Di Vincenzo Freni
Alcuni mi chiamano Platano, ma per gli amici ero semplicemente “quello che fa ombra”. Domani mi saliranno addosso con l’imbracatura, poi mi toglieranno i capelli uno a uno, infine mi strapperanno le radici. Qualcuno dirà che non è una gran perdita, che guardando bene ero un malato terminale.
Me l’hanno spiegato con la pazienza che si riserva agli anziani e agli alberi: è per il bene comune. Per il progresso. Per una tramvia che abbatterà la CO₂ molto più di quanto possa fare io con la mia modesta fotosintesi artigianale. Io, che in centodue primavere ho trasformato anidride carbonica in ossigeno senza chiedere un finanziamento europeo, senza una conferenza stampa, senza nemmeno un comunicato stampa.
Sono stato piantato qui oltre un secolo fa. C’erano uomini con cappelli di feltro e mani sporche di terra. Mi misero a dimora perché questa strada fosse vivibile e respirabile, perché l’estate non diventasse una punizione. Avevano capito qualcosa che evidentemente si è perso nel processo partecipativo (che invenzione).
In questi anni ho fatto parecchie cose, in silenzio. Ho abbassato la temperatura dell’asfalto di diversi gradi, gratis. Ho assorbito polveri sottili. Ho trattenuto l’acqua quando pioveva, ho ospitato merli, passeri, e recentemente anche pappagallini brasiliani e corvi, sul mio ramo più alto.
Adesso mi spiegano che sono io il problema. Che lo sviluppo sostenibile ha bisogno di acciaio, pali, cavi e cemento drenante. Mi rassicurano, la nuova infrastruttura sarà molto green. Lo scrivono anche sui dépliant, che sono stampati su carta riciclata. Ci mancherebbe.
Proprio ieri hanno attaccato al mio tronco un cartello: “Non abbattetemi”. Un gesto tenero, quasi commovente. So già che non servirà a niente. Ho il sospetto che sia stato messo da chi dovrebbe difendere il verde urbano, ma si è limitato al simbolico, così almeno la coscienza è in ordine, e sui social c’è qualcosa da postare.
Mi hanno detto che la tramvia ridurrà l’inquinamento. Io ci credo. Sono un albero: sono incline alla fiducia, è una mia debolezza. Solo che nel frattempo io smetto di ombreggiare, evaporare e stabilizzare le temperature. Piccoli dettagli. Roba non prevista nel capitolato.
Domani mi taglieranno con cura professionale. Sarà un’operazione pulita, certificata, probabilmente accompagnata da una relazione tecnica di quarantadue pagine che dimostra, grafici alla mano, l’impatto positivo complessivo grazie ai nuovi alberelli. Alti cosi, appoggiati ad un legnetto e.protetti da un rete di plastica.
Avrei voluto restare ancora una primavera. Un’estate. Vedere qualche bambino cercare il mio pezzo d’ombra alle tre del pomeriggio come si cerca un piccolo rifugio. Sentire qualcuno dire “meno male che c’è quest’albero, che Dio ce lo conservi”, e invece. Sarò sostituito da pali d’acciaio. Sono più snelli, non fanno foglie, non sporcano, non chiedono acqua. Non fanno ombra, è vero, ma del resto questa non era menzionata nel capitolato.
Me ne vado sereno perché qualcuno ha capito. Non tutti, ma qualcuno sì, anche se inizialmente aveva appoggiato il progetto che fino ad adesso non lo aveva coinvolto. Ha capito che il problema non è ne la tramvia né l’albero. È l’idea che il progresso sia sempre una perdita, travestita da avanzamento, e che basti definirlo verde perché per molti lo diventi.
Quando sarò abbattuto, fate fare a chi ha voluto questa tramvia un piccolo esperimento. Mettetelo dove stavo io, stesso marciapiede, stesso sole, a mezzogiorno di Agosto, per cinque minuti. Senza l’ombrello. Se capirà cos’ha perso la città, allora forse non sono stato tagliato del tutto invano.
Ma di sicuro, anche se capirà, non lo confesserà mai.

