Commissione Covid, esplode il caso Di Donna. Due imprenditori: «Pagammo 125mila euro all’ex collega di Conte per arrivare a Cdp»

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Duro il partito di Giorgia Meloni: «Conte deve spiegare perché durante il suo governo un suo ex collega svolgesse un ruolo di intermediazione con Cassa Depositi e Prestiti, ottenendo centinaia di migliaia di euro di compensi».

 

La figura dell’avvocato Luca Di Donna, già socio di studio di Giuseppe Conte prima dell’approdo di quest’ultimo a Palazzo Chigi, è tornata al centro dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, alla quale la redazione de La Firenze che vorrei ha trasmesso i documenti sui protocolli contro la biocontaminazione.

Secondo quanto riportato da Il Tempo, il nome è stato fatto da due imprenditori, Simone Prete e Pietro Peligra, rappresentanti di Portobello Spa, ascoltati ieri nella sede di San Macuto.

I due manager hanno ripercorso gli anni più duri della crisi, il biennio 2020-2021, quando anche la loro azienda, al pari di centinaia di altre realtà italiane, cercava ossigeno finanziario per evitare il collasso. È in quella fase che sarebbe avvenuto l’incontro con il professionista.

In quel frangente «un professionista di nostra conoscenza ci ha presentato il dottor Di Donna», hanno riferito in Commissione. Un nome sul quale pende, per altro filone legato alla fornitura di mascherine, una richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma nel febbraio 2025.

A convincere Portobello, secondo il racconto dei due, sarebbe stata la presentazione del legale come «collega di Giuseppe Conte» – circostanza già emersa in precedenti audizioni, mentre l’ex premier ha sempre rivendicato la totale cesura con il vecchio studio dopo la nomina a presidente del Consiglio – e come «operante in uno studio romano molto importante con rapporti istituzionali di alto livello, in grado di dialogare in maniera fattiva con i vertici di Cdp», quindi con Cassa Depositi e Prestiti, individuata come possibile erogatrice del credito.

Sulla base di queste premesse, il 30 giugno 2020 viene sottoscritta una scrittura privata: a Di Donna viene affidato il compito di curare la pratica con Cdp. L’urgenza del momento è stata così descritta dai testimoni: «Eravamo in piena pandemia», hanno ricostruito, facendo riferimento a difficoltà finanziarie, «e avevamo bisogno di recuperare cassa. Una situazione critica in cui accelerare l’avvio di un’istruttoria è fondamentale».

L’istruttoria con Cassa Depositi e Prestiti parte davvero e si conclude con un finanziamento da 3,5 milioni. Sulla carta l’accordo con il legale prevedeva «un compenso del 5% sul totale dell’importo erogato, da pagare solo in caso di successo dell’istruttoria», percentuale che per Peligra sarebbe «rientrati comunque negli standard di mercato di altri procacciatori di affari».

Il mandato, oltre alla fase di primo contatto con l’istituto, avrebbe dovuto comprendere l’analisi del dossier e un supporto legale post-erogazione. Ma, sempre nella versione di Peligra, il contributo si sarebbe fermato molto prima: «Nei fatti, oltre ad una prima analisi e all’avvio delle interlocuzioni, null’altro è stato fatto da Di Donna, per cui abbiamo deciso di contestare l’accordo iniziale, facendo scendere la percentuale al 3,5%».

Anche con lo sconto, l’esborso finale è stato di 125 mila euro, liquidati di fatto per «la sola introduzione ai vertici di Cdp». Alla domanda sul perché abbiano comunque pagato, Peligra ha replicato: «Perché abbiamo deciso comunque di pagare? Abbiamo optato per il male minore: una eventuale causa sarebbe stata più rischiosa ed onerosa».

Immediata la presa di posizione dei commissari di Fratelli d’Italia: «Continuano ad emergere dalla Commissione Covid informazioni e testimonianze sulle “consulenze” offerte dall’avvocato Luca Di Donna, ex collega dell’allora premier Giuseppe Conte», si legge nella loro nota. «Il nuovo caso della società Portobello, non fa che confermare l’ipotesi dell’esistenza di un “sistema” durante l’emergenza pandemica. Di fronte a questa nuova e sconcertante testimonianza, Conte deve spiegare perché durante il suo governo un suo ex collega, spendendo il suo nome, svolgesse un ruolo di intermediazione con un’istituzione finanziaria controllata dallo Stato, come Cdp, ottenendo centinaia di migliaia di euro di compensi».

In copertina: Wikimedia Commons