Memorie fiorentine: palloni, risate e il tempo sospeso di San Lorenzo

vincenzo freni

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Il gioco del pallone a San Lorenzo

 

Di Vincenzo Freni

La nostra piazza, sì la piazza era nostra, completamente nostra e si giocava liberi. E pensare che tutto questo, in fondo, lo dobbiamo anche a Filippo Brunelleschi. La piazza di San Lorenzo nasce infatti come spazio legato alla basilica, costruita sul monticulus Sancti Laurentii, un leggero rialzo del terreno che la rende ancora oggi sopraelevata rispetto al resto della città. E poi, secoli dopo, noi a giocare a pallone.

Che fortuna, a pensarci bene. Perché quel piccolo dislivello, quella piazza leggermente sollevata, era esattamente ciò che serviva; uno spazio separato, un campo da calcio naturale, disegnato senza volerlo, ma forse se lo immaginava, dallo stesso Brunelleschi. Guarda la fotografia: ci sono sei ragazzi con i calzoni corti, uno addirittura scalzo, uno con le bretelle, che corrono su quel grande selciato come se la piazza fosse stata costruita apposta per loro, e in fondo lo era. Sullo sfondo la facciata incompiuta di San Lorenzo. Qualche adulto in soprabito passa ai margini senza fermarsi, con la naturale indifferenza di chi è abituato a vedere i bambini giocare e fare chiasso per strada. Una cosa allora normale e giusta. Le automobili non erano ancora arrivate, o meglio, le primissime stavano timidamente affacciandosi sul nostro mondo, ma erano loro a dover aspettare. Aspettavano il primo gol, la fine dell’azione. Era il pallone a comandare.

La piazza era nostra, e lo sapevano tutti: noi, i passanti, i barrocciai, il venditore di gazzose sul lato di Giovanni delle Bande Nere, nostro fornitore ufficiale di tappini, merce preziosissima, moneta di scambio e oggetto di studio per qualche misterioso signore che ogni tanto passava con le sue scatole a fare la conta dei tappini, scomponendoli per marche, per la valutazione delle quote di mercato dei diversi marchi. Allora non capivamo, adesso sì: erano le primissime ricerche di mercato in Italia.

Piano piano le auto arrivarono davvero. E non aspettarono più. Presero la piazza e la strada. Fummo costretti ad andare a giocare sul sagrato, poi fummo sfattati anche da lì per il decoro della chiesa. Quindi migrammo sul fianco della chiesa. Sul muro del fianco rimase a lungo il segno della nostra porta, tracciata col gesso, testimone colpito da mille gol. Fino agli anni Ottanta, almeno.

Sul sagrato si giocava con la cerbottana armata coi pirullini infilati tra i capelli: carta oleata arrotolata stretta, alcuni con uno spillo da sarto infilato nella punta. L’effetto era micidiale. Se passi da lì, guarda la porta di destra della chiesa: se non l’hanno restaurata recentemente vedrai i segni di migliaia di spilli conficcati nel legno antico. Ma sul sagrato e sul fianco eravamo tollerati male. Arrivava il vigile con la bicicletta del comune, implacabile, solenne nella sua divisa, ci sequestrava il pallone ma non sempre ci riusciva. Il più veloce di noi scappava con la palla e si infilava tra i banchi per sfuggire alla pula e noi a fare il tifo. A volte “la pula”, arrabbiato per la corsa dietro il nostro campione di velocità, ci mostrava il pallone mentre lo bucava, con grande soddisfazione professionale. E poi ci ammoniva duramente. Noi guardavamo. Cos’altro si poteva fare se non cercare di correre più veloci di lui.


(La vita di San Lorenzo e del mercato centrale in quegli anni, continua…)