Un confronto tra Toscana ed Emilia-Romagna per chiedere un «cambio di rotta» nella gestione della sicurezza idraulica e del territorio. È quanto emerso dall’incontro L’alluvione ieri, oggi… domani?, svoltosi alla libreria L’Ora Blu di Firenze venerdì 16 ottobre.
A confrontarsi sono stati comitati, tecnici esperti e cittadini provenienti da Campi Bisenzio, Firenze, Prato, Montemurlo, Empoli, Alto Mugello e dalla Romagna.
Al centro del dibattito, la necessità di superare la logica dell’emergenza per costruire una prevenzione permanente e una strategia condivisa che vada oltre i confini regionali. In questo quadro è stato presentato il Manifesto dei diritti degli alluvionati, definito nel corso dell’iniziativa come una sorta di «costituzione» delle comunità alluvionate, con l’obiettivo di portarlo prossimamente anche all’attenzione europea.
Nel corso del dibattito è stato ribadito che la sicurezza idraulica non è un tema tecnico per soli addetti ai lavori, ma una responsabilità collettiva. Le alluvioni non sono eventi eccezionali da archiviare, ma fenomeni ciclici accentuati dal cambiamento climatico.
«Le alluvioni colpiscono in modo discontinuo e tendiamo a dimenticarcene, eppure le conseguenze sono devastanti – ha sottolineato il Prof. Stefano Orlandini –. I fiumi seguono le leggi della natura, non quelle degli uomini, e la natura non ha alcun obbligo di proteggere le città che abbiamo costruito lungo le loro sponde. Non possiamo eliminare completamente il rischio di alluvione, ma possiamo ridurlo a livelli ottimali, trovando un equilibrio tra la sicurezza delle persone e la conservazione degli ecosistemi».
«Il maggio 2023 in Emilia-Romagna non è stato un evento eccezionale – ha scandito il Geol. Riccardo Galassi –. Le piogge, con ciclicità circa trentennale, hanno trovato un territorio fragile: argini di 70-80 anni, mai verificati e degradati dal tempo, alvei boscati e mai ripuliti, casse di espansione progettate da decenni ma mai realizzate».
«Gli alvei – ha messo in chiaro – sono stati trattati come corridoi ecologici, dimenticando la loro funzione primaria: far defluire le acque e proteggere persone e beni. Sono state impedite le operazioni elementari di pulizia e disalveo, ignorato l’impatto della fauna fossoria sugli argini e lasciate le frane montane a interagire con torrenti e fiumi, nonostante i Piani di Bacino indicassero già i lavori necessari. Il risultato è stato l’allagamento di pedecollina e pianura, danni ingentissimi e 16 morti. Una cronaca di una morte annunciata».
«Definire l’evento “eccezionale” – come fa il rapporto commissionato dalla Regione – non è neutro: nel diritto italiano quell’aggettivo consente di escludere o limitare le responsabilità civili e penali di chi doveva amministrare il territorio e non lo ha fatto, o lo ha fatto in modo parziale e inefficace».
Dalla Bassa Romagna, con l’intervento dedicato a Conselice, è arrivato un affondo sulla gestione del territorio: la politica deve prendere consapevolezza che il territorio va gestito e conservato e la tutela della vita deve prevalere sulle ideologie e sugli interessi di pochi.
Sul fronte dei comitati degli alluvionati è intervenuto Giovanni Mariotti per i Comitati firmatari del Manifesto dei diritti degli alluvionati: «C’è una distanza tra le istituzioni locali più prossime e i cittadini colpiti, a fronte di un ascolto spesso più diretto da parte di Roma e del Governo centrale. E i ristori arrivano ancora in ritardo. Per tre anni ci è stato detto che la manutenzione dei corsi d’acqua era adeguata e che le piene avrebbero riequilibrato da sole accumuli di detriti e vegetazione. Le foto aeree storiche dal 2014 a oggi dimostrano il contrario: le criticità restano e sottraggono volume e portata ai fiumi».
Per il futuro, i comitati puntano non solo a fare rete con altre regioni, ma anche a dialogare con i comuni dove la prevenzione ha funzionato, e a valutare la traduzione del Manifesto in inglese, francese e spagnolo per aprirlo alle altre realtà europee, visto che le alluvioni si verificano con sempre maggiore frequenza.
A dare una prospettiva tecnica al confronto è stato l’urbanista Filippo Boretti, che ha indicato nel 2 novembre 2023 un punto di non ritorno: «Dopo quella data, la politica del territorio non può essere la stessa. L’urbanistica non serve soltanto a decidere dove e quanto costruire, ma a garantire che una città possa continuare a vivere. Riesaminare i piani non significa bloccare tutto per principio, ma verificare se l’impermeabilizzazione, il drenaggio e la tutela del reticolo minore siano adeguati agli eventi estremi. Far finta che nulla sia cambiato sarebbe la scelta più rischiosa».
Secondo l’Ing. Raffaele Tarchiani, ogni struttura deve essere «valutata per resistere a carichi molto superiori al massimo ragionevole» e «gli argini non dovevano cedere come hanno ceduto». A suo avviso, il fatto che si vedano spesso argini rialzati e simmetrici su entrambe le sponde dimostra che non è stata fatta una scelta politica e preventiva fondamentale: decidere da che parte far defluire l’acqua quando il fiume supera i livelli di guardia. Se l’esondazione avviene verso le case e le aziende anziché verso i campi, significa che si è scelto, di fatto, di mandarla lì. Basterebbe realizzare argini più bassi e cedevoli sul lato campagna, prevedendo poi giusti indennizzi per i proprietari terrieri.
Da qui il suo invito pratico alle comunità: chiedere tutto per iscritto, pretendere la documentazione sugli argini crollati, i nomi dei progettisti e le loro qualifiche. È l’unico modo, ha spiegato, per fare chiarezza e ottenere risposte dai responsabili.
Tarchiani ha richiamato anche la sua esperienza precedente con l’ISPESL, che dieci anni prima della pandemia lo aveva chiamato a coordinare un gruppo di lavoro per una linea guida sul rischio di biocontaminazione in base al D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro. «Documenti chiari, credibili e applicabili, che alcune aziende hanno utilizzato e che hanno permesso di lavorare durante tutta la pandemia». Eppure, ha ricordato, invece di applicare la legge e la documentazione tecnica già pronta, si è scelto di gestire tutto in emergenza. Per Tarchiani il parallelo è lo stesso: anche oggi la domanda da porsi è perché non si faccia riferimento a leggi e documenti tecnici che già esistono.
L’incontro si è chiuso con un impegno operativo: allargare la rete dei comitati non solo per denunciare le criticità, ma per fare alleanze con i territori in cui la prevenzione ha dato prova di efficacia, portando le istanze degli alluvionati fuori dai confini nazionali.
Per La Firenze che Vorrei, promotrice dell’iniziativa, sono intervenuti Jean-Claude Martini e Lorenzo Somigli.


