Dopo l’aggressione sessuale subita da una 18enne americana ad opera di un commerciante pakistano, Alessandro Draghi, consigliere comunale di FdI, chiede: “Firenze come Torino: il Comune si costituisca parte civile”
Notte da incubo quella appena trascorsa per una studentessa americana di 18 anni, che sarebbe stata aggredita sessualmente all’interno di un locale in cui aveva chiesto di usare il bagno. La cronaca: uscita da un locale insieme a un’amica, si sarebbe recata in un altro negozio per mangiare e avrebbe chiesto all’esercente, un 31enne pakistano, di poter utilizzare il bagno. A quel punto, l’uomo avrebbe chiuso il locale, atteso la ragazza all’esterno del bagno e qui avrebbe tentato di baciarla e palpeggiarla, arrivando persino a strapparle le mutandine. La giovane si sarebbe difesa con uno schiaffo, tentando poi di fuggire, scoprendo però di essere stata chiusa dentro. A quel punto avrebbe gridato chiedendo aiuto dalla finestra e, per fortuna, le sue grida sarebbero state sentite da alcuni passanti, che hanno chiamato le forze dell’ordine. I Carabinieri, arrivati poco dopo, hanno arrestato l’uomo con l’accusa di violenza sessuale e lo hanno portato nel carcere di Sollicciano.
Un episodio gravissimo che arriva solo pochi giorni dopo quello accaduto lo scorso 28 agosto a Torino, dove un 42enne originario del Bangladesh era stato arrestato con l’accusa di aver molestato sessualmente una ragazzina di 13 anni e, forse, in precedenza, un’altra donna all’interno del minimarket in cui lavorava, salvo poi essere liberato dal giudice perché si era dichiarato pentito.
Duro il commento del consigliere di FdI e vicepresidente del Consiglio comunale Alessandro Draghi: “Spero che il questore disponga la chiusura del locale fiorentino dove è avvenuto l’episodio vergognoso e chiediamo inoltre che il Comune si costituisca parte civile, perché il danno d’immagine per la nostra città è incalcolabile. Siamo la meta prediletta di studenti e turisti americani, non ci possiamo permettere che le ragazze subiscano violenze sessuali”.
Spero che nei prossimi giorni si sollevi un’onda lunga di indignazione delle donne davanti a questo terribile episodio. Spero di vedere scendere in campo le attiviste del movimento #MeToo, tutte quelle donne che ogni giorno si battono contro la violenza di genere e che, a ogni occasione, invocano la lotta al patriarcato. Ma questa volta vorrei vederle tutte. Senza distinguo. Senza esitazioni. Senza silenzi imbarazzati. Perché la violenza sessuale è violenza sessuale. Sempre. E, se davvero vogliamo combattere la violenza contro le donne, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscerla e condannarla indipendentemente da chi la commette: italiano o straniero, europeo o extracomunitario, ateo, cristiano o musulmano. Altrimenti rischiamo di trasformare una battaglia sacrosanta in una battaglia ideologica.
Perché il sospetto, sempre più difficile da ignorare, è che talvolta si usino due pesi e due misure: se a comportarsi da predatore è un italiano, allora è il prodotto del patriarcato, dell’educazione maschilista, della cultura del possesso, della società malata. Se invece l’autore è straniero, improvvisamente compaiono attenuanti sociologiche, culturali, economiche, ambientali e persino la parola “poverino”.
No. Poverino un bel niente. Chi molesta, aggredisce, violenta o umilia una donna deve essere giudicato per ciò che ha fatto, non per il passaporto che porta in tasca. Proprio chi si batte contro il patriarcato dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia anche quelle forme di cultura e di subcultura, presenti in alcune comunità, nelle quali la libertà femminile viene ancora considerata subordinata, nelle quali il corpo della donna viene controllato, la sua autonomia limitata e la sua dignità messa in discussione. Altroché mettere al bando le commediucce scollacciate degli anni ’70.
Non esiste un patriarcato buono perché arriva da lontano. Non esiste una violenza più comprensibile perché commessa da chi viene da un’altra cultura e non esiste una mano che possa essere considerata meno colpevole perché ha un colore diverso. Altrimenti finiamo nell’assurdo: condanniamo gli uomini italiani come categoria, arrivando talvolta a raccontare una società nella quale gli uomini sarebbero tutti potenzialmente “sporchi, brutti e violenti”, mentre davanti a comportamenti altrettanto inaccettabili commessi da uno straniero ci affrettiamo a cercare spiegazioni, attenuanti e giustificazioni.
Questo non è femminismo. È applicare alla violenza una sorta di discriminazione al contrario. Se una donna deve essere libera, deve esserlo sempre. Se il suo corpo non si tocca, non si tocca mai. Se un uomo non ha il diritto di metterle le mani addosso, quel divieto vale per tutti gli uomini. Italiani e stranieri, ricchi e poveri, cristiani e musulmani, di destra e di sinistra. Perché, alla fine, c’è una cosa che dovrebbe essere semplicissima: se noi donne vogliamo che nessuno si possa permettere di toccarci il culo, non possiamo guardare al colore, alla nazionalità o all’etnia della mano. Dobbiamo guardare soltanto a ciò che quella mano ha fatto.


