L’avvocato fiorentino Nicola Cecchi si è sempre speso per le relazioni con Cuba. Nel 2000 e 2001 ha organizzato l’US CUBA Business Summit.
di Nicola Cecchi
La dichiarazione di Mr. Todd Blanche, Procuratore Generale degli USA, di incriminazione dell’ex Presidente cubano Raul Castro per l’omicidio di quattro americani avvenuta il 24 febbraio 1996 ad opera di due caccia cubani che abbatterono due Cessna partiti dalla Florida per lanciare dei volantini sull’isola, è una iniziativa forzata, fuori tempo massimo e soprattutto inutile: vediamo perché.
Accusare Raul Castro dell’abbattimento dei due aerei, che all’epoca (30 anni fa) era ministro della Difesa, è un po’ come mutatis mutandis accusare Mattarella dei bombardamenti in Bosnia: tutti sanno che non fu una loro decisione autonoma, così come non lo è stata quella cubana, perché nessuno poteva decidere nulla in autonomia riguardo a tutto ciò che avesse odore di rapporti con gli americani ed in particolare con il mondo anticastrista che aveva le sue salde radici a Miami, salvo uno.
Ogni decisione, anche la più insignificante, doveva avere il visto bueno, come si diceva allora, del Comandante en Jefe Fidel Castro.
Senza il suo consenso non si muoveva foglia.
La responsabilità di quell’ordine fu indiscutibilmente di Fidel e gli altri si limitarono ad eseguire, Ministro della Difesa, generali fino ai piloti.
Da allora sono passati vari presidenti degli Stati Uniti, a partire da Clinton che promulgò per ritorsione la legge Helms Burton e nessuno si è mai inerpicato per un sentiero cosi ripido e scivoloso, neppure quando era vivo Fidel, morto nel frattempo il 25 novembre 2016, dieci anni fa.
Poi sono arrivati Trump e Marco Rubio, che ha costruito gran parte della sua carriera politica sull’anticastrismo più viscerale, come molti altri a Miami dagli anni 80 e 90 in poi, brandendo la sciabola dell’embargo economico e finanziario che altro non ha fatto che spingere il governo cubano a trovare soldi e aiuti a giro per il mondo piuttosto che cercare di costruire un sistema economico che si potesse reggere da solo.
L’epoca di Chavez con il sostegno ai Castro a base di milioni di barili di petrolio, è stata l’ultima foglia di fico caduta la quale Cuba si ritrovata per la prima volta a fare i conti con la propria, intrinseca, cronica incapacità a stare in piedi da sola, che oggi ha assunto una dimensione disperata, senza più via di uscita: i primi a saperlo sono proprio loro, i cubani, la gente normale, gli anziani, i bambini a cui è stato sospeso il futuro, a dispetto della retorica di sempre.
Il disastro politico, economico e sociale è sotto gli occhi di tutti ed una soluzione sostenibile non è più rinviabile: i primi a reclamarlo ed augurarselo è proprio la gente di Cuba, proprio quelli che nei decenni scorsi hanno anche creduto in un sogno salvo poi accorgersi che si era trasformato in un incubo irreversibile.
Raul Castro oggi pare essere un vecchio signore di 95 anni fuori dai giochi, che ha commesso l’ultimo grande errore di farsi sostituire da un manipolo di dirigenti incompetenti, impreparati, ciechi e sordi alle grida che provengono dalla gente comune in primis, preoccupati solo di difendere il proprio orticello: il pensiero di Francesco Guicciardini ha messo radici anche qui.
Chi ha trascinato la Isla Grande in questo stato, non può essere il perno della rinascita.
Tuttavia, prima di far arrivare gli elicotteri nella Plaza de la Revolución o i gommoni al Terminal Sierra Maestra, sarebbe ora di cancellare quella legge inutile che nulla ha prodotto in decenni e che si chiama embargo, aprire agli investitori stranieri a partire proprio dagli americani di ogni dove ed inondare l’isola di progetti, lavoro, sviluppo, rinascita: le leggi ci sono già, la costituzione pure, lo spirito imprenditoriale cova da decenni sotto una coltre di retorica.
Chi scrive ha organizzato nel 2000 e 2001 a L’Avana lo US CUBA Business Summit mettendo faccia a faccia il governo e imprese cubane con una quarantina fra le più grandi aziende americane, 25 anni fa.
Presidente Trump, Segretario Rubio, è ora di portare pace e crescita, la rivoluzione con le armi c’è già stata nel 1958 e non ha prodotto granché: è ora di voltare pagina e superare la diaspora per tornare a far sì che L’Avana torni ad essere, come dicevano dei cartelloni affissi lungo le strade di Cuba una ventina di anni fa, la “Capital de todos los cubanos”.
In copertina: un ritaglio del giornale Opciones sull’US CUBA Business Summit (11 giugno 2000)
