FOCUS LFCV | Il collasso della sinistra sulla sicurezza e la patata bollente dei CPR

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Il dibattito sui CPR scava un solco profondo nella sinistra, tra ideologia progressista e la necessità reale di affrontare la delinquenza diffusa

Di Roberto Vedovi
Il dibattito sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) è diventato il punto di rottura definitivo all’interno della sinistra italiana, una faglia che separa il dogmatismo ideologico dal realismo amministrativo. Quello che emerge, analizzando le dinamiche tra Toscana ed Emilia-Romagna, è un quadro di profonda frammentazione dove la realtà dei numeri si scontra con una retorica che ha preferito per troppo tempo ignorare il nesso tra immigrazione illegale e insicurezza urbana. Non si tratta più di una questione confinata a poche zone franche: a Firenze, la delinquenza è ormai sparsa su tutto il territorio comunale, dal cuore dei centri storici alle periferie più lontane. Non esistono più “isole felici”, e la percezione di pericolo per la propria incolumità è diventata un sentimento trasversale che non risparmia nessun quartiere, alimentando un senso di esasperazione verso chi delinque abitualmente.
Il caso di Bologna è emblematico di questo cortocircuito. Il Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale (PD), pur muovendosi in un contesto di forte contestazione interna — con una parte della sua maggioranza e gli esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) che arrivano a definire i centri come “lager” — ha dovuto ammettere che la gestione dei soggetti pericolosi richiede pragmatismo. La frattura nel “campo largo” emiliano-romagnolo ricalca quella toscana: da un lato la necessità di governare fenomeni di degrado ormai insostenibili, dall’altro una base politica che vede in ogni forma di detenzione amministrativa un tradimento dell’ideologia progressista. 
In questo scenario, la figura di Dario Nardella (Europarlamentare PD ed ex sindaco di Firenze) rappresenta la “scossa” pragmatica. Nardella ha rotto il tabù chiedendo strumenti efficaci per i rimpatri, conscio che la sicurezza non può più essere un tema regalato alla destra. Tuttavia, questa apertura ha innescato una reazione a catena di distinguo e scaricabarile. Da un lato troviamo la linea di Alessandra Innocenti e del capogruppo PD Luca Milani, i quali hanno adottato una strategia di difesa dialettica tanto sottile quanto controversa. Innocenti, pur riconoscendo che le espulsioni siano ormai “necessarie” per la tenuta dei territori, mette in atto un palese scaricabarile verso il Governo centrale, accusandolo di non saper gestire le procedure. È un gioco delle parti che Milani estremizza con un’ennesima provocazione: l’accostamento tra i delinquenti da espellere e le “badanti irregolari che guardano i nostri anziani”. È il tentativo estremo di mantenere in vita l’alibi della mancata integrazione, una narrazione che però non regge più alla prova dei fatti.
A demolire definitivamente questo alibi è l’editoriale di Gabriele Canè su La Nazione di ieri. Canè centra il punto focale con una logica stringente: l’onestà è una scelta che precede l’arrivo in Italia. Chi è incensurato nel proprio Paese ha i mezzi legali per ottenere un passaporto e viaggiare regolarmente, affrontando costi senz’altro inferiori a quelli richiesti dagli scafisti. Chi sceglie deliberatamente la via dell’illegalità e del crimine non può essere considerato una vittima di un sistema di accoglienza carente o della mancanza di “opportunità”. Eppure, una parte della sinistra, rappresentata da Lorenzo Falchi (Consigliere regionale AVS ed ex sindaco di Sesto Fiorentino), continua a tacciare queste analisi di “deriva securitaria”, invocando regolarizzazioni di massa e descrivendo i CPR come strumenti di disumanizzazione. Questo scontro ideologico produce un immobilismo pericoloso, incarnato dal silenzio della sindaca di Firenze Sara Funaro (PD) e dal “No” del Governatore della Toscana Eugenio Giani (PD). Giani rimane fermo sulle posizioni espresse fin dalla campagna elettorale, una scelta che appare dettata dalla necessità di non destabilizzare la coalizione — dove l’appoggio della sinistra radicale è fondamentale — piuttosto che da una reale analisi dei bisogni dei cittadini.
Proprio su questo stallo si innesta l’affondo del centrodestra. Per l’europarlamentare Paolo Marcheschi (FdI) e il capogruppo in Regione Marco Stella (Forza Italia), quello a cui assistiamo è un “teatrino politico” dove la convenienza della coalizione viene prima del diritto alla sicurezza. Secondo il centrodestra, la sinistra non decide in base a ciò che serve alla comunità, ma in base a ciò che permette di tenere insieme il “campo largo”. È una critica che trova sponda inaspettata anche nel Movimento 5 Stelle, dove esponenti come Lorenzo Masi, consigliere comunaleiniziano a riconoscere che chi delinque non può rappresentare un pericolo costante e che le strutture di rimpatrio sono una necessità logica, mentre l’Assessore alla Sicurezza di Firenze, Andrea Giorgio (PD), cerca una difficile sintesi parlando di sicurezza come diritto, pur rifiutando lo strumento del CPR senza però indicare un’alternativa concreta ed efficace per allontanare chi delinque.
Il paradosso finale è che, mentre la politica si avvita in discussioni terminologiche tra CPR e “centri di accoglienza”, la realtà sociale è mutata. La sicurezza è diventata il nuovo diritto civile richiesto da ogni cittadino, stanco di vedere i propri spazi urbani degradati e dominati dalla violenza. Finché si continuerà a equiparare il delinquente abituale alla badante irregolare, o finché si userà il Governo come alibi per non gestire le espulsioni, la frattura tra le istituzioni e la strada non potrà che allargarsi, lasciando le città prigioniere di un’illegalità che non ha più scuse ideologiche.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli