Dai bilanci ai pici all’aglione: il giornalismo d’inchiesta trasformato in una puntata di Masterchef
C’era una volta il giornalismo d’inchiesta, quello che scavava nei bilanci, che metteva alle strette il potere e pretendeva risposte chiare sui disagi della cittadinanza. Poi, felicemente, siamo approdati all’era del giornalismo gastronomico-istituzionale, dove il massimo dell’audacia della cronaca locale consiste nel verificare la cottura al dente dei pici all’aglione della Sindaca. L’incontro ravvicinato tra La Nazione e Sara Funaro, orchestrato tra i fornelli dell’Orto di San Frediano, è un capolavoro di spensierata indulgenza mediatica, un bignami di squisita complicità dove le domande scomode vengono prudentemente lasciate fuori dalla porta, forse per evitare che la sfoglia si sgonfi.
Il tono dell’articolo oscilla tra l’agiografia e il diario intimo, dipingendo la cucina come una “capsula protettiva” da una città descritta come “cervellotica e ingolfata” – quasi che a governarla, da quasi due anni, non ci fosse proprio la stessa persona che in quel momento sta amorevolmente impastando acqua e farina. Ma il vero pezzo forte del menù è la totale assenza di un contraddittorio degno di questo nome. Più che un’intervista, il pezzo si configura come un confortevole soliloquio, un tappeto rosso steso davanti a una Sindaca che si loda, si autoassolve e lancia metafore culinarie ardite, senza che nessuno si sogni di farle notare che la realtà, fuori dal ristorante, ha un sapore decisamente meno zuccherino.
Quando si tocca il tema scottante dei cantieri e dei disagi urbani, la risposta della prima cittadina è un fulgido esempio di equilibrismo retorico: “Cosa brucio? Per adesso le strade”. Una battuta che liquida mesi di code e proteste, accolta con un cenno d’assenso che sa tanto di generosa accoglienza. La narrazione prosegue fluida sulle ali del disimpegno, virando rapidamente su questioni cruciali per il futuro di Firenze: il “restyling del Franchi” liquidato come un cantiere delicato ma che dà soddisfazione, la nostalgia per i dribbling del brasiliano Edmundo e il dubbio amletico se invitare o meno a cena gli esponenti della Lega. Tutto confezionato per restituire l’immagine di una leader “pragmatica” e “umana”, che magari piange di gioia ma non si scompone davanti alle critiche, prontamente etichettate come “falsità”.
In questo rinfrescante idillio tra stampa e potere, il lettore assiste non a un esame dell’operato pubblico, ma a una sessione di comfort journalism. Un gioco delle parti in cui le domande diventano semplici spunti per permettere all’intervistata di brillare, di ripulirsi la scarpa da “qualche sassolino” e di proclamare la bontà dei propri progetti futuri, come una tramvia che, a detta sua, sarà come “togliere la crosta al sugo”. Alla fine, l’unica cosa che resta davvero indigesta in questo resoconto non è l’aglio dei pici, ma la sensazione che la cronaca cittadina si sia felicemente trasformata in una spalla ideale, più interessata a non far bruciare il soffritto della giunta che a chiedere conto di come viene gestita la città.
