Firenze come Varanasi, Vol. III: Sotto al Viadotto all’Indiano si espande la baraccopoli che fa invidia a Mumbai

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Cinque anni di annunci, nessuna bonifica reale sotto le campate del viadotto. RAEE e scarti industriali crescono indisturbati, mentre la giunta rimane in silenzio

 

C’è una straordinaria coerenza nell’amministrazione fiorentina: la capacità monumentale di far sì che nulla cambi, soprattutto dove le emergenze sono croniche. Se stamattina vi foste avventurati sotto il Viadotto dell’Indiano, avreste assistito all’ennesimo capitolo di una saga che dura da anni, una rappresentazione plastica del fallimento delle politiche ambientali e di sicurezza della città.

Le immagini scattate questa mattina non lasciano spazio all’immaginazione. Nonostante siano passati quasi due mesi dagli ultimi incendi (quelli del 22 e 26 Gennaio 2026, che avevano riacceso i riflettori sulla zona), la situazione è, se possibile, peggiorata. Sotto le imponenti campate del viadotto, è sorta una vera e propria baraccopoli, un insediamento abusivo che cresce nel silenzio assordante delle istituzioni. Intorno alle strutture di fortuna, un tappeto di rifiuti di ogni genere: cumuli di scarti edili, mobili sventrati e, cosa ancor più grave, una massiccia presenza di RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e residui di lavorazioni industriali, materiali classificati come pericolosi che stanno avvelenando il suolo e, potenzialmente, la falda.

Ma non è finita qui. La nostra ricognizione ha documentato un viavai sospetto. Furgoni e auto si muovono con disinvoltura nell’area, scaricando e caricando materiali. Le evidenze suggeriscono che l’area sia diventata un’altra base logistica per l’attività abusiva di “svuotacantine” e smaltimento illecito di rifiuti. Un’attività che avviene alla luce del sole, senza che nessuno intervenga.

Tutto questo accade mentre risuonano ancora le parole della Vice Sindaca e Assessora all’Ambiente, Paola Galgani. Soltanto poche settimane fa, all’indomani degli incendi di Gennaio, assicurava interventi e un monitoraggio stretto della zona. Le foto di stamattina sono la risposta nei fatti alle sue dichiarazioni: proclami rimasti, come sempre, sulla carta.

Ma la responsabilità non è solo dell’attuale assessora.  una catena politica che parte da lontano. Sono passati oltre cinque anni dalla chiusura “epocale” del campo rom al Poderaccio (13 Agosto 2020), operazione che l’allora sindaco Dario Nardella aveva venduto come il primo passo verso la rigenerazione. Da allora, abbiamo assistito solo a spot mediatici. Ricordiamo il “maxi-intervento” dell’Ottobre 2023, annunciato con fanfara da Nardella e dall’allora assessore all’Ambiente Andrea Giorgio. Promettevano 56 tonnellate di rifiuti rimossi, new jersey, recinzioni e le mitiche “fototrappole”. Giorgio assicurava che i lavori di ripristino si sarebbero conclusi “entro un mese”. Oltre due anni dopo quell’annuncio – e più di cinque dallo sgombero – la realtà è un “ecodistretto dello smaltimento illegale”. Le barriere sono state aggirate, le fototrappole si sono rivelate inefficaci (o assenti), e il Parco Florentia, il sogno di 90 ettari di verde promesso ai cittadini, rimane sepolto sotto quintali di scarti industriali.

E qual è stata la conseguenza politica di questo disastro gestionale? L’ex assessore all’Ambiente Andrea Giorgio, supervisore di un’area trasformata in bomba ecologica, è stato promosso, nella successiva consiliatura, ad Assessore alla Sicurezza e alla Viabilità. Un paradosso che fotografa perfettamente l’approccio dell’amministrazione. Non si tratta di semplice incuria. Questo è un tradimento politico sistematico. Sono stati incassati fondi europei (come i React EU) per la sostenibilità e i parchi, ma apparentemente dissipati in azioni spot e comunicazione. La salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente sono state sacrificate sull’altare della propaganda. È tempo di smetterla con le promesse. Sotto il Viadotto dell’Indiano non serve un’altra conferenza stampa, serve un’azione di bonifica vera, strutturale e presidiata. I cittadini dovrebbero ricordarsi, la prossima volta che saranno chiamati alle urne, di chi ha trasformato una promessa di “polmone verde” in un incubo tossico permanente.