L’inaugurazione di Futuro Nazionale diventa simbolo di una città incapace di gestire il dibattito politico senza trasformarlo in scontro aperto
In una Firenze sempre più incattivita, anche l’apertura della sede di un partito politico rischia di trasformarsi in una occasione per un vero e proprio scontro urbano.
Al centro della tempesta c’è l’inaugurazione della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci, prevista per domani sabato 28 marzo, con la presenza dell’eurodeputato Roberto Vannacci. Un evento che, in una democrazia matura, dovrebbe essere derubricato a ordinaria attività di un movimento regolarmente costituito, ma che a Firenze è stato trasformato nel detonatore di una tensione alimentata ad arte.
Ciò che desta profonda preoccupazione è la responsabilità oggettiva di chi ricopre ruoli di spicco e che, invece di gettare acqua sul fuoco, sembra soffiarci sopra con una retorica dell’esclusione. Le dichiarazioni del Presidente del Quartiere 5, Filippo Ferraro, che evoca un «pacifico moto popolare», suonano come un ossimoro: chiamare la piazza contro un’apertura legale è una delegittimazione del diritto d’asilo politico dell’avversario.
Ancor più esplicito è Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune), che non esita a evocare la «rabbia» del territorio di fronte a quello che definisce un «corpo estraneo». Sulla stessa scia si muovono l’ANPI di Firenze, che sveste i panni di custode della memoria per indossare quelli del censore, e il capogruppo PD Luca Milani, che bolla l’apertura come una “minaccia” per la residenza, contribuendo a dipingere un bersaglio su una saracinesca non ancora alzata.
Il termometro della tensione è chiaramente visibile nelle due locandine che circolano nel rione. Da un lato c’è l’appello dei residenti per una mattinata in piazza Tanucci con attività per bambini e pranzo sociale. Una scelta che probabilmente si propone di occupare fisicamente lo spazio per impedire l’accesso simbolico e materiale all’evento del pomeriggio. Dall’altro lato, ci sono gli Antifa con il manifesto di Firenze Antifascista che non si fa problemi a usare il linguaggio dello scontro frontale, con Vannacci a testa in giù. Non si contesta un’idea, si vuole cancellare la presenza dell’interlocutore.
Il risultato di questo clima è un paradosso grottesco: per inaugurare un ufficio politico in una città che si vanta della sua storia democratica, serve una procedura di sicurezza degna di un vertice internazionale. Liste nominative, controlli della Digos, accessi blindati. Non perché ci sia un’illegalità in corso, ma perché la “tolleranza” fiorentina è diventata un club privato a cui si accede solo se si recita lo spartito gradito ai soliti noti.
Mentre i leader della sinistra locale si sfidano a chi alza di più i toni, evocando “moti popolari” o “rabbia” di quartiere, nessuno sembra preoccuparsi delle macerie che questo scontro lascerà nel tessuto sociale. È troppo facile gridare al fascismo per nascondere l’incapacità di reggere un confronto democratico che non sia recitato tra soli amici. Se la democrazia deve finire “sotto scorta” ogni volta che qualcuno esprime un’idea sgradita al sistema locale, allora il problema non è Vannacci: il problema è una classe dirigente che ha deciso di sostituire il dibattito con l’assedio, preferendo il rischio dello scontro fisico alla fatica del confronto civile. È un gioco pericoloso, e chi soffia sul fuoco oggi non potrà fingersi sorpreso quando domani si ritroverà a contare i danni di un incendio che ha contribuito ad appiccare.
