L’alluvione del 2 novembre 2023 non ha soltanto allagato case, imprese e strade.
di Filippo Boretti (architetto)
Ha cambiato, simbolicamente e concretamente, il rapporto della città con il proprio territorio. E quando cambia il territorio dovrebbe cambiare anche il modo in cui la politica lo governa. Per questo la domanda non è se i Piani Attuativi, e prima ancora il Piano Operativo, ancora pendenti siano formalmente conformi alle norme vigenti. La domanda è un’altra: le valutazioni compiute prima dell’alluvione possono essere semplicemente confermate oppure meritano di essere riesaminate alla luce di ciò che il territorio ha mostrato?
È una differenza sostanziale. Per anni l’urbanistica cittadina ha costruito le proprie valutazioni soprattutto sulla conformità agli strumenti urbanistici vigenti, alla pianificazione sovraordinata, alle carte della pericolosità e ai pareri tecnici. Tutto questo resta indispensabile. Ma oggi non basta più: accanto alla conformità amministrativa servono una visione e una valutazione più ampie della capacità del territorio di resistere e adattarsi agli eventi climatici estremi.
Dopo il 2 novembre non basta sapere se un lotto ricada in una determinata classe di pericolosità idraulica o geologica. Occorre chiedersi anche come si comporti l’intero comparto urbano: quanta superficie impermeabile produca, come vengano drenate le acque, quale sia il rapporto con il reticolo idrico minore, quali sistemi di laminazione siano previsti, come possano operare i soccorsi durante un’emergenza e quale effetto cumulativo producano le trasformazioni sull’intero quartiere.
Il punto, dunque, non è più stabilire semplicemente se un Piano sia legittimo. Questo è lo Stato di diritto che ce lo impone. Il punto è chiedersi se sia ancora adeguato quel Piano. Ed è qui che emerge una contraddizione politica che merita di essere affrontata senza slogan.
Il Piano Strutturale, frutto di un percorso avviato e sviluppato durante il decennio delle amministrazioni Biffoni e definitivamente approvato nel luglio 2024 dalla nuova amministrazione Bugetti, presenta Prato come una città impegnata nel percorso Prato Carbon Neutral e nella strategia europea verso la neutralità climatica. Il PIAO comunale, il documento che definisce gli obiettivi strategici e organizzativi dell’Amministrazione, inserisce tra le linee di mandato l’adattamento ai cambiamenti climatici, la tutela del territorio, la biodiversità e la rigenerazione urbana.
Sono obiettivi condivisibili. Ma proprio perché sono obiettivi ufficiali dell’Amministrazione nasce una domanda inevitabile. Una città che si propone come laboratorio europeo della neutralità climatica può davvero considerare immutabili tutte le trasformazioni urbanistiche concepite prima dell’alluvione del 2 novembre 2023?
Nessuno chiede di cancellare automaticamente diritti maturati o aspettative legittimamente consolidate. Sarebbe una posizione tecnicamente fragile e facilmente respingibile. Ma nessuno può nemmeno fingere che il 2 novembre non sia mai esistito. Allo stesso modo, non si può ignorare che estati sempre più torride, eventi meteorologici estremi e fenomeni sempre più frequenti impongano un diverso modo di progettare, trasformare e governare la città.
L’urbanistica non può più limitarsi a non andare contro l’ambiente: deve aiutare il territorio ad adattarsi, ridurre la vulnerabilità e proteggere cittadini, attività economiche e infrastrutture. Dunque, è proprio tra il blocco indiscriminato e l’approvazione automatica che esiste lo spazio della politica. Ed è proprio lì che, guardando ai prossimi dieci anni, si misurerà la qualità del governo del nostro territorio.
Riesaminare non significa annullare. Significa verificare se le conoscenze acquisite dopo l’alluvione impongano aggiornamenti, integrazioni, prescrizioni o motivazioni ulteriori. Significa distinguere il rischio idraulico da quello geologico; la conformità alle carte vigenti dall’adeguatezza rispetto agli eventi recenti; la sicurezza del singolo edificio dagli effetti cumulativi della trasformazione; la presenza di verde dall’effettiva capacità di drenaggio e adattamento; la semplice verifica della pericolosità dalla costruzione di comparti realmente resilienti.
Ma significa anche chiedersi come la città voglia reagire agli eventi meteorologici estremi: ridurre l’impermeabilizzazione del suolo, aumentare ombra e alberature, recuperare il ruolo delle gore e del reticolo idrico minore, favorire la laminazione naturale delle acque, limitare le isole di calore, proteggere le infrastrutture strategiche e garantire l’accessibilità dei soccorsi anche durante le emergenze.
L’urbanistica non serve soltanto a decidere dove costruire o quanto costruire. Serve, prima di tutto, a decidere come una città possa continuare a vivere e proteggere i propri cittadini. E questo vale ancora di più per il Piano Operativo che dovrà essere adottato.
È proprio in questa fase, dopo il commissariamento, che la politica conserva un autentico spazio di responsabilità.
Ed è anche qui che si misurerà la qualità del Biffoni ter, oltre che dell’intero corpo consiliare eletto.




