminale James ‘Desolation’ Williams. Al loro arrivo scoprono che i coloni sono stati posseduti dagli spiriti di un’antica civiltà marziana, costringendo guardie e prigionieri ad allearsi per sopravvivere.
Carpenter torna alle sue radici riproponendo la struttura dell’assedio, mescolando fantascienza e atmosfere western sotto un cielo rosso sangue. Il film si caratterizza per una narrazione frammentata dai flashback e per una colonna sonora heavy metal, offrendo un’azione incessante che chiude la fase hollywoodiana del regista con un’opera di puro caos.
- Nel panorama del cinema di fantascienza e horror degli anni Duemila, pochi film sono riusciti a incarnare il concetto di “cult maledetto” quanto Fantasmi da Marte. Uscito nel 2001 e accolto all’epoca con recensioni tiepide, incomprensioni critiche e un clamoroso insuccesso commerciale, il film diretto da John Carpenter è oggi considerato da molti appassionati un’opera radicalmente personale, un western spaziale tossico e rumoroso che rappresenta, nel bene e nel male, l’ultimo vero urlo creativo di uno dei maestri assoluti del cinema fantastico americano.Parlare di “Fantasmi da Marte” significa entrare in un universo sporco, anarchico, heavy metal, lontanissimo dalla fantascienza elegante e tecnologica che Hollywood stava imponendo all’inizio del nuovo millennio. Carpenter non voleva realizzare un film levigato. Voleva creare un’esperienza sensoriale fatta di polvere rossa, riff di chitarra, sangue, possessioni demoniache e assedi claustrofobici. Il risultato fu qualcosa di profondamente fuori moda già nel momento della sua uscita. Ed è forse proprio per questo che il film, negli anni, ha acquisito uno status quasi mitologico.
Ambientato nel 2176, “Fantasmi da Marte” immagina un pianeta rosso ormai colonizzato dall’uomo. Marte non è più il misterioso corpo celeste osservato dai telescopi, ma una gigantesca miniera industriale popolata da operai, poliziotti e criminali. L’atmosfera ricorda molto più il vecchio West americano che la fantascienza classica: cittadine isolate, treni blindati, sceriffi armati e fuorilegge. Carpenter trasforma Marte in una frontiera selvaggia, erede diretta dei western di Howard Hawks e John Ford, ma filtrata attraverso il punk e l’estetica industriale degli anni Novanta.
La trama segue la tenente Melanie Ballard, interpretata da Natasha Henstridge, incaricata di trasferire un criminale pericoloso, James “Desolation” Williams, interpretato da Ice Cube. Quando la squadra arriva in un avamposto minerario marziano, trova una situazione apocalittica: gli abitanti sono stati posseduti dagli spiriti di un’antica civiltà marziana sterminata millenni prima. Queste entità si impossessano dei corpi umani trasformandoli in guerrieri feroci, mutilati, tatuati, quasi tribali. Ne nasce un lungo assedio in cui poliziotti e detenuti devono collaborare per sopravvivere.
Dietro questa premessa apparentemente semplice si nasconde però un’operazione molto più complessa. Carpenter, che aveva già rivoluzionato l’horror con Halloween e la fantascienza paranoica con La cosa, in “Fantasmi da Marte” compie una sorta di sintesi estrema del proprio cinema. Il film contiene infatti quasi tutti i suoi temi fondamentali: il gruppo assediato, la società in disfacimento, la contaminazione aliena, l’anti-eroe cinico, l’autorità corrotta, il senso di fine imminente.
Ma c’è anche qualcosa di diverso. Qui Carpenter sembra voler distruggere deliberatamente ogni residuo di eleganza narrativa. Il montaggio è aggressivo, frammentato, quasi videoclipparo. La fotografia utilizza colori saturi e acidi. La colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter insieme a musicisti come Steve Vai, Buckethead e Anthrax, abbandona le celebri atmosfere sintetiche minimali del regista per abbracciare un heavy metal martellante che accompagna l’intero film come un concerto industriale nel deserto cosmico.
È proprio questa componente sonora a rendere “Fantasmi da Marte” così unico nella filmografia carpenteriana. Il film non vuole essere raffinato: vuole essere rumoroso, sporco, fisico. In certi momenti sembra quasi un videoclip metal trasformato in film di fantascienza. Una scelta che nel 2001 apparve eccessiva e persino ridicola a molta critica, ma che oggi viene rivalutata come un gesto autoriale coerente e coraggioso.
Il problema, all’epoca, fu anche il contesto storico. Il film uscì in un momento in cui Hollywood stava ridefinendo la fantascienza attraverso opere iper-tecnologiche e visivamente pulite come Matrix. Carpenter invece proponeva un cinema volutamente rétro, analogico, quasi “vecchio”. Gli effetti speciali pratici convivevano con CGI limitata, l’estetica sembrava appartenere più agli anni Ottanta che al futuro. Per molti spettatori del tempo fu un film “sbagliato”. Troppo pulp per essere preso sul serio, troppo serio per essere pura parodia.
Eppure proprio questa identità indefinibile ha reso “Fantasmi da Marte” un oggetto di culto. Nel corso degli anni, soprattutto grazie al mercato home video e alle rivalutazioni online, il film è stato riscoperto da una nuova generazione di cinefili. Molti hanno iniziato a leggerlo come un’opera terminale, il manifesto disperato di un autore che rifiutava di adattarsi alle regole del blockbuster contemporaneo.
C’è inoltre una componente politica spesso sottovalutata. Carpenter ha sempre usato il fantastico per parlare dell’America e delle sue paure. In “Fantasmi da Marte” gli spiriti alieni rappresentano una forza ancestrale che si ribella alla colonizzazione umana. I terrestri arrivano su Marte per sfruttarne le risorse, scavano nel sottosuolo, devastano un ecosistema antico e finiscono per liberare qualcosa che non comprendono. È impossibile non leggere il film anche come una metafora del colonialismo e dell’arroganza industriale.
Dal punto di vista visivo, il film possiede immagini potentissime. I guerrieri marziani, con i loro corpi mutilati e le modificazioni estreme, anticipano in parte certe estetiche post-apocalittiche che esploderanno anni dopo in opere come Mad Max: Fury Road. Carpenter costruisce un mondo dominato dalla ruggine, dalla sabbia e dalla decadenza tecnologica. Marte non è un luogo di progresso, ma una gigantesca discarica industriale ai confini dell’universo.
Un aspetto fondamentale nella rivalutazione del film riguarda il modo in cui oggi viene percepita la carriera di Carpenter. Nel 2001 il regista era considerato da molti un autore “finito”. Dopo capolavori come 1997: Fuga da New York, Essi vivono e Il seme della follia, Hollywood aveva progressivamente emarginato il suo cinema. “Fantasmi da Marte” fu visto come il fallimento definitivo. Oggi invece appare quasi come un testamento artistico: un film libero da compromessi, in cui Carpenter estremizza tutto ciò che aveva sempre amato.
Ed è proprio questa libertà a renderlo ancora oggi così affascinante. “Fantasmi da Marte” non cerca di piacere a tutti. Non vuole essere elegante né rassicurante. È un film che urla, suda, graffia. Un’opera sporca e punk che sembra provenire da un’altra epoca del cinema americano, quando i registi potevano ancora imprimere nei blockbuster una personalità radicale.
A venticinque anni dalla sua uscita, il film continua a dividere pubblico e critica, ma è proprio questa sua natura controversa a mantenerlo vivo. In un panorama contemporaneo spesso dominato da franchise perfettamente calibrati e prodotti visivamente omologati, “Fantasmi da Marte” appare come un’anomalia preziosa: un blockbuster sci-fi realizzato da un autore che preferiva il caos alla perfezione.
E forse è proprio questo il motivo per cui oggi il film viene amato più di quanto non lo sia mai stato nel 2001. Perché dietro il rumore, il sangue e le chitarre distorte, “Fantasmi da Marte” contiene qualcosa che nel cinema contemporaneo è diventato rarissimo: una visione autenticamente personale.
John Carpenter, un autore chiave del cinema moderno
Nato nel 1948 a Carthage, nello Stato di New York, John Carpenter è uno di quei registi che hanno saputo coniugare indipendenza creativa e immaginario popolare, influenzando profondamente il cinema degli ultimi cinquant’anni. Formatosi alla University of Southern California, Carpenter emerge negli anni Settanta come una voce nuova, capace di lavorare con budget ridotti trasformando i limiti produttivi in uno stile riconoscibile. Regista, sceneggiatore e spesso anche compositore delle colonne sonore dei propri film, ha costruito un cinema basato su ritmo, geometria dell’inquadratura, uso sapiente del formato panoramico e una musica elettronica minimale diventata iconica.
La sua importanza non risiede solo nei successi commerciali come Halloween, La cosa o 1997: Fuga da New York, ma nella coerenza di una visione che attraversa tutta la sua filmografia. Carpenter racconta l’assedio, la paranoia, la dissoluzione dell’ordine sociale, la sfiducia nelle istituzioni e la fragilità della civiltà occidentale. Temi che, riletti oggi, appaiono sorprendentemente attuali. La rassegna de La Compagnia si inserisce dunque non come semplice omaggio nostalgico, ma come occasione critica per rileggere un autore che ha saputo parlare del suo tempo anticipando il nostro.
Stefano Chianucci
