Virginia Libero e la retorica della diserzione: la pace non può diventare un alibi

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La segretaria nazionale dei Giovani Democratici parla di «disertori» e di giovani che non saranno «i soldati delle vostre guerre». Ma se davvero vogliamo difendere la pace, non possiamo ignorare il diritto di un popolo aggredito a difendersi né pensare che l’Europa possa affrontare le nuove sfide internazionali senza una propria capacità di difesa.

 

C’è una domanda che, da giovane di 23 anni, sento il bisogno di pormi e di porre alla mia generazione: che cosa significa davvero difendere la pace?

Lo dico anche partendo dal mio percorso personale. Sono Lorenzo Sibilla, e sono stato in precedenza esponente del Partito Democratico e dei Giovani Democratici, realtà che ho avuto modo di conoscere dall’interno. Successivamente ho intrapreso un percorso politico differente, candidandomi alle elezioni comunali di Firenze in una lista civica a sostegno di Eike Dieter Schmidt, caratterizzata da posizioni moderate. Oggi continuo a collaborare, a livello funzionale e organizzativo, con quella realtà e con i consiglieri Massimo Sabatini e Paolo Bambagioni, oltre che con il nostro capogruppo Eike Dieter Schmidt.

È proprio questo percorso, maturato attraverso esperienze politiche diverse, che mi porta oggi a intervenire sul caso di Virginia Libero.

La Segretaria Nazionale dei Giovani Democratici, alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, ha dichiarato: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre», aggiungendo: «Organizzeremo i disertori». Parole che hanno aperto un dibattito anche all’interno del Partito Democratico. Libero ha successivamente precisato che il suo intervento non era riferito all’Ucraina, ribadendo di stare dalla parte di Kiev e di condannare Vladimir Putin.

Questa precisazione va certamente registrata. Ma non credo che sia sufficiente a chiudere la questione. Il problema, infatti, non è contestare il pacifismo in quanto tale. Nessuno dovrebbe vergognarsi di desiderare la pace e nessuno può considerare la guerra una soluzione desiderabile. Il problema nasce quando il pacifismo diventa una risposta assoluta, incapace di confrontarsi con la necessità di difendere una democrazia quando qualcuno decide di aggredirla.

Cercare la diplomazia non significa rinunciare alla capacità di difendersi; sostenere la pace non significa essere indifferenti davanti a chi utilizza la forza; parlare di sicurezza non significa automaticamente avere una mentalità militarista.

Nel dibattito di questi giorni sono stati richiamati sia l’articolo 11 sia l’articolo 52 della Costituzione. L’onorevole Pd Matteo Orfini ha ricordato il principio secondo cui l’Italia ripudia la guerra, mentre l’eurodeputato Pd Giorgio Gori ha richiamato il dovere di difesa della Patria. Io non credo che questi due principi debbano necessariamente essere messi l’uno contro l’altro. Una democrazia può ripudiare la guerra come strumento di aggressione e, nello stesso tempo, riconoscere il diritto e il dovere di difendersi quando viene aggredita.

Ed è qui che il discorso sull’Ucraina diventa inevitabile.

Dovremmo smettere di utilizzare l’Ucraina soltanto come uno slogan da inserire nei nostri discorsi politici quando ci fa comodo. Non è una parola d’ordine né uno strumento per dimostrare di essere pacifisti o, al contrario, favorevoli al riarmo. È un Paese nel quale milioni di persone vivono da anni le conseguenze della guerra e una generazione di giovani ha conosciuto concretamente il significato di responsabilità, sacrificio e difesa della propria patria.

Se diciamo di essere dalla parte del popolo ucraino, dobbiamo essere coerenti con questa posizione. Difenderne il diritto alla libertà e alla sovranità significa anche riconoscere la necessità di un sostegno concreto, militare ed economico, affinché possa proteggere la propria popolazione e il proprio territorio. Questo, però, non significa chiedere all’Europa di entrare direttamente in guerra né pensare che ogni conflitto possa essere risolto attraverso le armi.

Anche Volodymyr Zelensky continua a parlare di diplomazia e di negoziati, mentre rimangono profonde le difficoltà nel raggiungere un accordo. Per questo è sbagliato raccontare la situazione come una semplice alternativa tra «guerra» e «pace». La diplomazia deve rimanere la strada da perseguire, ma una pace duratura non può essere costruita ignorando le condizioni di chi è stato aggredito.

La domanda, allora, diventa inevitabile: da che parte dovremmo stare? Dalla parte dell’aggressore? No. Dalla parte dell’aggredito, riconoscendogli il diritto di difendersi e fornendogli il sostegno necessario? Oppure dovremmo dichiararci solidali con l’Ucraina soltanto finché la guerra rimane lontana dai nostri confini, per poi scegliere l’indifferenza qualora la situazione diventasse più grave?

È questo il punto sul quale credo che la politica debba uscire dalla retorica. La solidarietà verso un popolo aggredito non può limitarsi alle dichiarazioni: deve tradursi in scelte concrete, assunte con responsabilità e senza confondere il sostegno alla difesa con la volontà di alimentare la guerra.

C’è poi una questione che riguarda direttamente i Giovani Democratici, a livello nazionale e regionale toscano. Mi sorprende che, di fronte a parole così forti e, a mio avviso, più sloganistiche che politicamente sostanziali, la reazione sia stata quella di difendere la propria segretaria nazionale anziché prenderne le distanze.

Viene quasi da chiedersi se, in certi casi, nei Giovani Democratici sia più semplice seguire diligentemente la linea della segreteria nazionale che aprire una discussione vera al proprio interno.

E la contraddizione è ancora più evidente se si considera la posizione di Elly Schlein. La segretaria del PD ha più volte ribadito il sostegno all’Ucraina, compreso quello militare. Eppure, dall’inizio della sua segreteria, non è mai stata personalmente in Ucraina, a Kyiv, per portare quella solidarietà direttamente sul posto. Questo, naturalmente, non cancella le sue dichiarazioni politiche, ma pone una domanda legittima: quanto di questo sostegno è una convinzione politica realmente vissuta e quanto rischia invece di rimanere una posizione da palco, buona per essere ripetuta come slogan?

Anche perché, all’interno dello stesso campo progressista, le differenze sono evidenti. Più Europa, i Radicali e Italia Viva hanno assunto posizioni particolarmente nette a favore del sostegno all’Ucraina e, in particolare, della prosecuzione degli aiuti militari. Il Partito Democratico, pur avendo votato a favore degli aiuti militari, continua invece a convivere con una evidente pluralità di posizioni al proprio interno e con le profonde divergenze dei suoi potenziali alleati.

Ed è proprio qui che emerge quella che considero una delle grandi incoerenze del principale partito di opposizione: da una parte si rivendica il sostegno all’Ucraina, dall’altra si lascia spazio, nello stesso campo politico, a una retorica della diserzione che meriterebbe almeno una discussione molto più seria. Se il sostegno a Kiev è davvero una posizione politica, allora dovrebbe essere accompagnato anche dal coraggio di chiarire fino a dove siamo disposti ad arrivare concretamente per difendere il popolo ucraino e la sua libertà.

Non è una questione che riguarda soltanto i giovani del Partito Democratico. Riguarda il futuro dell’Europa.

 

Dalla pace alla sicurezza: la sfida di un’Europa capace di difendersi

 

Per troppo tempo abbiamo pensato all’Europa come a uno dei centri indiscussi dell’ordine internazionale. Oggi il mondo è molto più frammentato e il peso economico, tecnologico e militare di altre potenze ha modificato profondamente gli equilibri. Gli Stati Uniti restano un partner fondamentale per l’Europa e la NATO rimane il principale quadro della difesa collettiva per i suoi membri, ma questo non dovrebbe impedirci di discutere seriamente della capacità dell’Europa di assumersi maggiori responsabilità nella propria sicurezza.

Del resto, è già una direzione indicata dalle stesse istituzioni europee. Il Consiglio europeo ha fissato l’obiettivo di aumentare la prontezza alla difesa entro il 2030, ridurre le dipendenze strategiche e colmare le carenze nelle capacità militari. L’Unione sta inoltre lavorando sulla cooperazione industriale, sugli acquisti comuni, sulla mobilità militare e sullo sviluppo delle capacità.

È proprio qui che credo sia necessario cambiare mentalità.

Non una mentalità offensiva, che consideri la guerra uno strumento normale della politica. Non una mentalità pacifista e isolazionista, secondo la quale rifiutare la guerra sia sufficiente a garantire che nessuno possa mai aggredirci. Serve, invece, una mentalità di difesa.

Una mentalità nella quale l’Europa possa dire: sì, è giusto investire nella difesa e sì, è giusto che l’Europa rafforzi le proprie capacità, ma non perché vogliamo fare la guerra. Lo facciamo perché vogliamo essere pronti ad evitarla e, nel caso peggiore, a proteggere i nostri cittadini.

Non è possibile pensare che un continente di oltre quattrocento milioni di persone, con un enorme peso economico e politico, possa trovarsi impreparato davanti a qualsiasi scenario di crisi. Essere pronti non significa desiderare un conflitto. Significa avere la capacità di prevenirlo, dissuaderlo e, se necessario, affrontarne le conseguenze.

Questo non significa rompere il rapporto con gli Stati Uniti. Al contrario, una partnership più equilibrata potrebbe rendere l’Europa un alleato più forte e più credibile. L’obiettivo dovrebbe essere un’Europa capace di decidere quando cooperare, come cooperare e quali responsabilità assumersi.

Da qui può nascere anche una discussione più ambiziosa sul futuro dell’integrazione europea: eserciti nazionali maggiormente coordinati, programmi comuni, una vera industria europea della difesa e, in prospettiva, una capacità militare comune. È una questione politica complessa, che richiederebbe scelte istituzionali profonde, ma che si inserisce naturalmente nel dibattito sugli eventuali Stati Uniti d’Europa.

Ma c’è un’ultima considerazione, forse la più difficile da affrontare. Se, nonostante ogni sforzo diplomatico e ogni tentativo di costruire una soluzione pacifica, un’aggressione venisse portata contro i nostri popoli, la nostra generazione dovrebbe confrontarsi con una responsabilità concreta: come difendere la libertà, la sovranità e la sicurezza senza trasformare la difesa in una cultura della guerra?

È proprio qui che, a mio avviso, le parole di Virginia Libero sollevano una questione che non può essere liquidata con uno slogan. Invocare la diserzione come risposta politica generale non offre una risposta sufficiente alla complessità della sicurezza di una democrazia. Una cosa è rifiutare la guerra come strumento di aggressione; un’altra è sostenere che una società democratica debba rinunciare in anticipo alla possibilità di difendersi quando la propria libertà viene concretamente minacciata.

Nessuno dovrebbe desiderare di combattere e la diplomazia deve rimanere la prima strada da percorrere. Ma una società libera deve anche interrogarsi su come proteggere le proprie istituzioni, i propri cittadini e la propria sovranità quando ogni altra possibilità sia stata esaurita. E, in una situazione estrema, essere disposti a difendere la propria libertà con ogni mezzo necessario non significa desiderare la guerra: significa non considerare la propria libertà come qualcosa a cui rinunciare senza combattere.

La nostra generazione, quindi, non è chiamata a scegliere tra guerra e indifferenza. È chiamata a costruire tutte le condizioni possibili perché la guerra non avvenga, sapendo però che la pace non può essere garantita soltanto dalla volontà di chi la desidera.

Forse è proprio questa la mentalità della difesa di cui abbiamo bisogno: un’Europa capace di essere pacifica senza essere ingenua, diplomatica senza essere inerme, solidale senza essere passiva e autonoma senza essere isolata.

La pace non può essere soltanto ciò che desideriamo. Deve essere ciò che siamo disposti, con responsabilità e realismo, a costruire e, se necessario, a difendere.