Olio, una rivincita sulla Spagna (e sull’economia irreale): Coricelli mette sul piatto soldi veri per Deoleo. Niente “spezzatino”?

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La storica famiglia di Spoleto pronta a comprare l’intero colosso Deoleo per 500 milioni. Una vittoria dell’economia reale sulla finanza?

 

Quando il mercato torna a premiare chi sa fare impresa e punisce chi gioca con la finanza creativa, l’economia reale ringrazia. È quello che sta accadendo nel settore dell’olio d’oliva, al centro di un duello tra Italia e Spagna. E le ricadute possono essere molto positive anche per il territorio fiorentino.

Un’azienda familiare umbra, cresciuta senza ascese improvvise ma con investimenti industriali e attenzione al prodotto, si riprende le storiche bottiglie toscane e mette una bandiera tricolore anche sui marchi spagnoli. Lo rende noto un approfondito articolo di Scenari Economici.

La Pietro Coricelli di Spoleto ha infatti proposto 500 milioni di euro – soldi veri – per rilevare l’intero gruppo Deoleo, ottenendo l’esclusiva delle trattative. Una notizia che interessa direttamente Firenze: nel pacchetto c’è Carapelli, storica icona toscana con sede a Sambuca Val di Pesa, nel Chianti fiorentino, insieme a Bertolli, Sasso e San Giorgio.

Vent’anni di arroganza finanziaria finiscono in modo beffardo? Per capire la portata dell’operazione basta il conto della serva.

Tra il 2004 e il 2008, ricorda Scenari Economici, il gruppo spagnolo SOS Cuétara, poi ribattezzato Deoleo, lanciò una campagna acquisti per strappare all’Italia il controllo commerciale dell’olio:

  1. Minerva rilevata nel 2004 per circa 63 milioni;
  2. Carapelli comprata nel 2005 per 132 milioni;
  3. Bertolli e San Giorgio acquistati nel 2008 da Unilever per 630 milioni.

Totale speso solo per l’Italia: oltre 825 milioni di euro.

Oggi Coricelli si prende tutto il pacchetto – non solo i marchi italiani, ma anche i simboli spagnoli come Carbonell e Koipe, oltre a tutti gli stabilimenti – per 500 milioni, debiti inclusi. Una svalutazione secca del 40% rispetto al solo valore dei marchi tricolore. Oltre 330 milioni in meno di quanto gli spagnoli spesero solo per entrare in Italia.

Come si è arrivati a questo disastro industriale? All’epoca SOS Cuétara era guidata dai fratelli Jesús e Jaime Salazar. Il piano era creare il polo egemone mondiale dell’olio, rastrellando marchi per controllare il mercato americano.

L’operazione Bertolli del 2008 venne finanziata vendendo i rami storici dell’azienda e contraendo un prestito da quasi un miliardo di euro. Una leva mostruosa per un settore a margini risicati.

Poi il botto. Nella primavera del 2009 lo scandalo: i fratelli Salazar si erano concessi un prestito interno di 212,7 milioni a favore di una loro società privata usando i soldi dell’azienda quotata.

La revisione KPMG fu spietata: il presunto utile di 32 milioni del 2008 si trasformò in una voragine da 190 milioni di perdite. I Salazar furono licenziati, la società cambiò nome in Deoleo e passò sotto il controllo dei fondi CVC e Alchemy per evitare il fallimento.

Nonostante tutto, Deoleo è rimasta leader globale dell’olio confezionato con l’8,3% di quota in 68 Paesi. E il motore, ironia della sorte, è rimasto il marchio italiano.

Bertolli da solo genera oltre il 40% del fatturato del gruppo, circa 336 milioni di euro, grazie alla forza negli Stati Uniti. Chi possiede Bertolli possiede le chiavi della distribuzione mondiale.

I fondi proprietari, risanati i conti, hanno deciso di vendere. In campo due visioni opposte:

  1. Il piano delle cooperative spagnole (Dcoop e Acesur): comprare Deoleo per poi farla a pezzi, cedendo Bertolli o Carapelli per evitare sanzioni dall’Antitrust negli Stati Uniti;
  2. Il piano della famiglia Coricelli: mantenere integro il gruppo, proteggere gli stabilimenti e rilanciare l’intera filiera senza spezzatino.

«Ci vuole una vita intera per costruire marchi come questi, sarebbe un delitto distruggerli dividendoli», ha detto Lorenzo Coricelli.

La partita, riferisce sempre Scenari, è diventata uno scontro diplomatico morbido tra Roma e Madrid. Il Ministero dell’Agricoltura spagnolo si è schierato con Dcoop, provando a impedire che il gioiello tornasse in mani italiane, ma con le mani legate:

  1. Nessun Golden Power applicabile: l’olio da tavola non rientra nelle categorie strategiche anti-scalata;
  2. Holding proprietaria con sede nel Regno Unito, fuori dalla giurisdizione diretta di Madrid;
  3. Offerta Coricelli strutturata tramite veicolo spagnolo, impeccabile giuridicamente.

Mentre Roma ha lavorato dietro le quinte per la solidità dell’offerta umbra, Madrid si è trovata davanti a un’offerta industrialmente superiore.

Il risultato sembra essere un capolavoro dell’industria familiare italiana e, per il territorio fiorentino, la possibilità che Carapelli torni a essere valorizzata da un gruppo che si fonda sugli investimenti industriali. Non sui castelli di carta.

In copertina: copyright Fotocronache Germogli