Se mancano davvero gli agenti, perché la maggioranza ha bocciato la mozione che chiedeva più Forze dell’Ordine?

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Se la carenza di agenti è davvero la principale emergenza cittadina, perché la maggioranza ha respinto una mozione che impegnava formalmente il Comune a chiedere al Governo più Forze dell’Ordine e presìdi nelle aree più critiche?

 

C’è una domanda che da mesi attende una risposta convincente. Se davvero, come ripetono la sindaca Sara Funaro e l’assessore alla sicurezza Andrea Giorgio, la principale emergenza di Firenze è la carenza di agenti delle Forze dell’Ordine inviati dal Ministero dell’Interno, perché ogni volta che si presenta l’occasione di sostenere concretamente quella richiesta nelle sedi istituzionali, la maggioranza che governa Palazzo Vecchio sceglie di fare un passo indietro? È una contraddizione che non può essere liquidata come una normale dialettica politica. È il punto da cui partire per comprendere il modo in cui l’amministrazione affronta il tema della sicurezza.

Da mesi il messaggio è sempre lo stesso. Firenze sarebbe ostaggio di una progressiva riduzione degli organici di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. La soluzione indicata è altrettanto costante: servono più uomini in divisa, più pattuglie, una maggiore presenza dello Stato sul territorio. Una tesi ribadita in conferenze stampa, interviste e trasmissioni televisive. La stessa Sara Funaro, ospite di PiazzaPulita su La7, ha affermato che quello della sicurezza non è un problema di semplice percezione ma una realtà concreta e che i cittadini chiedono soprattutto una maggiore presenza delle Forze dell’Ordine perché le divise rappresentano il primo presidio di sicurezza. Stessi concetti ribaditi nella recente intervista all’emittente locale Italia 7. Un’affermazione difficilmente contestabile. Se una città vive un aumento di aggressioni, rapine, spaccate, episodi di violenza e degrado urbano, è naturale chiedere un rafforzamento degli organici statali.

Ma proprio qui la narrazione dell’amministrazione comincia a incrinarsi. Perché alle dichiarazioni pubbliche non seguono comportamenti coerenti. Pochi giorni prima di quell’intervista televisiva, infatti, il Consiglio comunale era stato chiamato ad esaminare la mozione n. 1345/2025, presentata dal consigliere Luca Santarelli, che impegnava il Comune ad attivarsi nei confronti del Governo per ottenere un numero adeguato di militari e l’istituzione di presìdi fissi nelle aree cittadine maggiormente interessate da criminalità, spaccio e degrado.
Non era una mozione ideologica. Non chiedeva di sostituire le competenze dello Stato. Non invadeva le attribuzioni del Prefetto o del Questore. Domandava semplicemente che il Comune assumesse formalmente una posizione politica chiara nei confronti del Governo, sostenendo esattamente quella richiesta che la sindaca continua a formulare pubblicamente. Eppure quella mozione è stata bocciata. A respingerla sono stati i gruppi che sostengono la stessa amministrazione che, fuori dall’aula, continua a denunciare la mancanza di uomini e mezzi.

È difficile non vedere in questa scelta un cortocircuito politico. Se il problema principale di Firenze è davvero l’insufficienza degli organici statali, quale ragione istituzionale giustifica il voto contrario a un atto che chiedeva di rafforzarli? La risposta non è mai arrivata. Ed è proprio questo silenzio ad alimentare il sospetto che il criterio non sia stato il contenuto della proposta ma la sua provenienza. Una mozione dell’opposizione, anche quando coincide con quanto la sindaca sostiene davanti alle telecamere, diventa improvvisamente irricevibile. Come se il tema della sicurezza potesse essere subordinato alle logiche di schieramento.
Il risultato è un paradosso difficilmente spiegabile ai cittadini. In televisione si invoca l’intervento del Governo. Nell’aula del Consiglio comunale si respinge un documento che impegnava l’amministrazione a chiedere formalmente quel medesimo intervento. Fuori si denunciano le carenze dello Stato; dentro si rinuncia a costruire una posizione istituzionale unitaria che avrebbe dato maggiore forza alla stessa richiesta. È il paradigma dello scaricabarile elevato a metodo di governo.

Naturalmente nessuno può negare che il Ministero dell’Interno debba garantire organici adeguati a una città come Firenze, meta ogni anno di milioni di turisti e centro economico e culturale di rilevanza internazionale. Sarebbe altrettanto sbagliato, però, sostenere che il Comune sia un soggetto privo di responsabilità. Ed è qui che la narrazione politica si scontra con il diritto. L’articolo 54 del Testo Unico degli Enti Locali attribuisce infatti al Sindaco, nella sua qualità di ufficiale del Governo, specifiche competenze finalizzate alla tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana. Non significa dirigere le Forze di Polizia o sostituirsi al Questore. Significa, però, concorrere attivamente alla gestione della sicurezza attraverso gli strumenti che il legislatore ha affidato ai sindaci: ordinanze contingibili e urgenti, iniziative di prevenzione, partecipazione al Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica e collaborazione istituzionale con Prefettura e Questura.Non a caso, proprio nelle riunioni del Comitato provinciale convocate dalla Prefettura di Firenze per affrontare le criticità legate al degrado urbano, allo spaccio e alle cosiddette “zone rosse”, accanto alle misure operative affidate alle Forze dell’Ordine vengono richiamati anche gli strumenti amministrativi di competenza del Comune, comprese le ordinanze sindacali adottabili ai sensi dell’articolo 54 del TUEL. Un richiamo che conferma un principio semplice: la sicurezza urbana è una responsabilità condivisa. Lo Stato garantisce l’ordine pubblico, ma il Comune non può limitarsi a rivendicare ciò che manca senza interrogarsi su come esercitare pienamente le proprie competenze.

Questa responsabilità condivisa riguarda anche la Polizia Municipale. Ogni volta che si propone un maggiore impiego del Corpo nel presidio del territorio, dalla maggioranza arriva puntuale l’obiezione secondo cui la Polizia Municipale non svolgerebbe compiti di pubblica sicurezza. Un’affermazione formalmente corretta, ma politicamente incompleta. La Polizia Municipale non sostituisce Polizia di Stato e Carabinieri, ma costituisce uno degli strumenti fondamentali attraverso cui il Comune esercita le proprie funzioni di sicurezza urbana, controllo del territorio, contrasto al degrado e collaborazione con le altre Forze di Polizia.

A maggior ragione sorprende il fatto che l’amministrazione non sia riuscita nemmeno a mantenere una delle proprie principali promesse: portare il Corpo a mille agenti effettivi. Oggi gli operatori in servizio sono circa 820. Le assunzioni programmate – cinquanta nel 2026 e settantacinque nel 2027 – appaiono largamente insufficienti per raggiungere l’obiettivo annunciato, soprattutto considerando pensionamenti, trasferimenti e altre cessazioni dal servizio. Anche in questo caso, la matematica racconta una storia diversa rispetto agli slogan.

Il sospetto è che tutto questo abbia ormai assunto una dimensione che va oltre la sicurezza dei cittadini. La sensazione è che Firenze sia già entrata nella lunga campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. Ogni episodio di cronaca diventa un argomento contro il Governo nazionale. Ogni problema cittadino viene utilizzato come occasione di scontro politico. Ogni responsabilità locale viene progressivamente diluita fino quasi a scomparire. Nel frattempo, però, i cittadini continuano a convivere con una criminalità definita “micro” soltanto per abitudine linguistica. Perché per chi subisce una rapina, vede il proprio negozio devastato da una spaccata, viene aggredito alla fermata del tram o rinuncia a percorrere alcune strade dopo il tramonto, quella criminalità ha ben poco di “micro”.

Sono loro, insieme ai lavoratori, agli studenti, ai pendolari e ai milioni di turisti che frequentano Firenze ogni anno, a pagare il prezzo di questo continuo rimpallo di responsabilità. La sicurezza non si costruisce con le conferenze stampa né con le ospitate televisive. Si costruisce con la coerenza.
Con la capacità di chiedere allo Stato ciò che gli compete, ma anche con il coraggio di esercitare fino in fondo le responsabilità che la legge attribuisce all’amministrazione comunale.