Urbanistica, la maggioranza respinge il coinvolgimento preventivo del Consiglio comunale: le decisioni sulla città arrivano in aula quando i percorsi sono già definiti
A cosa serve un Consiglio comunale se le decisioni strategiche vengono costruite altrove? La mozione presentata oggi da Dmitrij Palagi in Commissione 3 chiedeva una cosa semplice e, per certi aspetti, perfino ovvia: che il Consiglio comunale fosse coinvolto prima delle scelte strategiche e non soltanto quando i tavoli tecnici hanno già definito indirizzi, accordi e percorsi.
La maggioranza ha risposto che non ce n’è bisogno. Perché, prima o poi, gli atti arriveranno comunque in Consiglio. Ed è proprio qui che nasce il problema. Chi conosce il funzionamento della pubblica amministrazione sa perfettamente che quando un tavolo tecnico lavora per mesi, costruisce intese con altri enti, individua soluzioni condivise e arriva con un progetto già confezionato, il margine di intervento della politica si restringe enormemente. Formalmente il Consiglio può ancora dire sì o no. Nella pratica, respingere un percorso già concordato significa far saltare mesi di lavoro istituzionale e assumersi un costo politico enorme. È la differenza tra decidere e ratificare.
La maggioranza continua a sostenere che il ruolo del Consiglio non è in discussione. Ma allora viene spontanea una domanda: se il Consiglio resta davvero centrale, perché avere paura di coinvolgerlo prima? La risposta non è arrivata. Al contrario, durante la discussione si è insistito sul fatto che il futuro Urban Center garantirà trasparenza ai cittadini. Bene. Ma la trasparenza è un conto, la democrazia è un altro. Mostrare ai cittadini decisioni già prese non significa coinvolgerli. Così come informare il Consiglio comunale sull’avanzamento dei lavori non significa renderlo protagonista delle scelte. La politica non dovrebbe limitarsi a prendere visione dei dossier preparati dai tecnici. Dovrebbe indicare la direzione prima che quei dossier vengano scritti. Ed è forse questo l’aspetto più significativo della seduta.
A difendere la mozione non è stato soltanto il suo proponente. Il vicepresidente della Commissione Urbanistica, Massimo Sabatini, pur appartenendo a uno schieramento politico distante da quello di Palagi, ha votato a favore e ha pronunciato parole che meritano attenzione. Ha ricordato che un consigliere comunale non deve limitarsi ad applicare meccanicamente le competenze previste dalla legge, ma ha il dovere di utilizzare tutti gli strumenti politici possibili per rappresentare i cittadini e incidere realmente sulle decisioni. Un ragionamento che supera le appartenenze politiche e tocca il cuore della democrazia locale. Perché il rischio non riguarda questa maggioranza o questa opposizione. Riguarda il progressivo svuotamento degli organi elettivi.
Negli ultimi anni Firenze ha conosciuto trasformazioni urbanistiche che hanno generato polemiche, ricorsi, proteste dei comitati e perfino inchieste giudiziarie. Forse proprio quell’esperienza avrebbe dovuto insegnare che le grandi scelte sulla città hanno bisogno di più politica, non di meno. Invece sembra prevalere una logica diversa: prima si costruiscono gli accordi nelle sedi tecniche, poi si informa il Consiglio, infine si chiede all’aula di approvare. È un modello che rischia di impoverire la funzione della rappresentanza democratica. Perché il Consiglio comunale non è nato per fare da spettatore. È nato per discutere, indirizzare, controllare e, quando serve, anche correggere la rotta. Il Consiglio comunale di Firenze vuole essere il luogo dove si decidono le trasformazioni della città o semplicemente l’ufficio che mette il timbro finale su decisioni già prese altrove? La maggioranza ha scelto la seconda strada. I cittadini hanno tutto il diritto di chiedersi se sia davvero questa l’idea di partecipazione e di democrazia della “firenze plurale” di Funaro.


