Nel film, Clint Eastwood fotografava i ponti coperti della contea di Madison. A Funaro County, sui ponti ci si carica sopra una tramvia da diverse tonnellate e poi ci si chiede, con garbo: “Ma regge?”
Ormai è ufficiale: la sindaca Sara Funaro sta vivendo il suo personale remake de I ponti di Madison County, ma ambientato sull’Arno dei cantieri eterni, invece che nell’Iowa rurale del 1965. Nel film, Meryl Streep interpreta Francesca Johnson, una casalinga italo-americana che, mentre il marito e i figli sono via, incontra per quattro giorni indimenticabili il fotografo Robert Kincaid (Clint Eastwood). Lui è lì per immortalare i vecchi ponti coperti della contea di Madison. Tra loro scoppia una passione intensa, destinata però a durare solo il tempo di uno scatto.
A Firenze la storia si ripete, ma con un cast di seconda categoria e un budget PNRR. Nel film, i vecchi ponti in legno della contea di Madison reggono da decenni come solidi testimoni del tempo. A Funaro County, i ponti sono in calcestruzzo spesso ammalorato, e diventano il teatro di uan storia meno romantica, quella di un’amministrazione che per anni li ha lasciati nell’incuria, poi ci butta sopra qualche tonnellata di tramvia, e solo dopo si chiede se reggeranno il peso del presente.
Il caso di questi giorni è emblematico quanto surreale. Sotto la regia funariana, si aprono cantieri ovunque di qua e di là dell’Arno, si mettono a repentaglio pedoni e ciclisti (e purtroppo un morto c’è già scappato), si paralizza la viabilità, si strangola il traffico. E solo dopo qualcuno si pone la domanda più banale: ma il ponte da Verrazzano reggerà il passaggio del tram? Non in fase di progettazione. Non durante le verifiche preliminari. Non dopo gli allarmi degli ingegneri. Prima si inaugurano cantieri da Piazza Libertà al Lungarno, poi si installano i sensori, e infine si scopre che il “paziente di 60 anni” potrebbe avere bisogno di rinforzi seri, forse addirittura di demolizione e ricostruzione, con tempi e costi che nessuno osa quantificare.
In questo remake very low budget, la donna che sognava isole di plastica sull’Arno (tra la pescaia di Santa Rosa e ponte Vespucci) ha una relazione burrascosa, d’amore e odio, con i ponti veri. Non ricorda che dopo il Morandi proprio il Verrazzano era finito sotto osservazione? Non si chiede perché il ponte Vespucci sia da sei-sette anni un cantiere infinito, con lavori di consolidamento che iniziano, si fermano, ripartono e non finiscono mai? E che dire del Ponte all’Indiano, sotto i cui piloni cresce una baraccopoli degna di Varanasi, tra rifiuti e incendi periodici, mentre l’amministrazione guarda altrove?
E non parliamo solo dei ponti sull’Arno. C’è il Ponte al Pino, chiuso con largo anticipo da RFI (che programma, a differenza di Palazzo Vecchio), mentre i cantieri sui viali creano un imbuto infernale. C’è il Cavalcavia di piazza Alberti, sul quale improvvisamente spunta il dubbio di stabilità: si annuncia la chiusura di una corsia per due anni, poi panico per la contemporaneità con gli altri lavori, e rapido dietrofront. E il povero Viadotto di San Donato, ancora ridotto a uno scheletro bruciacchiato dopo il rogo di capodanno. Il copione è sempre lo stesso: si interviene senza sapere, si decide senza verificare, si annuncia senza pianificare. E a pagare sono sempre i fiorentini, bloccati nel traffico, con le attività soffocate dai cantieri, costretti a vivere in una città trasformata in un set cinematografico da film di serie zeta. La tramvia novecentesca sta andando verso il suo tragico finale? Cadendo in Arno, o costringendo a demolire il Verrazzano (proprio di oggi è notizia che si tratterà di “demolizioni parziali”…) con buona pace dei fondi PNRR?
Magari fossimo a Madison County. Lì i ponti erano vecchi, romantici e resistenti, luoghi di scappate romantiche. A Funaro County, invece, non ci sono grandi storie d’amore né per i fiorentini, né per la città, nè per i ponti che ci conducono da una riva all’altra dell’Arno. Non c’è rispetto per la sua bellezza, non c’è cura per la sua storia, non c’è cura per i suoi viali ottocenteschi, non c’è rispetto per i suoi ponti storici, non c’è nemmeno la semplice pietà per chi ci vive e ci lavora.
La cosa più grave è che, a differenza del film, qui non c’è nemmeno il finale commovente con le ceneri sparse dal Roseman Bridge. Qui c’è solo il rischio concreto che, prima o poi, qualcuno debba spargere le ceneri del Verrazzano nell’Arno… con buona pace dei fondi PNRR, dei fiorentini in coda e della pazienza residua della città.
Foto copertina: rendering AI da immagine di @2026 Jacopo Bianchi pilota drone certificato



