FOCUS LFCV | Turismo cafone e video virali: l’episodio che racconta il declino di Firenze

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Dal turista arrogante che getta rifiuti dalla terrazza alla fuga dei residenti: l’overtourism trasforma la bellezza in caos

 

La cafonaggine arrogante, diventata virale nei video dell’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Firenze — con il turista che getta monnezza dalla terrazza, affermando alla ragazza che ha “osato” rimproverarlo che lui tutto poteva, pagando mille euro per stare in città — riaccende i riflettori su un pericoloso e, fino a oggi, incontrollato fenomeno dell’era moderna, un overtourism che vede Firenze drammaticamente colpita, proprio grazie alla sua bellezza e alla sua fama planetaria.

Il turismo, croce e delizia di molte economie, è oggi, ahimè, fuori controllo. Partiamo da un dato inconfutabile: quello dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, che prevede che nel 2030 il flusso internazionale di viaggiatori supererà addirittura i 2 miliardi. Flussi che, come è evidente a tutti anche qui a Firenze, non sono sostenibili. Anche perché non sono equamente distribuiti: alcune aree del mondo vengono ignorate, mentre altre sono letteralmente invase da milioni di turisti, per lo più di basso profilo, interessati soprattutto a scattare qualche selfie per dire “ci sono stato”. Un fenomeno che porta con sé gravissime conseguenze sociali e ambientali.

“Cosa stai dicendo?”, penserete. Magari aggiungendo che quello che sto per scrivere sia classista. Ma la realtà è che fare turismo non può essere per tutti: semplicemente perché, se diventa di massa, produce danni reali a ecosistemi, città e patrimoni culturali. Tant’è che diversi Paesi sono già stati costretti a prendere decisioni drastiche. L’overtourism non è una teoria, ma un fenomeno concreto, già fuori controllo in molte delle mete più iconiche del pianeta. E ovunque si manifesti lascia dietro di sé lo stesso copione: consumo, degrado e, infine, interventi drastici per cercare di correre ai ripari, quando spesso è già troppo tardi.

Un caso simbolo è quello di Machu Picchu, il santuario inca sospeso tra le Ande, rimasto intatto per secoli fino all’arrivo del turismo, che ha rischiato di causarne lo sgretolamento sotto il peso dei visitatori. Per troppi anni migliaia di turisti al giorno hanno calpestato sentieri e scalinate antichi, erodendo il terreno e mettendo a rischio la stabilità delle strutture. Solo dopo l’allarme internazionale, sono arrivati i limiti: ingressi contingentati, percorsi obbligati, controlli serrati. Misure necessarie, ma tardive rispetto ai danni già accumulati. Dall’altra parte del mondo, in Thailandia, la celebre Maya Bay è diventata il simbolo di un paradiso distrutto dal proprio successo. Fino a cinquemila persone al giorno, barche ovunque, acque inquinate: il risultato è stato devastante, con oltre l’80% dei coralli distrutti. Le autorità hanno dovuto chiudere completamente la baia per anni, quando il disastro era ormai compiuto, nel tentativo — estremo — di permettere alla natura di respirare dopo essere stata soffocata dal turismo di massa. Ancora più drastica la decisione presa nelle Filippine con Boracay, trasformata — parole del governo — in una “fogna a cielo aperto”. Scarichi abusivi, mare contaminato, ecosistema compromesso: l’isola è stata chiusa per sei mesi. Un caso quasi unico al mondo, quello di interdire un’intera destinazione turistica per salvarla da se stessa.

Ma non serve spingersi troppo lontano per osservare gli effetti nefasti dell’overtourism. Basta guardare alle città europee. Venezia è ormai il paradigma di una città svuotata dei suoi abitanti e riempita di visitatori mordi e fuggi. Le grandi navi, le calli congestionate, il tessuto sociale che si sgretola: il risultato è una città sempre più simile a un parco tematico. L’introduzione del ticket d’ingresso e i limiti alle navi da crociera sono tentativi di contenimento, non soluzioni strutturali. Firenze è sulla stessa strada, e lo sappiamo. Situazione simile esiste anche a Barcellona, dove la pressione turistica ha fatto esplodere il costo degli affitti, spingendo fuori i residenti. La risposta politica si è basata sullo stop a nuove licenze turistiche e una dura regolamentazione degli affitti brevi – la stessa linea poi copiata dalla sindaca Funaro a Firenze – ma di risultati concreti non se ne sono visti, con un mercato degli affitti che rimane inaccessibile a qualsiasi individuo o nucleo familiare di classe media.

Poi c’è il caso di Dubrovnik, dove le mura medievali patrimonio UNESCO sono state prese d’assalto da flussi ingestibili, alimentati anche dal turismo crocieristico. Anche qui si è dovuti intervenire con limiti giornalieri e restrizioni agli accessi. Ma persino luoghi remoti e fragili come l’Antartide o le cime dell’Himalaya non sono immuni. Il turismo estremo, fatto di crociere e spedizioni, cresce ogni anno, portando con sé rischi per ecosistemi tra i più delicati al mondo. Le regole sono rigidissime, ma il solo fatto che si debbano imporre dice molto su ciò che sta accadendo.

Il filo rosso che lega questi esempi è evidente: il turismo, quando supera una certa soglia, smette di essere una risorsa e diventa una forma di consumo del territorio. Una vera piaga che consuma spiagge, consuma città e consuma cultura, trasformando luoghi vivi in scenografie, comunità in comparse, identità in prodotto. E a quel punto restano solo due strade: limitare, chiudere, vietare. Oppure continuare a incassare nel breve periodo, accettando però che il conto — ambientale, sociale e culturale — arrivi, inevitabilmente, dopo. La domanda, allora, non è più se intervenire, ma quando.

Torniamo a Firenze, città dove persino le guide turistiche — che con il turismo ci vivono — si ribellano, sia per l’abusivismo diffuso nella loro categoria, sia perché sanno bene che ciò che raccontano è ormai solo una caricatura della Firenze che fu. Una città che ha perso e continua a perdere, giorno dopo giorno, la propria identità: quella che l’ha resa famosa nel mondo, sotto i colpi di un turismo eccessivo e cafone.

Un anno fa molti si scandalizzarono per le parole dell’allora direttrice della Galleria dell’Accademia, Cecilia Hollberg, che paragonò la città a una prostituta. Ci si indignò per la forma, ma non per la sostanza di una verità scomoda: la situazione è sfuggita di mano.

In occasione del G7 del turismo dello scorso anno, la sindaca Funaro sembrò svegliarsi per un attimo dal suo torpore, offrendo alla stampa mondiale un decalogo: divieto delle key box (ma solo nell’area Unesco), limiti agli affitti brevi, restrizioni ai veicoli atipici, stop agli amplificatori delle guide, più controlli, campagne sul turismo sostenibile. Tutto molto bello sulla carta. Nella realtà, però, è rimasto poco più che fumo negli occhi: cubi neri e key box continuano a spuntare ovunque, i residenti continuano a fuggire e le botteghe a chiudere.

Lo dicevamo: la vicenda è sfuggita di mano. E soprattutto è sfuggita ai due sindaci precedenti, di cui Sara Funaro rappresenta la continuità.
Il caso delle key box è emblematico: oltre a rappresentare una violazione delle norme di sicurezza, mostrano chiaramente come i numeri ufficiali siano sottostimati, perché non tengono conto di chi sfugge alle statistiche. E allora guardiamoli, questi numeri.

Secondo i dati Istat, le presenze a Firenze nel 2022 sono state 10.338.096 (di cui quasi 3 milioni non ufficiali, legati agli affitti brevi), con una media giornaliera di 28mila turisti, a fronte di circa 61mila residenti nel centro storico. Le presenze non ufficiali oscillano tra i 4 milioni (stime ottimistiche) e i 24 milioni (stime pessimistiche). Il 2024 si è chiuso con oltre 15 milioni di presenze, tornando ai livelli pre-Covid, con una crescita che non si arresta. Tra il 2022 e il 2023 l’aumento è stato del +20%; tra il 2023 e il 2024 si stima un ulteriore +12%, per un incremento complessivo del +34%. Anche nel decennio 2010-2020, prima della pandemia, la crescita era costantemente a doppia cifra.

E tutto questo in una città il cui centro storico ha una superficie calpestabile di appena 5 chilometri quadrati, contro gli 8 di Venezia o i 14 di Roma. L’impatto è enorme: Firenze è prima in Italia con oltre 325 visitatori per ettaro, 38.389 arrivi per chilometro quadrato, 87.253 pernottamenti per chilometro quadrato e 25 presenze per abitante. Come se ogni fiorentino ospitasse, ogni giorno dell’anno, 25 persone.

Numeri semplicemente non sostenibili. Ecco perché, dal 2000 a oggi, oltre 140mila fiorentini hanno abbandonato la città. I residenti, dopo aver sfiorato i 500mila negli anni ’60 e ’70, sono oggi poco più di 360mila. Fiorentini costretti ad andarsene, stretti nella morsa di un turismo selvaggio che sottrae servizi essenziali, favorisce gli interessi di pochi e produce una desertificazione di cui pagheremo tutti le conseguenze.

Il futuro? È già scritto nei segnali che vediamo ogni giorno. La distruzione dell’urbanistica fiorentina è una prova. L’episodio del turista che getta monnezza dalla terrazza ne è la riprova.

Povera Firenze mia.