Le mirabilie della cultura woke e l’italian job di Giuseppe Conte

Alia Plures getta via pregiudizi

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di Franco Banchi (professore e autore)

Il termine woke, che in inglese significa «sveglio» o «consapevole», nasce nella cultura afroamericana degli anni Trenta come esortazione a rimanere vigili di fronte alle ingiustizie sociali e razziali. In quel contesto, essere woke significava non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze.

Negli anni Duemila il concetto torna in auge grazie al movimento Black Lives Matter che ne amplia il significato per includere temi come la brutalità della polizia, le discriminazioni sistemiche e le disuguaglianze di genere.

Col tempo la woke culture ha superato i confini delle sue battaglie originarie, aprendosi a un concetto sempre più ampio, spesso esorbitante, che oggi abbraccia la tutela dei diritti LGBTQ+, la decolonizzazione del pensiero e della cultura, la parità di rappresentazione nei media e la promozione di un linguaggio inclusivo.

La Chiesa non ha dedicato un documento specifico al tema, ma è possibile declinare un pensiero sintetico della cultura cattolica leggendo considerazioni e scritti di diversi intellettuali e pastori.

Il wokismo pare mosso da istanze di simil-uguaglianza e giustizia. Ma in realtà si fonda sull’idea che la realtà dipenda da come uno si sente. In questo modo mina la verità oggettiva, la legge naturale e la rivelazione divina.

Molte università nel mondo ne stanno subendo l’ubriacatura. Il concetto chiave della contestazione woke, quello di «oppressione strutturale», appare leva di ribaltamento del progresso intellettuale, ma in realtà sostituisce la ricerca della verità con la dittatura del sentimento soggettivo.

La filosofia liquida e la cancel culture. In nome di un’identità fluida, si attacca la realtà profonda della natura umana, la famiglia come cellula base della società e la stessa autorità divina. Bene e male diventano così indistinguibili in essenza.

Cavalcando l’onda emotiva del web e dei social, sempre attenta alle mode, questa cultura diventa contemporaneamente effetto e causa della sua moltiplicazione.

Il wokismo, con la sua filosofia liquida, vive della confusione tra verità ed emozione. Sottintende l’idea insidiosa che il mondo si divida tra chi capisce e chi non capisce. Ne consegue una pericolosa deriva, espressa in operazioni di distruzione della storia, abbattimento di statue, messa all’indice di testi: quella che chiamiamo cancel culture.

Venendo alle cose italiche, qualcuno può pensare che lo smarcamento del prof. Conte dal pensiero woke sia frutto del raggiungimento di un altissimo picco culturale. In realtà siamo nel basso perimetro della tattica che precede le primarie del campo largo.

È qui che entra in gioco il nome di Elly Schlein, anche se Conte non la cita direttamente. Una leader che ha impostato gran parte della sua narrazione biografica e politica proprio sulla cultura woke. Conte, con grande astuzia, ha voluto calcare sul fatto che il Pd schleiniano viene spesso associato a un progressismo percepito come più identitario che sociale.

E siamo convinti che questa uscita sia anche una strizzatina d’occhio all’ampia platea dei cattolici, quanto meno quelli arruolabili per le primarie prossime venture.